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Nei giorni scorsi è stato reso noto che Cristiana De Filippis, giovane matematica di origini materane, è risultata vincitrice del premio dell’Accademia dei Lincei “Gioacchino Iapichino” 2020 riservato ad un giovane studioso italiano non ancora trentenne, che sia autore di un’opera, edita o inedita, nel campo dell’Analisi matematica che costituisca un valido ed originale contributo in tale campo di studi. Roberto Natalini l’ha intervistata per MaddMaths!.

Roberto : Per cominciare complimenti per il premio, insomma non capita tutti i giorni.

Cristiana : Grazie!

R. : Perché hai deciso di fare matematica ?

C. : Perché era la materia che mi veniva più facile a scuola. C’erano matematica e latino che mi venivano facili. Il resto mi toccava lavorare…

R. : Latino…

C. : Perché sono molto simili, il tipo di mentalità che bisogna avere su entrambe è più o meno la stessa. La verità è che non sapevo che esistesse una laurea in matematica. Poi l’ho scoperto e sono stata contenta.

R. : Che scuole hai fatto ?

C. : Ho fatto lo scientifico a Matera. Però, almeno per i primi tempi sono stata essenzialmente autodidatta. Cioè mi ero appassionata a questi problemi di geometria sintetica, quelli in cui ti danno un triangolo, qualche casino nel mezzo e poi devi dimostrare la tal cosa, e mi erano piaciuti molto. E quindi mi ci mettevo come per gioco, e così, ho preso un po’ la mano alle dimostrazioni.

R. : E poi dove sei andata all’università ?

C. : All’ultimo anno a Matera ho parlato con un po’ di persone, che per matematica mi hanno consigliato di studiare in un ateneo del Nord. Così, per la laurea triennale, sono andata a Torino, dove sono stata al Collegio Einaudi e mi sono laureata con Susanna Terracini. Poi ho fatto la magistrale a Milano Bicocca con Veronica Felli; anche a Milano ho seguito dei bei corsi, tra i quali ricordo particolarmente quelli di Arrigo Cellina e di Sandro Salsa, due noti esperti molto conosciuti a livello internazionale. Sono stati proprio questi corsi che mi hanno convinta a continuare sulla strada della ricerca. Successivamente, ho trascorso alcuni mesi in Francia per una internship con Paola Goatin, e insieme abbiamo scritto il mio primo lavoro. Infine, sono stata ammessa al programma di dottorato in PDE di Oxford.

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R. : Beh, un bel percorso. Ma quindi perché hai scelto l’analisi ?

C. : In realtà all’inizio mi piaceva l’algebra. Mi ricordo che durante l’ultimo anno di liceo, per curiosità avevo comprato il libro di Herstein. Però andando avanti, ho visto che c’era una classe di problemi che mi attirava, ma non riuscivo a capire in quale settore della matematica rientrasse. Ho pensato fosse attinente alla Geometria Differenziale, e niente. Ho provato con Fisica Matematica, e non era nemmeno lì. E poi ho scoperto che questi principi variazionali, che tanto mi avevano attirata, erano una parte dell’Analisi. Ed eccomi.

R. : Insomma ti sentivi chiamata da questa cosa qua.

C. : Sì, gira e rigira era l’argomento che mi interessava di più.

R. : E a Oxford con chi hai lavorato ?

C. : A Oxford ho lavorato con Jan Kristensen, che è stato il mio supervisor. Lui ha parecchi campi di interesse, e a me è stato assegnato un tema di regolarità. E dato che Jan e Giuseppe Mingione sono collaboratori di lunga data, Jan ha chiesto a Mingione di ospitarmi a Parma, dove magari avremmo potuto collaborare. A Parma mi sono trovata molto bene, c’è un bel gruppo, molto forte: Acerbi, Baroni, Morini, Mucci, Palatucci. Insomma, tra Oxford e Parma ho lavorato parecchio.

R. : Mi sembra che tu abbia finito da poco il dottorato, no ?

C. : Sì, ho discusso la tesi il 23 giugno scorso.

R. : E adesso ?

C. : Ho appena preso un postdoc a Torino, ho cominciato il primo luglio. Insomma possiamo dire che per ora sono tornata al punto di partenza, poi vedremo come andrà.

