Dopo il successo delle prime due edizioni, che si sono tenute a Napoli e a Palermo, quest’anno il Carnevale della Matematica dal Vivo è tornato il 21 e 22 novembre scorsi, ospite del Museo Nazionale di Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, con incontri divulgativi con matematici professionisti e divulgatori esperti, tutti accomunati dalla passione nel raccontare come la Matematica possa essere al contempo bella, complessa, emozionante e, a volte, persino utile. I Rudi Mathematici hanno voluto dedicare un intero reportage all’evento (detto reportage lo trovate anche all’interno della loro tradizionale Newsletter uscita pochi giorni fa, la RM323 per chi fosse appassionato. Qui però alla fine trovate più foto…). Sedetevi comodi, c’è parecchio da leggere. È la nostra lettura delle feste!
«Ma sì! Se spostiamo il tavolo così, quell’altro lo stacchiamo dalla parete,
gli altri due li piazziamo ad angolo così, diciotto persone ci entrano comode…»
«Io ho solo quindici sedie.»
(Dialogo tra un matematico romano e un pizzaiolo milanese di seconda generazione)
Siamo in venti (forse di più) in dieci metri quadrati (forse meno).
Le venti persone (ma quasi certamente sono di più) non si conoscono: magari ci sono fra loro coppie, triplette di amici, ma perlopiù sono sconosciuti ben compressi l’uno all’altro, in forzato e indubbiamente non desiderato contatto fisico, perché i dieci metri quadrati (anzi, sono certamente di meno) fanno una gran fatica a contenerli tutti.
Fuori è buio, fa freddo; fa freddo anche in quei pochi metri quadrati, tant’è che tutte le persone sono intabarrate in giacconi, soprabiti, pantaloni pesanti, sciarpe e berretti (per non parlare delle borse, degli zainetti, delle valigie e valigette che si portano appresso) e nessuna – ma proprio nessuna – si aspettava di trovarsi là dove si trova in questo preciso momento. E di certo nessuna sarebbe stata contenta, se mai glielo avessero predetto.
Nonostante ciò, ridono e sorridono. E ridono tutti assieme, e tutti per la stessa imprevista ragione; senza ritegno, e senza aver sentito una sola parola espressa compiutamente in lingua italiana (né in nessuna altra lingua codificata del pianeta, peraltro).
E a proposito di lingua, confessiamo apertamente di averla cercata, la parola giusta; quella, insomma, che ci servirebbe proprio adesso per spiegare questa storia di persone che si sbellicano dalle risate in una situazione assai scomoda e tutt’altro che programmata. L’abbiamo cercata nei dizionari di carta e in quelli online, ma tutti, spietatamente, ci hanno ripetuto in coro che no, quella parola in italiano non c’è. Ed è un peccato, anche perché nel dialetto centroitalico di chi scrive quella parola esiste, eccome: si tratta di squacquarella, e viene usata quasi esclusivamente nell’espressione “ridere a squacquarella”. Immaginiamo che anche altri dialetti abbiano termini opportuni e specifici per veicolare il significato di un’azione comune a tutti i bambini piccoli, ovvero il loro modo di ridere quando sono molto divertiti. Parliamo di quella risata gorgogliante e spudorata, quella che sembra salire direttamente dalla pancia dei bambini che hanno un’età tra i sei mesi e i due anni, o giù di lì. Quella risata così caratteristica che non sembra neppure possibile che esca da esseri umani così giovani, anche perché da quegli sgorbietti escono quasi sempre suoni di frequenze decisamente più alte e palesemente meno gradevoli. Invece la risata a squacquarella è un segnale misto: una dichiarazione di divertimento accompagnato da stupore e sorpresa, e perfino da un po’ di complicità da parte chi la emette verso chi gli sta di fronte. Forse per questo è contagiosa in maniera irresistibile, sia per gli adulti, sia per gli eventuali coetanei del gorgogliante la cui età si conteggia ancora in mesi e non in quarti di secolo.
