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In questi giorni si sta molto parlando del recente libro “La matematica è politica” di Chiara Valerio, pubblicato da pochi giorni presso Einaudi. Vi proponiamo ben due recensioni. Una è di Maria Mellone, e la trovate qui sotto. L’altra è di Marco Verani e la trovate qui.

Quando ho letto dell’uscita di questo libro mi ha subito catturato il titolo che mi sembrava la risposta alle polemiche, di poco prima della pausa estiva, sulle capacità predittive della matematica e dunque sul suo possibile ruolo come guida di scelte politiche. In questo tempo sospeso di emergenza per la pandemia, la comunicazione dei media di massa è stata – mai come prima – popolata da numeri, grafici e previsioni e la matematica ha sicuramente preso la ribalta (basti pensare al famigerato bollettino della Protezione Civile trasmesso quasi a reti unificate alle ore 18). D’altra parte, ad un certo punto si è imputata alla matematica, e non alla lettura (spesso distorta) dei dati matematici raccolti, la responsabilità di scelte politiche fatte.

Il titolo coraggioso di questo libro mi ha dunque attirato: mi affascinava la possibilità di ribaltare l’idea, potremmo dire gentiliana, che la matematica e la sua conoscenza non siano poi così essenziali per l’esercizio di una cittadinanza attiva. Volevo vedere se si riusciva, attraverso argomentazioni convincenti, a sottolineare il ruolo che la matematica può avere nella Politica con la P maiuscola, bilanciandolo con la responsabilità delle scelte che deve prendere chi ha un ruolo politico.

Ben oltre le aspettative, pagina dopo pagina, le riflessioni dell’autrice mi hanno aiutata a sciogliere il disagio provato qualche settimana prima per le polemiche sulla matematica. Mi trovo perfettamente in ciò che è scritto nel breve saggio, in particolare quando si dice che “la verità assoluta è deresponsabilizzante” e che la matematica, appunto, non cerca verità assolute, ma tra i suoi obiettivi c’è quello di chiarire le relazioni tra verità, contesto e approssimazione. Ovviamente “accettare l’interscambiabilità del proprio punto di vista può essere seccante”, proprio per questo bisogna esercitarsi e la matematica può essere una buona palestra in tal senso. Se è vero infatti che “le verità umane somigliano alle verità matematiche”, allora sono tutte assolute e, allo stesso tempo, dipendenti dal contesto o, come diremmo in matematica, dall’insieme in cui vengono enunciate. Perché entrare e uscire da punti di vista diversi in matematica significa cambiare ipotesi. Così, ad esempio, un’equazione di secondo grado può essere irresolubile o meno a seconda dell’insieme di definizione che si considera.

Devo ammettere poi che ero molto curiosa di leggere un testo di Chiara Valerio, matematica e scrittrice di libri di successo. Questo perché avevo conosciuto Chiara durante gli anni del mio dottorato in matematica e mi ricordo che di essermi fermata spesso a parlare con lei di Pier Paolo Pasolini. Mi sembrava fantastico che nei corridoi del dipartimento di matematica, oltre che a parlare con passione di dimostrazioni e congetture, si scambiassero con altrettanta passione opinioni e impressioni di autori che con la matematica sembravano non aver nulla a che fare. “Sembravano”, appunto, perché Pasolini, la democrazia, la rivoluzione intensa come “l’impossibilità di aderire a qualsiasi sistema logico, normativo, culturale e sentimentale in cui esista la verità assoluta, il capo, l’autorità imposta e indiscutibile” sono invece questioni che con la cultura matematica hanno molto a che fare. Chiara lo spiega benissimo nelle 100 pagine di questo saggio. Lo fa, ad esempio, attraverso la movimentata storia attorno al quinto postulato della geometria euclidea, con la cui ricerca di dimostrazione i matematici si sono misurati per generazioni. Quello che ho molto apprezzato della presentazione che fa Chiara della vicenda è la sospensione di giudizio verso i matematici, di cui alcuni di grandissima caratura come Carl Friedrich Gauss, che hanno esitato nell’accettare la nuova veste del quinto postulato non più come teorema, bensì come postulato. Come dice Chiara si tratta di un’ipotesi e “ogni volta che lo cambi viene fuori una geometria diversa” che l’autrice paragona a una granita vecchio stile, in cui il ghiaccio triturato alla base rappresenta i primi quattro postulati e poi i tre gusti a disposizione sono le diverse possibilità di scelta per il quinto: unica parallela, nessuna parallela e infinite parallele. Allora Chiara prova a capire le ragioni storico culturali che hanno creato questo sentire e che sono dietro a questo atteggiamento di chiusura dei matematici del tempo, mostrando estrema empatia per loro, in un esercizio di continuo teatro in cui il mettersi nei panni, nei luoghi, nei tempi e nello spazio racconta la matematica come esperienza storico culturale di particolari sensibilità umane.

