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Negli ultimi giorni la stampa e i social hanno puntato la loro attenzione sull’efficacia dei modelli matematici utilizzati per prevedere l’evolversi del Covid-19. Alcune critiche molto forti sono state indirizzate dal virologo Guido Silvestri al rapporto relativo agli scenari della Fase 2  preparato per il governo dal team del matematico Stefano Merler della Fondazione Bruno Kessler, ne abbiamo parlato qui, qui trovate il comunicato dell’UMI di risposta a Silvestri e qui il post originale su Facebook di Silvestri. Di seguito lo stesso Stefano Merler chiarisce alcuni punti specifici riguardo alle critiche ricevute.

Voglio per prima cosa ringraziare il Prof. Silvestri per aver contribuito a riportare la discussione in termini di un civile scambio di opinioni scientifiche.

Certo, mi restano della perplessità, se penso al tipo di critiche scientifiche che ci vengono mosse. Relativamente alla stagionalità dei coronavirus, prima di tutto credo che nemmeno oggi sia possibile quantificarne l’impatto. Inoltre, bisogna tenere conto che il lavoro per la fase 2 lo abbiamo iniziato a fine marzo e terminato a metà aprile, in modo da poter essere visionato dai decisori ben prima del 4 maggio. Che evidenze c’erano allora? Dirò di più. Ci siamo posti il problema della stagionalità già a inizio febbraio, quando stavamo affrontando la fase di preparazione alla futura pandemia. E la decisione, a febbraio come ad aprile, è stata la stessa, cioè quella di utilizzare cautela. Chi si sarebbe assunto la responsabilità di aver suggerito scenari basati sull’assunzione di stagionalità del coronavirus, nel caso questa non si fosse rivelata poi realistica? Di chi la responsabilità morale, e non solo? È facile criticare dopo, senza portarsi sulle spalle il peso delle responsabilità delle proprie azioni.

Passando al fatto che non abbiamo considerato la migliorata capacità di gestire COVID-19 dal punto di vista medico/epidemiologico, torniamo alla questione della tempistica del punto precedente. Prof. Silvestri, lei davvero aveva queste certezze a fine marzo, inizio aprile? Eravamo in pieno picco epidemico – Rt è andato sotto soglia in quasi tutte le regioni italiane tra il 20 e il 30 marzo – con 1400 pazienti in terapia intensiva in Lombardia. Sul fatto che non abbiamo tenuto conto della cross-reactivity con altri coronavirus umani, non riesco a immaginare come avremmo potuto tenerne conto visto che il lavoro da lei menzionato è stato pubblicato online il 20 maggio 2020.

Ciò detto, sono sicuro che il lavoro avesse delle limitazioni, come abbiamo scritto, e forse altre che non abbiamo scritto. Fa parte della estrema difficoltà di dover sintetizzare in poche equazioni un sistema estremamente complesso come quello della diffusione di un’epidemia. Riconosco questi limiti a tutte le decine di lavori scientifici che ho avuto il piacere di fare su modelli di diffusione di epidemie. Penso che lo stesso valga per i suoi su questi argomenti, e per quelli di tutti i modellisti. Il modello perfetto non esiste. Si fa con quello che si conosce in quel momento, consci delle enormi incertezze e di tutti i parametri di cui non si sa proprio nulla. Ma c’è un’alternativa?

Su come sia stata gestita la comunicazione di quel lavoro, io penso ci fossero invece due alternative. Divulgarlo prima, spiegandolo, cosa che mi sarei prestato volentieri a fare, prendendo le decisioni solo dopo, oppure mantenerlo confidenziale. Le cose, come sa anche lei, sono andate diversamente. Il lavoro, che era un rapporto confidenziale per tecnici, da non rendere pubblico, è stato dato in pasto alla stampa e utilizzato per attaccare il governo. Lei crede davvero che ci fossero le condizioni, in quel clima, per spiegarlo ad un pubblico generalista? Io credo di no, ma su questo non ho certezze. Forse, come dice lei, si sarebbe potuto comunicare in modo diverso.

Certo, mi domando ancora perché criticare sempre il “worst case” (caso peggiore) scenario che, come lei sa, va sempre aggiunto a qualunque studio di questo tipo, e non apprezzare le altre decine di scenari che invece hanno ben descritto gli eventi successivi (basta guardare a quelli dove assumiamo una riduzione della trasmissibilità del 15%-25% grazie all’utilizzo delle mascherine). Questo proprio non riesco a capirlo, specialmente se fatto da una persona che ha esperienza in questo settore. Resto comunque convinto che quelle analisi, e tutte le altre che abbiamo fatto a partire da gennaio, ci abbiano aiutato a navigare meglio in questa crisi. E con il mio team continueremo a dare una mano al paese, finché ce lo chiederanno, tenendo conto di tutta la conoscenza, man mano che questa diventa evidente.

Stefano Merler
Fondazione Bruno Kessler
responsabile dell’Unità di Ricerca “Dynamical Processes in Complex Societies”

 

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