E se tutte le venti persone (ma magari erano perfino trenta) ridevano e si divertivano pur restando stretti e schiacciati come le banconote dei riccastri che pagano in contanti, è perché veniva eseguito a ripetizione questo ciclo di azioni: un giovane padre teneva in braccio un bambino (o forse una bambina, non siamo riusciti a capirlo) ancora non in grado di camminare, con il ciuccio di ordinanza in bocca. Il papà glielo toglieva per scherzo senza preavviso, e una ragazza piazzata davanti a loro si esibiva in un’espressione stupita e falsamente scandalizzata. Il piccolo essere umano trovava quell’espressione molto divertente, e scoppiava a ridere. Risata a squacquarella, ovviamente: e come tale contagiava tutte le persone (trentacinque? quaranta?) che gli facevano da pubblico. La piccola esibizione è andata avanti per almeno dieci minuti, forse anche di più, non saprei dirlo, perché a un certo punto sono dovuto scendere.

Fig. 1 Stazione di Vercelli, esterno notte con nebbia.
Sono sceso alla stazione di Santhià, che dista una novantina di chilometri da Milano Centrale, dove siamo partiti, una cinquantina da Torino Porta Susa, dove scenderà Rudy, e una ventina (quasi esatti) dalla stazione di Vercelli, dove il treno su cui siamo saliti a Milano si è definitivamente arreso e ha deciso che non ce l’avrebbe fatta più a trasportare tutta quella gente attraverso le risaie tanto care a Cavour per arrivare fin sotto la Mole. Ma in fondo non avremmo avuto neanche troppo da lamentarci, se solo fossimo almeno un po’ superstiziosi: di presagi di sventura ne avevamo già avuti a bizzeffe (specialmente io).
Il giorno prima, ad esempio, cioè venerdì 21 novembre 2025: consultati gli orari, piazzata la sveglia a un orario antelucano (molto antelucano), considerato e misurato il tempo medio di viaggio in metropolitana (sei fermate della linea verde, numero 2) dalla principale stazione milanese alla ridente via Olona, giungo alla conclusione che quaranta minuti di margine sono più che sufficienti, e lo sarebbero anche se il treno arrivasse con 20-25 minuti di ritardo. E 20-25 minuti di ritardo sono un’eternità, tenendo conto che tutto il viaggio per ferrovia dovrebbe durare minuti 71. È finita che i minuti di ritardo del venerdì mattina alla fine sono stati più di 45, così abbiamo dovuto correre e siamo comunque arrivati in ritardo alla prima conferenza, e io ho dovuto sentirmi nelle orecchie la voce (e nello sguardo leggermi il sorriso beffardo) di Rudy per tutta la giornata, visto che per una volta la sua mania di prendere il treno che arriva due ore prima di quello normale si era dimostrata vincente. «Ma vabbè; è venerdì, giorno lavorativo, Milano chiama lavoratori da mezza Italia ogni giorno, i treni regionali si intasano, per una volta ci può stare… domani è sabato, sarà tutta un’altra storia» ripetevo a me stesso per giustificarmi e scrollarmi di dosso il sorrisetto demoniaco di Rudy. E me lo sono ripetuto anche la sera, quando anche il regionale di ritorno ha diligentemente ottemperato alla promessa del ritardo; ma solo di una ventina di minuti, com’era prevedibile e avevo messo in conto. E anche il giorno dopo – sabato, finalmente! – mi ha visto arrivare a Milano Centrale con neanche un quarto d’ora di ritardo. Precisione svizzera, in pratica.
Ma erano solo presagi, appunto. La ciliegina si mette sulla torta alla fine, e il demone della ferrovia Torino-Milano certi principi dell’arte pasticcera li conosce benissimo; lo showdown lo aveva riservato per il gran finale del ritorno di sabato sera. Tra l’altro, questo quarto dei quattro viaggi è l’unico che Rudy e io affrontiamo sul medesimo treno: vuoi che il Demone si lasci sfuggire l’occasione di prendere i due proverbiali piccioni con l’altrettanto proverbiale unica fava? Nel tenebroso tardo pomeriggio di sabato 22 novembre, con il sole già tramontato da un pezzo ma con l’ora della cena casalinga ancora ragionevolmente lontana, il tabellone luminoso del binario numero 3 della stazione di Milano Centrale già spiega che il treno per Torino, anche se sul binario 3 il suddetto treno ancora non c’è, partirà con cinque minuti di ritardo. Poi i minuti annunciati diventano 10, 15, e vengono registrati puntualmente dopo che gli orologi dei viaggiatori avevano già chiarito la cosa da un pezzo. Il treno alla fine arriva, e si scopre presto che tutta l’Italia a ovest di Milano deve arrivare a cena usando proprio quel treno lì. «Sabato, nessun pendolare», avevo pensato io; ma forse il resto del mondo aveva pensato «Quasi Natale, corriamo a comprare i regali per tempo nel centro della grande metropoli proprio oggi». Ma comunque, alla fine, i due eroici Rudi Mathematici riescono a trovare perfino di che sedersi, e possono concedersi un sorriso di soddisfazione quando sentono il treno partire con appena una mezz’ora (però abbondante) di ritardo.
