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Il pressing difensivo è determinante in una partita. Lo si può quantificare per capire quando funziona. Ce ne parla Marco Menale.

“Dobbiamo fare più pressing”. È una delle frasi più frequenti nel calcio: in panchina, nelle interviste e tra amici al bar. Ma cosa significa un buon pressing? Perché a volte una squadra corre tantissimo e non recupera una palla, mentre altre volte bastano due scatti coordinati per far saltare l’azione avversaria. Se per l’attacco esistono metriche popolari come gli xG, la fase difensiva e, quindi, il pressing rischiano di rimanere solo qualitative. Con la matematica e i dati a disposizione possiamo quantificare l’efficacia del pressing.

Ci rifacciamo ai risultati dell’articolo “The keys of pressing to gain the ball: Characteristics of defensive pressure in elite soccer using tracking data” di L. Forcher, L. Forcher, L.,  S. Altmann, D. Jekauc, e M. Kempe. Usano i dati della Bundesliga per rispondere a una domanda: quali caratteristiche del pressing difensivo aumentano la probabilità di riconquistare palla? Per farlo selezionano solo possessi deliberati della squadra in attacco, ossia sequenze non casuali, con una durata minima e un certo numero di passaggi consecutivi. I ricercatori guardano cosa accade negli ultimi dieci secondi prima che l’azione termini. Distinguono da un lato il pressing vincente, che finisce con un recupero palla; dall’altro quello fallimentare, che si chiude senza riconquista.

L’obiettivo è rendere il pressing una quantità misurabile. E qui la matematica entra in scena con geometria e statistica. Viene individuata un’ellisse attorno al portatore di palla, orientata lungo la direzione più pericolosa, cioè verso la porta. In particolare, è più estesa davanti e più corta alle spalle (Figura 1). Questa scelta ha un motivo: fare pressing non significa solo avvicinarsi, ma chiudere spazio e tempo nella direzione in cui l’attaccante può faer più male. Un difensore che arriva frontalmente toglie più soluzioni all’attaccante, rispetto a uno che rincorre da dietro. Ecco perché difendere stando alle spalle dell’attaccante non è una buona soluzione.

pressing

Figura 1. L’ellisse intorno al portatore di palla. Fonte: The keys of pressing to gain the ball – Characteristics of defensive pressure in elite soccer using tracking data. Forcher, L., Forcher, L., Altmann, S., Jekauc, D., & Kempe, M. (2024).

Una volta definita questa ellisse, i ricercatori costruiscono una funzione di pressing che dipende dalla distanza (e dalla posizione relativa) tra difensore e portatore di palla. Dentro la zona il pressing cresce progressivamente: più il difensore entra nella regione critica, più il valore si avvicina al massimo. Così, il pressing non è più una parola, ma una variabile che si può seguire nel tempo. Il modello diventa realistico.

Sono i dati a fare il resto. I ricercatori calcolano il pressing a intervalli di un secondo (da dieci secondi prima fino all’istante finale) e confrontano le distribuzioni tra azioni vincenti e fallimentari. Primo, le azioni che terminano con recupero palla hanno, in media, pressing più alto: circa \(14,47\) contro \(12,87\). La differenza può sembrare piccola, ma il calcio è fatto di eventi rari ed è a punteggio basso: pochi punti possono separare un passaggio vincente a liberare un compagno di squadra da un errore forzato. Inoltre, è nella parte finale dell’azione che il pressing cresce in modo deciso.

Infine, si distinguono tre tipi di pressing: sul portatore, sul gruppo vicino alla palla e sull’intera squadra. E la gerarchia è netta: il pressing vincente è quello sul portatore di palla e nelle zone immediatamente vicine, lo è meno quello sull’intero campo. Dunque, non basta essere aggressivi in generale. Serve concentrare risorse dove si decide la giocata e far collassare le opzioni a disposizione del portatore nel momento giusto.

In definitiva, il pressing non è una questione di chilometri percorsi. È una questione di geometria e di tempo: come ti posizioni rispetto alla palla, come orienti la chiusura verso la direzione di minaccia, e, soprattutto, quando scegli di alzare davvero la pressione. Ancora una volta la matematica e i dati aiutano allenatori, giocatori e anche le chiacchiere al bar.

 

 

Marco Menale

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