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Ha aperto i battenti sabato 20 giugno, in una Pisa già rovente e infestata di zanzare, la mostra Congetture Isomorfe, di Francesco Zavattari, che si tiene presso il Museo degli Strumenti di Calcolo. La nostra inviata speciale Silvia Benvenuti è andata a vederla.

L’occasione è di quelle da non perdere: quel fine settimana sono di passaggio a Pisa e Alice, Pr dell’inaugurazione e mia buona amica, è solitamente garanzia di successo degli eventi che organizza. Anche troppo, a dire il vero: arrivo col mio solito quarto d’ora accademico, schivando strategicamente i pistolotti introduttivi, e le sale che ospitano l’allestimento sono piene zeppe di gente, tanto che in prima battuta non c’è verso di entrare. Il che, col caldo che fa, non aiuta. Per fortuna gli organizzatori, che sanno evidentemente il fatto loro, hanno assoldato una brava cantante per intrattenere il pubblico ritardatario mentre i puntuali visitano la mostra, e soprattutto hanno previsto, a fianco di un buffet diciamocelo un po’ minimalista, abbondanti forniture di prosecco con le quali allietare l’attesa.
Osservo perplessa un paio di ragazzotte dal look particolarmente trendy, chiedendomi quanto sono rimasta indietro, rispetto agli ultimi strilli della moda italiana. La perplessità diventa quasi sgomento quando noto un ragazzotto, peraltro piuttosto piacente, vestito perfettamente in stile con le signorine di cui sopra. Che a Pisa sia venuto di moda, almeno nelle nuove generazioni, vestirsi come se si fosse appena fatto il bagno in un barattolo di tinta per muratori?!

Un primo arcano viene con mio grande sollievo svelato quando vedo i tre, affiancati da altri/e di analoga parvenza, che inizano a muoversi un po’ troppo sinuosamente per essere semplici passanti: sono ballerini, assoldati assieme alla cantante per complementare, in occasione dell’inaugurazione, la mostra stessa. E sono anche bravini, come comprovo guardando l’esibizione.

Fig. 1 Ballerini all’inaugurazione

Il secondo arcano, relativo più nello specifico al look dei nostri giovani ballerini, mi si svela quando, facendomi finalmente largo a gomitate nell’ingresso del Museo degli Strumenti del Calcolo, sede dell’allestimento, una ragazza dal sorriso disarmante mi piazza in mano, oltre alla locandina dell’evento con segnalibro assortito, un vasetto colorato che per un secondo, in modo del tutto irrazionale, spero essere crema per il viso, ma rivela invece essere la versione tascabile delle vernici suppostamente usate dall’artista per comporre le sue tele, che gentilmente Cromology Italia, sponsor della mostra, offre ai convenuti dell’inaugurazione, per la gioia dei loro figli, che si sbizzarriranno a usarli per decorare mura, divani e tutto il raggiungibile e non. Incitazione a delinquere. Soppesando il vasetto, probabilmente un po’ alticcia a causa del mio passaggio obbligato al bancone del bar, vengo colta da irrefrenabile quanto idiota ilarità al constatare che sono a una vernice … con la vernice. Che cretina! Menomale l’ambiente è tanto informale che nessuno si accorge dei miei inopportuni sghignazzi, che trasformo con risultati discutibili in acuti singulti mentre fingo un improbabile attacco allergico.

Nonostante abbia ormai superato il primo sbarramento, le sale sono ancora tanto piene che non riesco ad avvicinarmi alle opere, e decido quindi di riposarmi un attimo su quello che, oimé, evidentemente non è un divano. Devono essere in tanti a scambiarlo per tale, comunque, se si è sentita l’esigenza di posizionarvi sopra l’etichetta di Figura 2. E qui veniamo al primo dettaglio positivo della mostra: la location in cui è stata allestita, su suggerimento di Alice, ovvero il Museo degli Strumenti del Calcolo. Il fatto che le opere siano posizionate in stanze che già di per sé sarebbero belle da visitare, è senza dubbio un punto di forza dell’esposizione stessa.

Fig. 2 Questo non è un divano!