E il treno procede. Con prudenza, che forse c’è traffico anche sulle vie ferrate, ma procede. Un po’ lento, forse, per lo standard dei treni regionali (che pure non è che siano delle saette), ma procede. Le soste alle fermate previste (Rho, Magenta, Novara…) sembrano prendersi più tempo del dovuto, ma noi siamo vecchi e saggi, abbiamo imparato la pazienza. Solo che poi il treno si ferma fuori stazione, in aperta campagna, e rimane fermo per un bel po’, prima di ripartire. E riparte molto, molto lentamente. Finalmente riesce ad arrivare a Vercelli, e dall’altoparlante interno annunciano una sosta di dieci minuti per motivi tecnici.
L’altoparlante non parla più, neppure quando di minuti ne passano 15, 20, 25. A un certo punto, qualcosa comincia a muoversi, ma non è il treno: sono i passeggeri. Qualche viaggiatore esperto ha capito che sta arrivando il treno che è partito da Milano Centrale dopo il nostro. Ha un discreto ritardo anche quello, ma probabilmente Vercelli sarà il luogo del cruciale sorpasso. E così scatta il movimento migratorio dal treno fermo a quello in moto che sta già arrivando, che ovviamente è già bello pieno di suo, e sarà crudelmente costretto a raddoppiare di volume o di densità di carne umana. Qualche legge della fisica classica sembra imporre che l’aumento sarà a carico della densità, ed è qui che io e Rudy ci separiamo, perché lui è magro e agile e si infila in spazi più piccoli di un atomo di idrogeno, e io sono grasso e lento e rimango stipato, insieme alle già citate cinquanta o sessanta persone nei due o tre metri quadrati dello spazio tra le due porte del vagone.
Ed è qui che, grazie a ripetuti gorgoglii delle risate a squacquarella di un ignoto bebè, passo i dieci minuti migliori dei quattro viaggi in treno fatti tra venerdì e sabato per andare al Carnevale della Matematica dal Vivo che si è tenuto a Milano il 21 e 22 novembre 2025, al Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci.

Fig. 2 Donald Soffritti ha disegnato la fantasmagorica locandina del Carnevale milanese.
Poi ci è venuta in mente un’arditissima metafora, quella che paragona quel treno affaticato alla matematica. Tutti salgono su quel treno, quasi sempre per obbligo, proprio come tutti devono fare i conti (sia in senso metaforico che reale) con la matematica, per almeno tredici anni di scuola. La maggior parte dei viaggiatori non è contenta di prendere il treno, e gran parte degli studenti e scolari non mette la matematica al primo posto tra le materie preferite, nonostante l’assidua frequentazione. Soprattutto, i treni regionali servono, e servono tanto; e poi, all’improvviso e in maniera del tutto inaspettata, riescono a regalare momenti di intenso divertimento, come quelli causati dalla risata di un bambino piccolo.
D’accordo, non è una metafora di travolgente bellezza, e forse la cancelleremo perfino, durante la revisione di questo pezzo; se vi è invece capitato di trovarla ancora scritta nel testo, è solo perché ci piace l’idea di farvi immaginare il Carnevale della Matematica dal Vivo come una specie di risata a squacquarella.
E se diciamo “immaginare” è proprio perché i carnevali – sia quelli della matematica che quelli classici – non sono raccontabili, lo sapete benissimo. Vorreste forse una cronaca dettagliata della sfilata di tutte le scuole di samba, se foste a Rio de Janeiro? Un catalogo preciso delle tonnellate di arance lanciate da Mercenari, Tuchini, Morte, Scacchi, Pantere, Assi di Picche, Credendari, Scorpioni, Diavoli e tutti gli altri aranceri del carnevale d’Ivrea? Desiderereste la precisa successione cronologica dei carri del carnevale di Viareggio, con una meta-analisi di ogni significato allegorico? Certo che no. Lo sapete già, che non si può fare; e se lo facessimo certo dimenticheremmo qualcuno, mancherebbe la foto di qualcun altro, ci scorderemmo un momento topico e cruciale, e soprattutto siamo così in ritardo con questo trecentoventitreesimo numero della rivista che finiremmo quest’articolo solo in primavera. Accontentavi di qualche flash disordinato e, se proprio non vi bastasse, ricordatevene quando, prima o poi, un’altra città, come ha fatto questa volta Milano, si farà carico di organizzare cotanta matematica meraviglia, e venite a vederla di persona.

