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La seconda ondata di Covid-19 domina la scena, dai titoli dell’informazione, alle accese discussioni sui social, fino alle chiacchiere da bar (con mascherina). In questa chiave si sta declinando da qualche giorno l’altro grande evento del 2020: l’Election Day americano. Lo scontro tra il presidente uscente, il repubblicano Donald Trump, e il democratico Joe Biden è sempre molto acceso a circa quindici giorni dalla sentenza delle urne. Guardando ai sondaggi Biden sembra nettamente in vantaggio, in alcuni casi viene riportato un distacco superiore al 10% su base nazionale. Ma siamo sicuri che la partita sia già chiusa?

Per capire meglio il problema bisogna chiarire alcuni aspetti del modello elettorale americano.

È un sistema indiretto. Nel corso del martedì successivo al primo lunedì di novembre, i cittadini dei 50 stati dell’Unione non votano il presidente, ma i Grandi Elettori. Sono questi ultimi a votare il presidente all’interno del Collegio elettorale degli Stati Uniti. Per essere eletto, il candidato presidente deve ottenere il voto di almeno 270 dei 538 elettori totali, il 50,19%.

Non diventa presidente chi ottiene più voti, ma chi ottiene più Grandi Elettori. Il candidato che, in un singolo stato, ottiene anche un sol voto in più rispetto all’avversario porta a casa tutti i Grandi Elettori dello stato. L’ottenere globalmente più voti dell’avversario non implica l’essere eletto presidente. È il caso della tornata del 2016: Hilary Clinton superò Donald Trump di circa 3 milioni di voti, pari al 2,1% di voti in più, ma fu quest’ultimo a prendersi le chiavi della Casa Bianca con 304 Grandi Elettori.

Per ogni stato il numero di Grandi Elettori è proporzionale alla popolazione, sebbene ogni stato debba averne almeno 3. Questo minimo limite evita che il candidato presidente si concentri solo sui grandi stati a danno dei piccoli. Questi ultimi possono avere un peso relativo maggiore: il Wyoming con poco meno di 580.000 abitanti esprime 3 Grandi Elettori, mentre la Florida, con più di 21.000.000, solo 26 in più.

Alcuni stati sono storicamente assegnati ai repubblicani o ai democratici. Altri sono in bilico: gli swing states. Su questi ultimi si concentra la battaglia, proprio per la tipologia indiretta di voto. La Florida è uno swing state ed esprime 29 Grandi Elettori, il 5,4% circa. Nelle scorse elezioni in Florida ci furono circa dieci milioni di votanti, e attualmente nei sondaggi la differenza tra Biden e Trump è di circa 300.000 voti, solo il due per mille rispetto alla totalità dei votanti attesi in tutti gli Stati Uniti. Insomma basta un voto in più per le strade di Miami o Fort Lauderdale per portare a casa un bel pezzo di presidenza.

Un “sondaggio secco” sulle percentuali a favore di Biden o Trump rischia allora di essere un azzardo. La questione americana richiede strumenti matematici più raffinati. Ce lo ricorda l’esperienza del 2016.

[Illustrazione di Luca Manzo]

Marco Menale

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