Riprendiamo il “Catalogo minimo dell’Intelligenza Artificiale” per partecipare all’esperienza di un giovane matematico alle prese con le sue paure.
Giuseppe Arnone, “Catalogo minimo dell’Intelligenza Artificiale” – Il giovane ferito
Dialogo morale con un ricercatore che teme di non essere più necessario.
Il giovane ricercatore entra nel nostro studio con il computer sotto il braccio e l’aria malinconica. Non saluta nemmeno. Appoggia il portatile sul tavolo, lo apre, guarda lo schermo come si guarda una radiografia, poi dice:
«Credo di avere un problema.»
«Matematico?»
«Peggio.»
«Sentimentale?»
«Quasi.»
Sul monitor c’è la pagina di un pdf aperta. Presenta un testo, abbastanza lungo e dettagliato, delle formule ben disposte, un lemma e l’enunciato di un teorema alla fine.
Lui indica quella pagina.
«Questa non è mia», dice.
«L’ha scritta un coautore?»
«No.»
«Allora?»
«L’ha suggerita l’AI.»
La parola cade sul tavolo con un rumore sospetto.
«E il suggerimento com’è?»
«Buono.»
Lo dice malissimo. Come se fosse constretto sotto
tortura a dire che il suo rivale è anche simpatico.
«Buono quanto?»
«Abbastanza da farmi male.»
Ci avviciniamo allo schermo e leggiamo con più attenzione. All’inizio una lunga osservazione, di quelle erudite, che accendono una luce sui concetti. Una notazione esteticamente molto piacevole, al di là del contesto e del significato, e alla fine un lemma e un teorema di quelli conclusivi, a cui si arriva dopo numerose premesse.
«C’erano errori?» chiediamo.
«Beh, direi di no»
«Bene così allora.»
«Non è questo il punto.»
«Quale sarebbe invece?»
Lui chiude gli occhi un secondo. Sospira. Poi
riprende.
«Il punto è che io non ci sono arrivato.»
Ecco. Non parla più del teorema o dell’argomento. Parla di sé. Il teorema è solo il luogo del delitto.
«Ci lavoravo da giorni. Giravo intorno alle stesse cose. Cercavo di far quadrare la dimostrazione, come
uno che prova a mettere un divano in ascensore. Poi arriva questa cosa, io le chiedo un suggerimento, e
lei mi fa trovare il divano direttamente nel salone. E allora mi chiedo: va bene i calcoli meccanici e noiosi,
ma se anche l’idea arriva da lì, io cosa ci sto a fare?»
Silenzio.
«Un matematico con un problema interessante?»
«No. Sono solo uno che arriva dopo.»
«Dopo cosa?»
«Dopo la macchina. Dopo il suggerimento. Dopo il colpo d’occhio. Dopo la cosa che avrei voluto
intuire io.»
Resta in piedi. Non si siede perché sedersi darebbe forma stabile alla sua disperazione.
«È umiliante», dice.
«Forse… sì.»
Ci guarda, quasi offeso.
«Come sì?»
«Sarebbe scortese mentirti così presto.»
«Grazie davvero.»
«Non c’è di che. Ma sai, “umiliante” non significa “definitivo”. Significa solo che il tuo orgoglio ha sbattuto contro un mobile nuovo.»
«Mi ha fatto male.»
«Aspetta che arrivi il resto.»
Lui sospira.
«La cosa terribile», dice, «è che era davvero una stupidaggine.»
«Perché?»
«Mi ha risposto in meno di dieci secondi.»
«Anche una stampante stampa in meno di dieci secondi una pagina di Proust. Non per questo Proust è un elenco telefonico.»
«Dai, non fare battute.»
Torna a guardare una frase evidenziata.
«Se un’idea viene concepita così velocemente», dice indicando lo schermo, «forse non vale niente.»
«Questa è solo una superstizione. La solita storia che la lentezza nobilita e la velocità mortifica. Come se una cosa profonda dovesse arrivare sempre ansimando, sporca di fango e con una lanterna in mano.»
«In matematica il tempo conta.»
«Conta il tempo che serve a capire, non quello che serve a far comparire una frase. Una formula può apparire subito e restare incomprensibile per anni. Una dimostrazione può essere lunga tre righe e richiedere una vita intera per essere assimilata.»
«Però non l’ho pensata io.»
«Forse no. Ma l’hai riconosciuta.»
«Riconoscere non è creare.»
«Dipende. Riconoscere una buona idea in mezzo a dieci idee mediocri è già una forma di creazione.