Fig. 3 Al Museo della Scienza e Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano sanno bene che è tutta una questione di misura, come diceva Renato Caccioppoli.
A proposito di Milano: quando i piemontesi (anche quelli tali solo per adozione) varcano il Ticino, sono sempre pronti a rinnovare la tacita, garbata e secolare contesa tra le due città. Una delle frecce sempre presente nella faretra dei torinesi è quella del clima e del colore del cielo, e la risposta milanese, stavolta, è stata sorprendentemente ambigua: a un venerdì urbano assai umido, uggioso, ucronico e quasi ululante, che già faceva presagire una facile vittoria sabauda e un rapido esaurimento degli aggettivi negativi che cominciano per “u”, Milano ha fatto poi seguire un sabato mattina così eccezionalmente luminoso e terso[1 ]Non c’è contraddizione con la nebbiosa pioggerella vercellese che ha accompagnato, quel giorno stesso, la transumanza da un treno all’altro descritta poco sopra. Il meteo della Val Padana sa essere spesso sorprendente, in ogni senso. che finalmente ci ha fatto capire perché Manzoni, quella volta lì, si è avventurato a scrivere «quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello». E va bene, per stavolta facciamo patta e non se ne parli più. Poi c’è il Museo, di cui non vi parleremo perché non l’abbiamo praticamente visto. A parte i (notevoli!) bagni e la rigogliosa sala dedicata al transatlantico Conte di Biancamano (toh! un altro sabaudo!) non abbiamo avuto tempo né possibilità per vedere molto altro, mannaggia. Ma tanto, come volete che sia un Museo della Scienza, se non bellissimo?
La dea Nemesi colpisce sempre a tradimento, e infatti la prima persona che incontriamo, prima ancora di varcare la soglia fatale, è Maurizio Codogno, ovvero .mau., ovvero quello che qui su Rudi Mathematici abbiamo sempre chiamato PuntoMauPunto, che è ufficialmente riconosciuto come il papà dell’italico Carnevale della Matematica: volevate mica che mancasse a questa terza edizione “dal Vivo” della sua creatura, no? Ce lo ricordavamo alto, e invece lo è di più di quanto asserisse la nostra flebile memoria; ce lo ricordavamo matematico, informatico e sollecitatore, e infatti questo è stato pienamente confermato: la sua maglietta l’abbiamo vista, apprezzata, discussa e Maurizio ce l’ha perfino spiegata riga per riga. Questo non significa che noi la si sia capita, ovviamente: soprattutto l’ultima formula, che dovrebbe avere qualcosa a che vedere addirittura con Leonardo (quello da Pisa, non quello da Vinci).
Il Codogno è vestito sportivo e già freme, perché le cento sedie della sala sono state per tempo invase da classi di studenti e docenti, che hanno iniziato la celebrazione del Carnevale ascoltando Alessandro Benfenati che racconta come funzionano i modelli dell’Intelligenza Artificiale.

Fig. 4 La disorientante maglietta del perfido .mau.
Lui, invece, cercherà di convincere la platea tutta che la matematica si nasconde spesso dove uno non se la aspetta proprio, a meno che non sia pure lui un matematico. Ad esempio, accennerà ai misteri che stanno dietro alle irriducibili (nel vero senso del termine) dimensioni dei fogli A4, oppure sull’imprevedibile peggioramento degli ingorghi causato dall’apertura di nuove strade create apposta per evitarli.
“I matematici bisognerebbe ammazzarli tutti da piccoli” è sempre stata una delle nostre frasi preferite, e personalmente sono convinto che sia fugacemente ricomparsa nella testa di Rudy, a un certo punto. Certo, noi la diciamo per scherzo, soprattutto in ricordo dei ridenti anni dell’università quando, da fisici, ci dilettavamo nei reciproci sberleffi con matematici e ingegneri[2 ]Non immaginavamo neanche lontanamente che anni dopo (e per molti anni) avremmo fatto una fatica del diavolo a convincere la gente che “no, non siamo matematici…”. Ma è tutta e solo colpa nostra, lo sappiamo., ma bisogna capirlo, il prode d’Alembert: aveva in programma una versione torinese del Paradosso di Braess per il suo intervento, e il Codogno gliela aveva appena scippata sotto il naso, riferimento a Torino compreso.