Devo anzi dire la verità: non fosse che la cosa si svolge proprio in quella sede, e non fosse che all’inaugurazione mi ha invitata Alice, non sono sicura che l’avrei mai vista, questa mostra. E questo perché il titolo, da matematica, mi irrita un po’. Sono isomorfi due spazi, due varietà, due oggetti topologici o geometrici, non due congetture. Associare i due termini, “congetture” e “isomorfe”, di per sé dotati di un ben preciso (o precisabile) significato matematico, in un’espressione, “congetture isomorfe”, che ne è del tutto priva, mi aveva a prima vista provocato un’istintiva reazione di rifiuto. Un po’ come quando sento l’espressione “ce l’ho nel Dna”, o “attacca i neuroni”. Come parlare di “menopausa androgenetica” a un medico, o di “emendamento contumace” a un avvocato. I termini tecnico/scientifici usati a sproposito mi fanno brutto, è più forte di me. Fortunatamente, però, il miraggio di un bianco ghiacciato in buona compania è più potente di qualunque pregiudizio e quindi sono qui, pronta a ricredermi. Del resto, accostare due termini scientifici sostanzialmente a caso, perché l’accostamento suona bene, è una cosa perfettamente lecita, se a farlo è un artista. Che con tale titolo, probabilmente, vuole fare ammissione da una parte di ignoranza (la matematica non è quello di cui mi occupo) e dall’altra di curiosità (però mi piace l’idea di usarla come spunto per le mie opere). Il che, se ci pensate, è proprio l’atteggiamento più auspicabile, da parte sua: parlare di congetture isomorfe è alludere alla matematica, suggerire il fascino che esercita su di noi, giocare con la matematica, senza però fare matematica per davvero. E proprio questo è lo spirito di Francesco, chiaramente affascinato dai personaggi e dai risultati di una matematica che, però, non conosce appieno né vuole (e soprattutto né deve!) spiegare. Questo è in fondo il compito principale dell’artista: prendere ispirazione da domini estranei alla sua formazione ed esperienza quotidiana, e metabolizzare le suggestioni così ricavate per fornirne la sua personale lettura, che spesso risulta poi illuminante anche (quando non soprattutto) per gli specialisti del campo in cui l’artista ha fatto la sua fugace incursione.

Io, per esempio, da buona (be’, via, diciamo passabile) matematica, trovo particolarmente significativa l’ubiquità della rete, che caratterizza l’allestimento pisano della mostra: Francesco mi spiega che, in qualche senso, la rete per lui rappresenta la presenza, nella matematica, di una contenzione, di un insieme di princìpi che impediscono alla mente di esplodere. E io mi esalto nell’associare questa rete al pensiero ineffabile di quel grande che fu Imre Toth, secondo il quale «[la matematica] è la scienza della libertà»: è proprio questa rete che ci rende liberi, liberi di essere creativi e immaginare tutto quello che vogliamo, a patto di rispettare poche ma fondamentali regole del gioco. Artista e matematica, Francesco e io, ci incontriamo dunque nell’idea di una rete che non è una gabbia, ma è anzi tutto il contrario.

Fig. 3 Ubiquità della rete

Intimamente gratificata dal pensiero filosofico appena maturato nonostanze caldo folla prosecco e zanzare, mi addentro nelle sale dell’allestimento, piombando dritta dritta sul quadro che rappresenta nientepopodimeno che la Congettura di Poincaré: la solita rete intrappola una specie di pallone da calcio sgonfio e deformato, allegramente colorato sui toni dell’azzurro, del giallo e del marrone. Una scritta, che attraversa il quadro in diagonale ed è composta di due frasi che vanno lette però nell’ordine inverso a quello di apparizione, ci informa che «soit une varieté compacte V simplement connexe a 3 dimensions, sans …» – e qui bisogna indovinare senza che – «alors V est homeomorphe a une hypersphere de dimension …» – e qui devi scoprire il numero finale: se indovini entrambi, vinci l’enunciato della congettura stessa. La dimostrazione, ovviamente, è un altro paio di maniche…

Fig. 4 Congettura di Poincaré

A proposito di dimostrazione, trovo Alice assorta di fronte a una tela davvero molto bella, che quasi mi ipnotizza, nonostante il colore dominante sia il rosso, che odio da sempre – nemmeno la mia analista ha ancora capito perché, sarà certo colpa della mamma: mi avvicino e Alice passa all’attacco…ach…non mi ero accorta…la targhetta segnala che si tratta della prova ontologica dell’esistenza di Dio. So bene che dovrei sapergliela spiegare, mannaggia, e ora come me la cavo? Temporeggio, poi complice Francesco (o chi per lui ha scritto le targhette) mi salvo in corner osservando che “la prova esplode dal centro, con i suoi assiomi, definizioni e teoremi descrivendo un Dio dai colori imperscrutabili”: attacco con l’odio atavico del rosso, Alice mi guarda un po’ storta e poi desiste…fiuuu!

Fig. 5 Prova ontologica dell’esistenza di Dio

Perplessione mi assale di fronte alla tela dedicata ai numeri di Fibonacci e alla sezione aurea. Da una parte, mi spiace che ci siano: da una mostra in cui l’artista ha il coraggio di affrontare temi elitari come i teoremi di incompletezza di Gödel, l’ipotesi di Riemann, i nodi di Cebysëv, l’equilibrio di Nash, mi aspetterei più originalità. E invece, ancora una volta, non c’è verso di parlare di matematica e arte senza incappare nel peraltro giustamente celebre Leonardo Pisano. D’altra parte, a prima vista la tela presenta pure qualche errore: vedo distintamente, nonostante i fumi dell’alcol e del vapore antropico, un 4, un 6, un 10 e altri intrusi, e sono sul punto di farlo notare a Francesco. Poi però mi accorgo che i numeri,  intrusi e non, sono armonicamente disposti a comporre un bel triangolo, e non uno qualunque: si tratta infatti di quello, famoso, di Tartaglia, che ha in effetti una relazione con la successione di Fibonacci, tra l’altro non del tutto elementare…insomma non è esattamente un improvviso, questo Francesco.

