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È uscita una nuova traduzione di “L’incognita” di Hermann Broch, pubblicato dalla casa editrice Carbonio. Lo ha letto per noi Nicola Ciccoli.

L’incognita di Hermann Broch è stato recentemente ristampato da Carbonio Editore, ed è un libro che parla rivolto, in certa misura, proprio a noi matematici. Il protagonista, il giovane Richard Hieck, ricercatore matematico, riflette sulla sua condizione esistenziale mentre la sua famiglia, sconvolta dalla morte del padre, sembra assieme a lui cercare una soluzione al problema insolubile: l’equazione che regola le nostre esistenze. Può una vita di impegno per il sapere essere sufficiente, soddisfacente, capace di far superare i tormenti interiori? Oppure tutto quel sapere resterà vuoto? Oppure succederà che: “Ed anche quando le più audaci speranze della vita avessero trovato compimento, anche quando si fosse riusciti a scoprire una nuova disciplina matematica, come il calcolo infinitesimale di Leibniz, come la teoria degli aggregati di Cantor, anche quando si fosse trovato il miracolo della dimensionalità, di scoprire una logica priva di assiomi, tutto questo in fondo non avrebbe detto nulla: il risultato raggiunto sarebbe restato sempre una limitata ed esigua parte dell’invincibile montagna della conoscenza, sarebbe restato sempre una limitata parte dell’esperienza intuitiva e della visione cosmica e infinita, una piccola parte descrivibile dell’eterno indescrivibile. Come sempre la natura, nel suo processo creativo, aveva messo in opera uno sforzo immane, che superava miliardi di volte il risultato finale ottenuto”?

Nello spazio di un racconto lungo, l’autore riesce a miscelare riflessioni filosofiche e squarci di poesia. Tratteggia figure umane significative come il professor Weitprecht per cui “ogni giorno di vacanza era una spiacevole lacuna della vita” e il fratello Otto che “non sapeva nulla delle realtà mostruose che abitavano le menti e i corpi dei due fratelli maggiori, il suo mondo aveva dimensioni umane, i suoi desideri, i suoi amori, le sue gioie, le sue feste erano tutti ricompresi nell’orbita delle cose raggiungibili”. con una scrittura al tempo essenziale e densa di significati. Figure che non sono sfondo, ma occasione, per Richard, di indagare le varie possibili soluzioni al suo problema, alla sua incognita.

Il mondo che circonda Hieck sembra essere un mondo sognante, in cui la natura e le normalità della vita degli uomini si alternano senza interruzioni, in cui la riflessione filosofica accompagna con naturalezza il vivere. Ma non è così. La morte, la distruzione, il fallimento sono pronti ad irrompere in ogni momento tra questi fragili dubbi (e lo faranno) e porranno l’uomo, il matematico, l’intellettuale davanti alle sue scelte. Non credo sia casuale che questo libro sia stato concepito in una Germania in cui l’odore di disastro si faceva sempre più percepibile (siamo agli inizi degli anni ’30) e pure, come ricordato nella bella introduzione del traduttore Luca Crescenzi, che la politica sia completamente assente. Siamo sulla scia di Musil, dell’Uomo senza Qualità, a cui viene facile accostare questo romanzo per assonanze tematiche: là il giovane matematico si scontra con la fine dell’impero austro-ungarico, qua con la nascita del nazismo. Non stupisce, forse, che Broch considerasse questo libro un fallimento perché non sviluppato appieno. Le tante tematiche esposte non riescono a svolgersi compiutamente in queste 150 pagine. Eppure proprio il paragone con il libro di Musil, incompiuto seppure in qualche modo concluso, fa riflettere sul fatto che chiudere il cerchio potesse essere impossibile. Personalmente ho molto apprezzato proprio le aperture di questo libro, che avvia riflessioni su cui il lettore maturo sa in qualche misura proseguire da solo, lasciando campo apertissimo a diverse conclusioni.

Non è, credo io, neanche un caso che in tanta letteratura mitteleuropea di quegli anni compaia la figura del matematico. La rivoluzione portata dalla teoria degli insiemi e dell’infinito di Cantor, non a caso fa capolino anche in queste pagine. I grandi passi in avanti compiuti sui temi della comprensione fisico-matematica del mondo, la ricostruzione incompleta delle fondamenta di una disciplina che scoprì allora di non essere solida come credeva, sono tutte temi uscite dai ristretti circoli della matematica stessa e che hanno saputo parlare, in quegli anni, a scrittori, filosofi, storici e intellettuali di altro tipo (forse fuori d’Italia più che nel nostro paese e nella nostra accademia). Broch, che studiò matematica, filosofia e psicologia sembra cercare una difficile conciliazioni dei suoi saperi, nel campo esterno della vita vissuta. La tensione tra razionalità e pulsioni irrazionali, tra ordine e caos, tra logica e istinto attraversano tante pagine di quel momento storico (e di tanti scrittori che lui conobbe personalmente, come Musil, Canetti, Rilke). In questo libro la prosa tersa di Broch sembra fornirci una possibilità finale: “La vita andrà avanti. E ci occuperemo di insiemi, di aggregati e di ogni sorta di calcoli astronomici. E se la fortuna vorrà avanzeremo di un bel pezzo nel campo delle teoria della conoscenza e dei principi della logica. Tutto questo non è forse abbastanza? Dall’oscurità che ci ha generati procederemo in direzione di una nuova oscurità e le stelle che posano su un un fondo nero scivoleranno sulla superficie di un’acqua scura, emergendo nella sublime grandezza della morte. Tutto questo non è forse abbastanza?”.

L’incognita
Autore: Hermann Broch
Traduttore: Luca Crescenzi
Editore: Carbonio editore
Anno edizione: 2022
Pagine: 182
ISBN: 9788832278286

 

 

 

 

 

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