È però assai probabile che, per quanto intenso, l’istinto maucida di Rudy non fosse il massimo, sotto i fregi del transatlantico Conte di Biancamano: subito dopo Codogno, il palco aspetta le dotte discettazioni di Alessandro Zaccagnini, che sono incentrate sull’algebra e la geometria deducibile proprio dagli europeisti (e matematicamente perfetti) fogli di formato A4. Non ci è ancora chiaro se il professor Zaccagnini abbia trattenuto la pugnalata alla Diabolik per la sua evidente e connaturata gentilezza verso il mondo intero (Codogno compreso), o magari solo per ragioni di confraternita, essendo anch’egli matematico.
Nel frattempo, chi se la gode e si diverte perfino nei coffee-break è l’eminenza grigia del Carnevale e di buona parte di tutta la divulgazione matematica italiana. In merito a Roberto Natalini, infatti, esistono essenzialmente solo due scuole di pensiero: quella dei Positivisti Supereroici, che ritengono che Egli, sotto sotto, sia in realtà un alieno, un Kal-El che non si è ancora messo la calzamaglia da Superman (cosa che spiegherebbe anche la sua passione per i fumetti), dacché nessun umano può ragionevolmente fare tutte le cose che fa lui; e quella dei Razionalisti Rivoluzionari, che – curiosamente per le medesime ragioni di fondo – ritengono che non sia altro che un criminale schiavizzatore di un esercito di anonimi precari extracomunitari che lui costringe ai lavori forzati, prendendosi poi il merito delle loro fatiche. Quindi il dubbio permane: quale scuola di pensiero sarà quella più vicina alla verità? Insomma, le sue straordinarie capacità organizzative e l’innata predisposizione alla leadership saranno doti autentiche, o soltanto il risultato di un bluff criminale? Per non influenzare il vostro giudizio non vi diremo come la pensiamo noi e (per completezza d’informazione) ci limitiamo a confermarvi che il “matematico romano” misteriosamente citato nella citazione d’apertura è proprio lui.
- Fig. 5 Lo sappiamo, Alessandro Benfenati sembra più una rockstar che un matematico, ma che possiamo farci, noi?
- Fig. 6 Caldo bagno di folla per un infreddolito prof. Zaccagnini.
- Fig. 7. Roberto Natalini se la ride.
Certo, si dovrà anche ammettere che, a voler pensar male, un certo grado di schiavizzazione, pur in questo sancta sanctorum della Scienza, lo si nota. Guardate Francesca Carfora, ad esempio: anni fa si è accollata l’organizzazione del grandioso Primo Carnevale della Matematica dal Vivo a Napoli, una cosuccia che deve esserle costata il corrispondente delle Dodici Fatiche di Eracle, eppure eccola qua, a mille chilometri da casa, a incantare fanciulle e fanciulli con tutta la matematica che gronda dai dati satellitari. Oppure guardate, se ci riuscite, Nicola Parolini, che proprio in questi giorni sta facendo la medesima dozzina di erculee imprese, organizzando questo Carnevale milanese. Non ci riuscite, a guardarlo? Non lo trovate? E per forza, con tutto quello che ha da fare… è così ubiquo che i servizi segreti occidentali sospettano che sia un agente segreto nemico.
Quando poi, dopo un memorabile pranzo in pizzeria con tanto di Tetris giocato con tavolini rossi, la sessione pomeridiana riprende con le immagini in bianco e nero de “Il Mastino dei Baskerville” scelte da Paola Causin per dimostrare che una cosa è arrivare a una soluzione partendo dalle premesse, tutta un’altra è ricostruire le premesse partendo dalla soluzione, noi riusciamo a seguire solo con un occhio la brillante conferenza che istruisce sulle gioie e dolori del procedimento deduttivo (o sarà induttivo?) retrogrado. Paola dovrà perdonarci, perché si capiva benissimo che era un talk interessante, ma noi eravamo già entrati in fibrillazione perché, dopo di lei, toccava a noi.
Ma anche a raccontarla così come la raccontiamo – avete visto? – non funziona mica tanto bene, la narrazione di questo Carnevale. Gli è che sembra comunque una cosa dritta, lineare, sequenziale, e invece no. Va bene, tra venerdì e sabato ci sono state tante conferenze, ma che dire dei laboratori? Soprattutto, che cosa possiamo dirne noi, che non siamo riusciti a vederne neppure uno?