R. : E ti occupi di Calcolo delle Variazioni. Di quali problemi ti sei occupata finora ?

C. : Ecco, mi sono occupata di questioni di regolarità. Prendi un funzionale tipo energia, con una buona coercività e crescita anche selvaggia, e cerchi di ricavare le proprietà qualitative delle mappe che rendono minimo questo funzionale. Cioè vuoi sapere se sono continue o anche differenziabili. Hanno un gradiente che è un pochino meglio che integrabile, o limitato? Queste sono essenzialmente le principali questioni che ci si pone nella teoria della regolarità, almeno a livello di base. In genere si cerca di approssimare questi problemi con altri più semplici, per cui la regolarità è nota, e poi si prova a trasferire qualche buona proprietà alle soluzioni del problema originale con un passaggio al limite. I problemi su cui ho lavorato finora sono i cosiddetti problemi non uniformemente ellittici, nel senso che il rapporto tra gli autovalori delle derivate seconde dell’integranda esplode al crescere del modulo della variabile gradiente, quindi determinare la regolarità per minimi di questa classe di funzionali si traduce nel provare a ribilanciare questa crescita a priori inconUntitledtrollata sfruttando la struttura stessa dell’energia.

R. : Ma permettimi la domanda, da dove vengono questi funzionali, a cosa servono ?

C. : Originariamente vengono da fenomeni fisici in cui si raggiungono stati di equilibrio minimizzando un funzionale di energia. Però non sono un’esperta di fisica e quindi parlerei di cose su cui non sono estremamente competente. Ma comunque, quelli su cui sto lavorando io trovano origine nella teoria dell’elasticità, dallo studio dei fluidi o dalla scienze dei materiali. Comunque, in quello che faccio il punto è determinare che tipo di proprietà ha una soluzione, come è fatta, se è più o meno liscia. Immagina di volerne disegnare il grafico, è una linea continua, oppure viene una schifezza tutta frammentata? Certo, il nostro studio rimane su un livello abbastanza astratto. Ma può trovare applicazione in campo fisico nel momento in cui qualcuno deve esaminare determinati modelli che coinvolgono quel tipo di energie, oppure possono avere anche applicazioni in campo numerico. Sapere che un’energia approssimata converge con un certo tasso di regolarità, può influenzare anche il tuo schema numerico. Comunque credo ci sia ancora tanto da fare in questo settore, sia per quanto riguarda le nuove direzioni che arrivano dalle applicazioni, ma anche in problemi interni alla matematica. Ci sono problemi con formulazione estremamente elementare di cui non si sa che dire quasi nulla, come per esempio la continuazione unica per il p-Laplaciano.

R. : Insomma vedo che ti trovi bene in questo settore di ricerca, ci sono cose che ti stimolano…

C. : Sì, credo che sia estremamente stimolante. Poi ci sono ci sono persone forti con cui collaborare, anche per avere l’opportunità di crescere. Penso che l’importante sia non rimanere isolati.

R. : Cosa pensi di fare da grande, come vorresti la tua vita di matematica ?

C. : Spero di concentrare la maggior parte delle mie energie sulla ricerca e di riuscire a rimanere nell’accademia italiana, anche se la situazione in Italia non è delle più rosee. Ecco, come dire, l’impulso di scappare all’estero, dove ho avuto varie offerte, è sempre forte perché le condizioni fornite fuori sembrano più invitanti o quanto meno più stabili.

R. : E come ti sei trovata in UK in questo periodo di Brexit?

C. : In realtà non è che abbia avuto chissà che impatto fino ad ora. A quanto pare, parlando con le persone dell’ambiente accademico, nessuno ha votato per la Brexit, tutti vogliono rimanere in Europa e nessuno vuole uscire…

R. : Forse non frequenti gli ambienti giusti…

C. : Beh, le grandi città universitarie come Oxford o Cambridge non l’hanno presa benissimo, dato che accolgono studenti e ricercatori provenienti da tutto il mondo, in particolare dagli stati dell’Unione europea. Un amico che lavorava al centro di statistica di Oxford mi disse che la frase più cercata immediatamente dopo il referendum della Brexit, era: “Che cos’è l’Unione Europea?”. Quindi il livello di consapevolezza sulle possibili conseguenze del voto forse non era proprio adeguato.