È meno teatrale, certo. Non c’è il fulmine, non c’è il lampo, non c’è il matematico che fissa la lavagna alle
tre di notte mentre fuori pioviggina sul prato del Trinity College. Però c’è ancora una cosa importante: il
giudizio.»
Lui fa una smorfia di disapprovazione.
«Il giudizio. Che parola da commissione.»
«No, secondo me più da artista.»
«Adesso arriviamo all’arte?»
«Ci siamo già.»
Si siede. Finalmente.
«Davanti a un quadro di Pollock», diciamo, «c’è sempre stato qualcuno che ha detto: “Mah… questo
lo saprei fare anch’io”.»
«E magari lo sa fare.»
«Ma quasi certamente non ha mai provato a farlo.»
Lui alza lo sguardo.
«Prova a fare quella cosa lì. Non una tela sporca. Non un incidente con un barattolo di vernice. Prova a ottenere proprio quella tensione, quel ritmo, quella necessità. Prova a fermarti poco prima del troppo e poco dopo il niente. Prova a far sembrare inevitabile ciò che un attimo prima sembra casuale.»
«Pollock non è Leonardo.»
«Certo che no. Probabilmente Pollock non sapeva disegnare come Leonardo. Kandinsky non sapeva dipingere come Caravaggio. Forse non ne erano capaci, forse non gli interessava. Forse la domanda è proprio sbagliata. Ma non concludiamo che non siano bravi. Concludiamo che esistono modi diversi di essere bravi.»
Il giovane resta zitto.
La frase arriva dove deve arrivare, ma non ancora abbastanza da farsi accettare.
«Con l’AI forse succederà qualcosa di simile», continuiamo. «Una parte della vecchia bravura perderà il monopolio della scena. La prima stesura, l’idea plausibile, il richiamo tecnico, il tentativo standard: tutte queste cose diventano più accessibili. E allora sembra che il talento si svuoti. In realtà si sposta.»
«Dove?»
«Chissà. Forse nel saper filtrare.»
«Filtrare?»
«Sì. La mente che riceve, scarta, sospetta, corregge, combina, si convince, non si convince, chiede di nuovo, cambia formulazione, riconosce una falsità, salva un passaggio di dimostrazione da un mucchio di cenere. Tutti possono farsi dare una dimostrazione dall’AI. Così come tutti possono comprare colori e tela. Poi comincia il problema: che cosa tieni? che cosa scarti? che cosa capisci davvero? che cosa fai
tuo?»
Lui tamburella le dita sulla scrivania e guarda nel vuoto.
«Quindi il mio ruolo sarebbe filtrare.»
«No. Il tuo ruolo è pensare dentro un mondo in cui arrivano più cose. Il filtro è una parte. Poi c’è la scelta del problema, che non è poco. C’è la domanda formulata bene. C’è il gusto per la definizione giusta. C’è la capacità di accorgerti che una frase suona bene ma non cammina sulle sue gambe. C’è la pazienza di trasformare una suggestione in un argomento che regga anche quando la guarda qualcuno che ti vuole bene ma non troppo.»
«Il referee?»
«Esatto.»
Sorride. Stavolta davvero, anche se per poco.
«Ma l’idea centrale resta sua.»
«Sua di chi?»
«Dell’AI.»
«L’AI non possiede un’idea. La produce, o la ricombina, o la propone. Ma un’idea matematica non è ancora tale finché nessuno la assume nella propria responsabilità. Finché non sai perché funziona, dove funziona, dove fallisce, quanto costa e che cosa implica, è solo un oggetto sul tavolo.»
«Un oggetto sul tavolo può essere prezioso.»
«Certo. Ma se trovi un violino non sei Paganini. E se trovi un bisturi non sei un chirurgo. E se trovi una frase buona non hai ancora un teorema.»
Lui guarda il testo.
«Però senza quella frase non ci arrivavo.»
«Forse. Oppure ci arrivavi tra una settimana. Oppure mai. Ma questo è sempre successo. A volte ci arrivi perché ascolti un seminario brutto. A volte perché leggi un articolo e capisci il contrario di quello che l’autore voleva dire. A volte perché un collega ti fa una domanda ingenua e quella domanda, per errore, ha più talento di lui.»
«Questa è cattiva.»
«È la vita accademica.»
«Quindi l’AI è un collega ingenuo?»
«No. È un collega velocissimo, senza vergogna, con una memoria enorme, un gusto instabile e la tendenza a entrare in stanza dicendo: “Ho risolto”, quando in realtà ha solo spostato il disordine da un altro lato.»
