Tutte le guide dell’Acropoli raccontano che il Partenone sembra dritto ma “non lo è”. Molte linee del tempio effettivamente non sono dritte, la base si alza al centro di 6 centimetri, le colonne hanno un rigonfiamento di 18 millimetri e quelle d’angolo sono più larghe del 2 per cento rispetto alle altre. Se nessuno mette in discussione che queste curve siano volute, un dubbio riguarda il loro scopo. Vitruvio, quattro secoli dopo la loro costruzione, sostenne che gli architetti greci conoscevano le illusioni ottiche e deformarono apposta il tempio per ottenere l'”effetto dritto”, una spiegazione poi rilanciata nell’Ottocento.
Tuttavia, secondo Alain Goriely, matematico dell’Università di Oxford, questa spiegazione non regge. Il ragionamento diffuso è che l’occhio umano vede storto ciò che è dritto, quindi i greci costruirono storto per farlo vedere dritto. Ma perché il ragionamento stia in piedi, l’illusione di partenza deve esistere davvero, e Goriely ha verificato che in nessuno dei casi esaminati esiste: una base orizzontale non sembra inclinarsi, una colonna dritta non sembra scavata. E, laddove un’illusione è davvero in principio possibile, la deformazione è così piccola che nessuno la percepirebbe comunque.
Come si legge sulla rivista Royal Society Open Science, Goriely ha analizzato le “correzioni” e le ha verificate alla luce della psicologia della percezione. L‘illusione di Hering “curva” le rette, ma solo se le attraversano linee oblique (e le colonne sono verticali); la curva di 6 centimetri si vede dagli angoli, come sanno i turisti, il che contraddice il suo presunto scopo; il rigonfiamento delle colonne è sotto la soglia di percezione e l’illusione della colonna “scavata” non è mai stata dimostrata. Le colonne d’angolo, infine, sembrerebbero uguali alle altre solo da quattro punti che cadono fuori dall’Acropoli, dentro un edificio o su un pendio.
Per ogni illusione Goriely si è chiesto due cose. La prima è se l’illusione esista davvero, cioè se qualcuno l’abbia mai misurata. La seconda, quando la risposta era sì, è quanto deve essere grande una deformazione perché l’occhio la noti dal punto in cui si guarda il tempio. A quel punto si prende la soglia stabilita dalla psicologia della percezione, la si traduce in centimetri alla distanza di un visitatore e la si confronta con la deformazione che il tempio ha davvero. Se la deformazione sta sotto la soglia, non può correggere niente, perché nessuno la vede; se la supera, l’occhio la vede come una curva, cioè come l’opposto di una correzione che ha lo scopo di far sembrare tutto dritto.
Prendiamo per esempio la base curva. La psicologia sperimentale della percezione ha stabilito che, in condizioni ideali, l’occhio distingue una linea curva da una dritta quando lo scostamento massimo (la “sagitta”, in geometria) supera un angolo visivo di circa 2-7 minuti d’arco. Tradotto in centimetri: da 25 metri, la distanza di un turista davanti alla facciata, la soglia è tra 1,5 e 5 centimetri. I 6 della base sono dunque al limite della visibilità da vicino e spariscono da lontano; e se l’occhio li coglie, li coglie come una curva verso l’alto.
Ma allora qual è la spiegazione vera? La base curva potrebbe essere stata costruita così per far defluire la pioggia: una pendenza di 0,2 gradi, ha calcolato lo scienziato, smaltisce infatti gran parte di un velo d’acqua di un millimetro in una quarantina di minuti (anche se questo non spiega perché la stessa curva si ritrovi anche nell’architrave).
Le colonne d’angolo, poi, sono un caso a parte: reggono due colonnati, gli spazi tra le ultime colonne sono più stretti e i triglifi del fregio devono chiudere esattamente sullo spigolo, quindi averle ingrossate potrebbe essere servito a tenere in equilibrio, all’occhio, il punto in cui cambiano tutte le proporzioni del tempio.
Le colonne d’angolo, poi, sono un caso a parte: reggono due colonnati, gli spazi tra le ultime colonne sono più stretti e i triglifi del fregio devono chiudere esattamente sullo spigolo, quindi averle ingrossate potrebbe essere servito a tenere in equilibrio, all’occhio, il punto in cui cambiano tutte le proporzioni del tempio.
Goriely attribuisce la persistenza del mito delle illusioni ottiche a una serie di errori di ragionamento, a partire dall’idea romantica che i greci fossero insieme matematici, ingegneri e psicologi, quando non era così. La geometria delle parabole e delle ellissi, cioè delle curve che si trovano nel tempio, fu formulata solo un secolo dopo e, quanto alla visione, i filosofi dell’epoca stavano ancora discutendo se la vista nascesse da un fuoco interno all’occhio o da emanazioni delle cose, una base troppo fragile per accorgersi di un’illusione ottica e correggerla.