Fig. 6 Numeri di Fibonacci

E in effetti Francesco reinterpreta praticamente tutte le hit della matematica – e tutti i suoi personaggi più affascinanti – e li restituisce allo spettatore in un gioco di forme e linee esaltate e rese a volte quasi stridenti dal colore, vero protagonista dell’esposizione: dalla congettura di Poincaré all’ultimo teorema di Fermat, dai teoremi di incompletezza di Gödel all’ipotesi di Riemann, dai nodi di Cebysëv alla macchina di Turing, dalla formula di Eulero all’equilibrio di Nash, ce n’è per tutti i gusti.

Bello anche leggere le targhette abbinate alle opere, in cui un’asciutta sintesi del concetto matematico rappresentato si affianca alle parole con cui l’artista stesso lo descrive. In alcuni casi, i due paragrafi sono meravigliosamente non isomorfi: se uno dei due sia solo congettura, sta alla sensibilità di ciascuno valutarlo. Certo, da questo esercizio tale sensibilità non può che uscire rafforzata. Accidenti che pensieri profondi, penso con un misto tra stupore e malcelato orgoglio.

Col suo incedere sempre un po’ sfavato, stoicamente munito di giubbotto di pelle stile Fonzie (come ho già fatto notare ci sono almeno 30 gradi), arriva infine la migliore approssimazione a un fidanzato di cui sono in grado di disporre negli ultimi tempi: matematico anche lui, scomoda Villaggio prendendo a prestito una delle sue espressioni più abusate. Non tutti abbiamo gli stessi gusti, del resto. Ma il suo senso critico è particolarmente accentuato, specie nei confronti delle cose che piacciono alla sottoscritta. Sicuramente comunque, mi fa pensare questo primo piccolo test di gradimento, la mostra non piacerà a tutti. Sono convinta, però, che visitarla con sguardo critico e mente aperta possa essere un’esperienza arricchente, sia per chi vi si accosta proveniendo dall’arido mondo della matematica (che forse tanto arido non è) sia per chi proviene da quello dell’arte (che magari a quello precedente non è proprio così ortogonale).

Epilogo (o forse no?!)

Evidentemente quel mio ultimo pensiero, elaborato sull’onda dell’entusiasmo per l’inaugurazione, dev’esser stato condiviso da molti: dato il grande successo, l’allestimento pisano è stato prorogato fino al 22 dicembre, mentre allestimenti futuri si vanno delineando in altre sedi, in Italia e all’estero. A contorno dell’esposizione, inoltre, le strutture del Museo del Calcolo ospiteranno nei prossimi mesi molte altre iniziative di carattere divulgativo, mirate a presentare alcuni dei grandi matematici cui Francesco si è ispirato nel progettare le sue tele. Purtroppo mi sono persa – e voi di conseguenza – l’aperitivo di apertura della serata del 29 settembre, in concomitanza con la notte dei ricercatori, in cui prima Francesco stesso ha guidato i presenti alla scoperta delle sue opere, e poi Fabio Gadducci ha presentato un intervento sul tema “Dalla logica all’informatica, passando per Gödel”. Facciamo però forse ancora in tempo a gustarci l’intervento di Pier Mario Pacini, che parlerà il 6 settembre dei giochi di Nash, o quello del 13 ottobre in cui Roberto Dvornicich racconterà il piccolo e l’ultimo teorema di Fermat. Sarà il 20 ottobre, in occasione di “Bioinformatiha” (titolo che irrefrenabilemente esalta la mia natura labronicopisana – un ossimoro, lo so) che Nicoletta di Francesco parlerà di Turing e la sua macchina, per finire il 27 ottobre con Massimo Caboara, che presenterà “Tartaglia, un matematico del cinquecento” (quello del triangolo di cui sopra, che curiosamente spesso costituisce uno dei pochi ricordi non del tutto terrificanti della matematica che si studia a scuola).

Tanti eventi, dunque, in un bel contesto in cui scienza, tecnologia e arte trovano una loro armonizzazione naturale: cosa aspettate a precipitarvi?!

A Pisa, dal 10 Giugno al 22 dicembre 2017
Museo degli Strumenti per il Calcolo
Curatori:
Cláudia Almeida
Ingresso gratuito
Orari: lunedì 9:00 – 13:00, dal martedì al venerdì 9:00 – 17:00, chiuso sabato e domenica

Telefono per informazioni: +39 02 66983707 –  Sito ufficiale: http://www.fondazionegalileogalilei.it

Locandina degli eventi di ottobre

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