«Lo conosco.»
«Tutti lo conosciamo.»
Il giovane si rilassa appena. La ferita resta, ma pare abbia smesso di sanguinare.
«Comunque mi dà fastidio», dice, «che una cosa che per me è difficile diventi accessibile a chiunque.»
«Attento. Accessibile non significa posseduta e compresa. Anche una partitura è accessibile. Poi bisogna saperla suonare.»
«E un teorema?»
«Un teorema ancora di più. Puoi avere davanti la strategia e non capirne il cuore. Puoi avere una dimostrazione quasi giusta e non sapere come risolverla o una dimostrazione che ha tutta l’aria di essere giusta ma che in realtà non lo è. Puoi avere dieci pagine eleganti e nessuna ragione per cui qualcuno dovrebbe leggerle.»
«Questo mi consola meno.»
«Però ti restituisce un mestiere.»
Lui continua a fissare lo schermo.
«Quindi dici che essere bravi non sarà più solo avere l’idea e saperla sviluppare?»
«Forse non lo è mai stato.»
«Sarà che cosa farne?»
«Anche.»
«E capire se vale?»
«Soprattutto.»
«E portarla fino in fondo?»
«Sì.»
«E magari rifiutarla?»
«Quando serve, sì. Ci saranno nuovi modi di essere bravi. Alcuni forse meno eroici, alcuni più umili. Meno “ho avuto il lampo”, più “so orientarmi in un temporale di lampi senza farmi carbonizzare dalla folgore”.»
«Questa è buona.»
«La teniamo?»
«Ci penso.»
«Vedi? Sei già tornato al lavoro.»
Lui inizia a lavorare: penna e foglio bianco davanti al portatile. Riscrive alcune cose. Cancella, mette una parentesi accanto alla frase dell’AI. Poi cancella una parola. Poi ne cambia un’altra. Poi si ferma.
«Qui manca un’ipotesi.»
«Davvero?»
«E questo lemma, così com’è e con queste ipotesi a ben vedere non serve esattamente al mio caso.»
«Ecco.»
«Però forse con un gruppo abeliano…»
Non finisce la frase. Non serve. Il volto cambia. Non è felice, non ancora. Ma non è più l’espressione
di uno che viene sostituito. È l’espressione di uno che sembra abbia capito cosa fare.
Passa qualche minuto.
«Comunque», dice senza alzare gli occhi, «se uno vede il risultato finale dirà: “Con l’AI lo saprei
fare anch’io”.»
«Certo», diciamo, «e la risposta sarà sempre: “Prova a farlo”.»
Scrive ancora. Poi si ferma di nuovo.
«Prova a scegliere la domanda giusta», continuiamo. «Prova a non credere alla prima risposta. A capire quale riga è fumo e quale è fuoco. A trasformare un suggerimento in una prova. A convincerti davvero. A convincere gli altri senza barare. A fare tua una cosa che, se è falsa, resta falsa col tuo nome sopra.»
Ci guarda.
Adesso sorride in modo quasi insolente.
«Questo è quasi un argomento.»
«No», diciamo. «È quasi una dimostrazione.»
Lui scuote la testa.
«Non esageriamo.»
E torna sul lemma.
Morale del dialogo
Il giovane ferito scopre che il fatto che l’AI produca un’idea non rende quell’idea banale, né rende inutile chi la riceve. Il talento non scompare: cambia luogo. Non sta più soltanto nel lampo iniziale, ma nel saper selezionare, nel giudizio, nella scelta, nella capacità di capire che cosa vale, che cosa è falso, che cosa può diventare davvero matematica. Tutti possono dire: “Con l’AI lo saprei fare anch’io”. La risposta resta: “Prova a farlo”.
L’autore

Giuseppe Arnone è attualmente contrattista di docenza presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II per un corso di Fisica Matematica. Formatosi presso l’Ateneo Federiciano, dove ha conseguito la laurea e il dottorato di ricerca in Matematica, ha svolto un periodo di studi all’estero in Corea del Sud, alla Seoul National University, e attività post-dottorale presso l’Istituto Nazionale di Alta Matematica “F. Severi”. È inoltre membro della direzione editoriale, e tra i fondatori, della collana Advanced Topics in Pure and Applied Mathematics: Doctoral Lecture Series, edita da FedOA Press.
Il racconto è scaricabile qui nei formati PDF, ePub e AZW3.
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