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Alessandro Vespignani, Direttore del Network Science Institute presso il Department of Physics, College of Computer and Information Sciences, Bouve’ College of Health Sciences, della Northeastern University di Boston si occupa di analisi della propagazione delle epidemie. In questa intervista, raccolta da Roberto Natalini, parla delle sue ricerche sui modelli su reti, delle caratteristiche del Covid-19 e del ruolo che hanno i modelli nella ricerca epidemiologica e nelle scelte politiche.

Riportiamo la trascrizione (leggermente editata) di alcuni passaggi significativi dell’intervista ad Alessandro Vespignani.

Sull’uso dei modelli

Sicuramente una pandemia è un problema nel senso che all’inizio c’è una mancanza di dati e c’è un’enorme confusione. Cioè qui stiamo parlando per la prima volta di un virus che compare e si trasmette da uomo a uomo di cui non conosciamo nulla. Servono dei mesi per acquisire dati e più conoscenze. Come vediamo cheormai siamo al sesto mese di questa pandemia e ancora comunque c’è molto da imparare, molto da conoscere. Sul fatto che i modelli siano stati un successo o no, io non la metterei così. Se torniamo indietro e guardiamo a gennaio, i modelli sono stati l’unica cosa che ci ha permesso di avere un minimo di luce nella navigazione di questa crisi. Non scordiamoci che i modelli sono stati i primi, quando in Cina dichiaravano 12 o 20 casi, e non si sapeva se c’era la trasmissione da uomo a uomo, ecco allora c’erano modelli che dicevano che in quel momento in Cina c’erano oltre 10.000 casi e poi al 23 gennaio erano già oltre 100mila. Non scordiamoci che sono i modelli che ci hanno detto, praticamente a metà febbraio, guardate questa cosa sta diventando un’emergenza internazionale, diventerà una pandemia.

Previsioni e scenari

I modelli non forniscono solo previsioni, che è quello che poi spesso viene loro criticato. In realtà i modelli fanno molto di più: creano degli scenari che non sono una previsione, ma piuttosto delle proiezioni rispetto ad alcune ipotesi, se facciamo questo, se facciamo quest’altro, se ci muoviamo in qualche modo. Quello che dico sempre. Qualunque unità di crisi, qualunque task force di tutti i governi aveva davanti a sé modelli che erano un portafoglio di possibili eventi. Ci davano una mappa del futuro a seconda di quello che uno poi metteva in campo e i vari governi hanno poi fatto delle scelte. Non sono i modelli o i modellisti che fanno le scelte, ma alla fine sono i decision maker.

Com’è andata in Italia

L’italia per esempio è entrata insieme ad altri paesi europei in un ciclo virtuoso. I lockdown sono stati tenuti in maniera molto rigorosa e per un periodo lungo. Il numero di casi si è abbassato moltissimo e a quel punto è diventato più facile fare tutte quelle misure di controllo. Cioè quando noi vediamo adesso in italia che i focolai vengono identificati e circoscritti è perché il numero di casi è piccolo e uno lo può fare. In altri posti per esempio c’è stata una corsa alle riaperture con un numero di casi ancora molto grande e poi vediamo invece una ricrescita.

L’Italia è stato uno dei primi paesi a vivere questa crisi e si è trovata realmente in una situazione complicata e in un angolo buio. E in realtà il paese ne è uscito bene. Adesso se la guardi rispetto ad altri paesi in Europa e a molti altri paesi nel mondo, l’Italia è in una una buona situazione che speriamo possa continuare. Quindi bisogna fare i complimenti a tutte le persone l’hanno fatto, Credo che in realtà ci sia stato un grande lavoro. Tutti hanno cercato di usare la scienza nel modo possibile. Perfettamente no, tutti si sbaglia. Si fanno errori spesso soprattutto di comunicazione, più che errori di gestione.

Strumenti per navigare una crisi

La scienza, la matematica ci insegnano che non bisogna essere né pessimisti né troppo ottimisti, bisogna essere razionali, bisogna essere realisti e questa è la cosa migliore per navigare una crisi.

 

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