Un altro motivo per cui mi sono precipitata a leggere questo libro è sicuramente la mia ansia da prestazione. Come ogni anno, infatti, in questo periodo sono in procinto di iniziare il corso di Didattica della Matematica al corso di Laurea Magistrale in Matematica, ma anche quello omonimo a Scienze della Formazione Primaria. I due corsi, se pur con contenuti e argomenti diversi, hanno l’obiettivo comune di iniziare a formare dei futuri insegnanti di scuola superiore e primaria, rispettivamente. L’ambizione, allora, ogni anno è quello di provare a innovare sempre di più le riflessioni e le questioni trattate durante il corso. Quest’anno, poi, il lockdown, con la violenta chiusura della scuola che ha comportato, rende ancora più urgente e cruciale ripensare alle priorità e agli obiettivi dell’educazione matematica. Uno dei temi è quindi quello di discutere a approfondire con gli studenti, futuri insegnanti, la matematica come oggetto culturale, creato da persone che vivono in tempi e luoghi precisi, con passioni, sofferenze, abilità, ma anche incertezze tutte umane. Sono rimasta soddisfatta, allora, nel trovare in questo libro precisamente questo taglio, in cui gli aneddoti di storia della matematica si rincorrono per ricollocare gli oggetti e le relazioni matematiche nei loro tempi. Anche all’autrice, infatti, sembra assolutamente irragionevole la scelta di presentare a scuola la matematica nel vuoto, fuori dal tempo e dallo spazio, dunque fuori dalla storia. Già solo questa riflessione mi sembra un buon punto di partenza di una formazione insegnanti che punti a rivoluzionare il modo di vedere la matematica e di ricostruire, con senso, percorsi di apprendimento che provino a ricollocare storicamente gli argomenti matematici presentati volta per volta.

“Penso che studiare la matematica educhi alla democrazia più di qualsiasi altra disciplina”. Alcuni ricercatori di educazione matematica (mi riferisco in particolare al filone di ricerca noto con il nome di Critical Mathematics Education) pensano invece che la matematica sia scevra da valori prestabiliti, ma che debba essere cura della mediazione didattica il far emergere valori democratici anche nell’attività matematica. Secondo questi ricercatori, infatti, alcuni modi di insegnare matematica a scuola, quelli in cui, per intenderci, gli esercizi proposti hanno sempre procedure e soluzioni univoche, in cui l’obiettivo principale è quello di eliminare gli errori e si ritiene che l’apprendimento sia avvenuto se l’esecuzione dei predetti esercizi avvenga appunto senza errori, ebbene queste modalità di fare matematica, questo “racconto” della matematica a scuola, direbbe Chiara, sembrerebbe preparare gli studenti a eseguire comandi e prescrizioni più che a educarli verso valori democratici. Perché “l’idea che abbiamo della matematica dipende dal racconto che ne abbiamo fatto” e che abbiamo ricevuto, aggiungerei io.

Mi sembra quindi che, anche in questo caso, sia questione di punti di vista e delle esperienze socio-culturali che li determinano. Nel caso di Chiara le sue esperienze socio-culturali, in particolare le relazioni umane vissute e che hanno fatto da cornice al suo incontro e frequentazione con la matematica (il libro è denso di racconti dell’autrice riguardo i suoi insegnanti di scuola, i suoi professori universitari, i sui colleghi) le hanno permesso di sviluppare un punto di vista in cui la matematica diventa una disciplina espressione di democrazia e di rispetto di punti di vista differenti. Il racconto della matematica che quindi viene fatto da questo libro la rende effettivamente una disciplina che educa alla democrazia. Per cui spero che questo libro, oltre che allietare matematici e non, influenzi gli insegnanti di matematica a cui ne consiglio vivamente la lettura. Voglio allora concludere questa recensione con un affermazione forte del libro, sostenuta da altrettanto forti argomentazioni che troverete leggendolo: “studiare comanda”, che è molto vicina ad un’altra dichiarazione urlata a gran voce da Chiara durante una puntata del programma televisivo Gli stati generali: “leggere comanda”.

Ebbene, essendo la scuola l’ente preposto dalla nostra democrazia per avviare le future generazioni allo studio e alla lettura allora, senza dubbio, “la scuola comanda”: buon inizio anno scolastico a tutti!

Maria Mellone

Leggi la recensione di Marco Verani

La matematica è politica
Chiara Valerio
Editore: Einaudi
Collana: Vele
Anno edizione: 2020
Pagine: 112 p., edizione cartacea in brossura
EAN: 9788806244873
Anche ebook:  formato EPUB con DRM, formato Kindle

 

 

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