- Fig. 8 Francesca Carfora addomestica i satelliti.
- Fig. 9 Probabile immagine di Nicola Parolini (fonte: CIA, Langley, Virginia, USA).
- Fig. 10 Paola Causin sulle orme di Sherlock Holmes.
Mentre noi ciondolavamo con savoir-faire come fanno gli imbucati ai cocktail party hollywoodiani, indossando un’aria da frequentatori abituali di convegni sia dell’UMI che dell’IMU, da qualche altra parte eroi militanti della divulgazione matematica affrontavano schiere di studenti faccia a faccia, senza neppure la protezione di un palco o il vantaggio di un microfono da brandire minacciosamente. Erano gli strenui protettori degli avamposti, gli intrepidi creatori dei laboratori di matematica. Sappiamo che dovevano stare lì, nel museo, in qualche trincea che non siamo riusciti a scovare, e che pertanto non sappiamo raccontare. Saranno riusciti Michele Capolongo ed Enrico Miotto a inoculare in una frotta di giovani menti il virus benefico delle geometrie musicali? L’irrefrenabile Alice Raffaele avrà davvero assegnato olimpiche medaglie ai campioni dell’ottimizzazione?
E quale gruppo di feroci granatieri si celerà sotto la misteriosissima sigla FDS? I servizi di controspionaggio (gli stessi che sono a caccia di Parolini) sospettano che si tratti di terroristi di un sedicente Fronte dello Sfracello; altri che si tratti di benintenzionati studenti di ingegneria che in prima battuta avevano costituito il gruppo di autoaiuto Forse Dovremmo Studiare e che poi, a fronte di un successo inaspettato, abbiano artatamente travestito l’acronimo in Formazione Didattica Sperimentazione, ma ci sembra un’ipotesi molto debole. Da parte nostra, sospettiamo che ne facciano parte almeno Domenico Brunetto, Giulio Magli e Monica Mattei, ma non testimonieremmo la cosa in tribunale. Fatto sta che tra piegature di fogli, origami, prospettiva e nastro di Möbius hanno praticamente tagliato le gambe a chiunque avesse voluto competere. Poco sportivi come sempre, questi politecnici. Fanno sempre così, loro: si specializzano. Nessuno spazio al pensiero poliedrico e saltapicchiante, solo specialisti duri e decisi come corazzieri a cavallo. Tutta un’altra storia, invece quella degli intrattenitori multitasking, che invece zompettano da Sala Biancamano ai misteriosi antri sperimentali (ma davvero, dove li avranno messi, poi, i laboratori? Chiedo per un amico…) manco fossero cellule staminali ancora indecise su quale strada prendere all’interno dell’organismo. Stakanovisti persi, altra gente da cui stare il più lontano possibile, pena passare per pigri sfaccendati.

Fig. 11 Il vero volto di Claudia Flandoli.
Carfora, ne abbiamo già parlato, no? Ecco, oltre al talk ha messo in piedi anche un laboratorio giochi matematici a squadre, ricchi premi e cotillons. Sandra Lucente e Alberto Saracco, ne abbiamo già parlato, no? Ah no? Davvero? Vabbè, è solo perché nella cronaca eravamo ancora fermi al venerdì pomeriggio e loro hanno invece intrattenuto il pubblico con conferenze il sabato. Ma credete che Saracco (noto ai lettori di RM come “il Geometra”) non abbia colto l’occasione di fare anche un laboratorio sui Ponti di Quackenberg? Ma figuriamoci…
Sandra Lucente non poteva fare un laboratorio perché ogni sua conferenza è un laboratorio, che gli spettatori lo vogliano o meno. È famosa per piazzare una borsa sul tavolo e tirar fuori oggetti imprevisti e improbabili, e usarli per parlare di matematica (a volte per mostrarne curiose caratteristiche, altre volte come minacciosi oggetti contundenti verso spettatori poco partecipi). Ma è difficile, quasi impossibile, non essere partecipi: e comunque è assai più prudente fare da pubblico partecipe ai suoi talk piuttosto che farle fare da moderatrice ai propri. Nelle notti più cupe, mi capita ancora di svegliarmi urlando per l’incubo che possa ripetersi quanto accaduto al Salone del Libro del 2017, quando, dopo aver spiegato al pubblico torinese il Teorema di Weierstrass in pugliese, mi ha costretto a improvvisare lì per lì una declamazione del medesimo teorema in versi.