R. : Ok. Senti, secondo te cosa sarebbe utile per invogliare i giovani a dedicarsi maggiormente alla ricerca ?

C. : Secondo me il primo passo, sarebbe quello di non terrorizzare la gente con frasi tipo: “Ah, vuoi fare ricerca, allora sarai precario a vita!”, tipo quello che hanno detto a me. E questo automaticamente implica ridurre il numero di posizioni precarie a favore di posizioni fisse. Infatti, in una situazione di precariato, ci si sente spinti a pubblicare di continuo. Però a quel punto la quantità bilancia la qualità dei lavori. Avendo una posizione fissa ci si può dedicare ad un problema di cui non si ha la più pallida idea di come lo si deve affrontare, ma si ha la serenità necessaria per dedicarsi a quello a tempo pieno e vedere cosa ne viene fuori, quindi può essere pure che si risolva un problema importante. Invece la continua precarietà, il dover presentare domande a destra e a sinistra per posizioni o finanziamenti inficiano parecchio la qualità della ricerca, a parte scoraggiare molta gente. E poi diciamocelo, non è possibile che una persona con laurea, master e dottorato resti precaria fino a quarant’anni.

R. : Sono molto d’accordo. E senti, fuori della vita matematica, che cosa ti piace fare ? Stai sempre a studiare o riesci ad avere una vita normale ?

C. : (ride) Sì, ho una vita normale. Ho un cavallo, e quindi quando sono a Matera sono in pianta stabile da lui. E poi, dato che in genere sono spesso fuori Matera, in base a dove mi porta la ricerca, mi adatto, sono contenta di uscire con amici, oppure non lo so, mi piace leggere qualche libro, ascoltare musica, leggere fumetti.

R. : E quali fumetti leggi ?

C. : Tex Willer, assolutamente Tex Willer. Per un certo periodo ho letto anche Dylan Dog, ma mi sembra che il livello sia sceso. Ma Tex è sempre al top.

R. : E come libri cosa ti piace ?

C. : In realtà sono abbastanza onnivora, ho letto più o meno di tutto. Di recente mi sono un po’ fissata sui classici, perché credo di essermi persa qualcosa ai tempi della scuola, e quindi ho recuperato un po’ di Shakespeare e la letteratura russa. Per non parlare poi di una particolare perversione che avevo sui 14/15 anni, di leggere le orazioni di Cicerone.

R. : Ovviamente in latino…

C. : Ai tempi ce la facevo, ora ho alzato bandiera bianca… (ride). In italiano…

R. : E cosa dice la gente quando dici che fai matematica, qual è la reazione tipica che riscontri ?

C. : Eh, la solita reazione che io non capisco. « Ah, no, io matematica non potrei mai ! ». Ma allo stesso modo ti potrei dire, mai balletto classico. Insomma questo terrore a priori che la gente ha della matematica, ecco, non mi spiego perché ci sia.

R. : E cosa si potrebbe fare secondo te per migliorare l’immagine della matematica ?

C. : Non sono un’esperta di didattica, quindi quello che dico vale relativamente, però secondo me in certi casi è sbagliato proprio l’approccio di insegnamento. Ricordo che alle elementari ci facevano fare questi paginoni nonsense di numeri. Per esempio la tabellina del 2 fino al 2400, cose così ripetute fino alla nausea. Chiaro che così uno odia la matematica. Oppure è masochista…

R. : Per finire ti faccio una domanda, ma non devi rispondere per forza. C’è un grande dibattito a livello mondiale sulle questioni di genere e appunto il ruolo delle donne nella scienza. Ecco, qual è stata la tua esperienza personale ?

C. : Personalmente, di discriminazioni non ne ho mai subite. Sarà che ho sempre incontrato gente seria, che guarda alle tue doti di ricercatore, non al tuo essere uomo o donna. Insomma questo è quello che ho vissuto io nei posti in cui sono stata. Però, a costo di ribadire l’ovvio, sono convinta che ci sia un problema di educazione alla base, che di certo non si risolve con l’imposizione delle quote rosa. Bisogna che da piccoli si venga incoraggiati a seguire le proprie inclinazioni, a prescindere dal fatto che queste rientrino o meno nel ruolo stereotipo di genere. In caso contrario, a meno che non si ricevano stimoli esterni che deviano il bambino dall’impronta iniziale, si rischia di impiantargli in testa idee distorte, soprattutto sul concetto di realizzazione personale. Ad ogni modo, credo che su questo bisogni intervenire a livello di educazione primaria, poi a livello universitario il danno, se c’è, è già fatto.

R. : Va bene. Grazie Cristiana e complimenti ancora per il premio.

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