Di cosa stavamo parlando? Ah sì, che siamo abituati a prove difficili, ma come diamine possiamo parlare dei laboratori se non ne abbiamo visto neanche uno? Elenchiamo i nomi dei curatori come fosse la formazione della nazionale campione del mondo del 1982? Daniele Aurelio, Giulia Bernardi, Francesca Bonizzoni, Michele Botti, Alberto Ceselli, Ivan Fumagalli, Giovanni Righini, Luca San Mauro, e l’ubiquo Marco Menale (che non c’è mai ma c’è sempre anche quando non c’è), aggiungete voi quelli già citati più sopra e copriamo tutti i ruoli, riserve comprese. Poi, per carità: con qualcuno abbiamo persino parlato: il sornione San Mauro ci ha rifilato di straforo un post-it chiedendo di scriverci sopra il numero più grande possibile; Daniele Aurelio vigilava su tutto cercando di non farsi notare, ma tanto era riconoscibilissimo perché aveva al collo gli anelli rotolanti di Adam Atkinson; Giulia Bernardi frequenta Strambino e non la si può non riconoscere, e poi ama la matematica come Daniela Molinari, che non teneva laboratori ma era lì anche lei, a fare il Carnevale dal Vivo, oltre che quelli in rete.
- Fig. 12 L’affaire Weierstrass, Torino 2017.
- Fig. 13 Rudy d’Alembert è molto fiero della sua cravatta.
- Fig. 15 Piotr Silverbrahms sembra invocare la protezione di Emmy Nöther.
Ma è tutto un divenire, come diceva Eraclito, e che ci crediate o meno, il divenire continua imperterrito, anche adesso che non abbiamo più la forza nemmeno di finire questa cronaca come si deve. Arrivano nuove foto, e sono piene di momenti dimenticati in quest’articolo, e mostrano magicamente sequele di ragazzi che si accalcano nei laboratori (ma alloraesistevano, esistevano davvero!) e noi siamo ancora fermi a venerdì sera, ci manca ancora sabato. Quel sabato in cui Alberto Saracco parlava di elezioni e gelatai, quel sabato in cui Sandra Lucente ripassava il capolavoro di Douglas R. Hofstadter (che a pensarci adesso ci fa pure impressione l’idea d’averlo conosciuto), il sabato in cui Luca Dedè ha raccontato dell’IA e del lavoro che sta facendo insieme ad Alfio Quarteroni, il sabato in cui il solito furbastro di Roberto Natalini si è accaparrato un talk condiviso con la divina Claudia Flandoli, la più grande disegnatrice di conigli fibonacceschi del mondo, il sabato in cui – e anche questo lo abbiamo scoperto solo dopo – abbiamo mancato per un soffio l’anello di congiunzione con il reportage precedente, quello della visita al CERN di Ginevra, che per un attimo è stato tentato di varcare il cancello di via Olona 6B, ma il cancello era chiuso, e poi era già ora di pranzo.
Tutto si tiene e tutto cambia sempre, figuriamoci come e quanto possa farlo in un carnevale, che per definizione riesce bene solo se è mobile, disordinato, irrequieto, pazzo, rumoroso e creativo. E qui la smettiamo davvero, in maniera decisa e improvvisa, come fosse la risata a squacquarella di un bambino.

Fig. 15 I Magnifici Sette (musiche di Elmer Bernstein)
Rudi Mathematici
Gallery riassuntiva del Carnevale della Matematica dal vivo di Milano 2025 (in progress? Avete altre foto? Mandatecele!!)
Note e riferimenti
| ⇧1 | Non c’è contraddizione con la nebbiosa pioggerella vercellese che ha accompagnato, quel giorno stesso, la transumanza da un treno all’altro descritta poco sopra. Il meteo della Val Padana sa essere spesso sorprendente, in ogni senso. |
|---|---|
| ⇧2 | Non immaginavamo neanche lontanamente che anni dopo (e per molti anni) avremmo fatto una fatica del diavolo a convincere la gente che “no, non siamo matematici…”. Ma è tutta e solo colpa nostra, lo sappiamo. |


























































