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Lo scorso 10 luglio sono stati presentati i risultati delle prove INVALSI 2019 presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari alla Camera dei Deputati. Pietro Di Martino propone alcune considerazioni a margine dei commenti che si sono susseguiti nei media e sul web.

La restituzione dei risultati delle prove INVALSI è sempre un avvenimento che accende i riflettori sul mondo della scuola: dopo la presentazione dei dati infatti si susseguono commenti su giornali, televisioni e social.

Se questo interesse per la scuola e i suoi risultati – sicuramente molto più flebile durante tutto il resto dell’anno – è sicuramente un fatto importante, la natura e il contenuto dei commenti appaiono più problematici. E proprio su questo mi vorrei soffermare, con un intervento un po’ schematico (per renderlo più breve) sui due punti che mi stanno più a cuore. E a questo proposito invito tutti, prima di commentare a loro volta, a farlo almeno sulla base della lettura del Report.

1) La differenza tra osservazione e interpretazione.

Al di là del valore informativo che ognuno può attribuire ai risultati delle prove INVALSI (agli estremi chi è molto critico e pensa che non dicano niente e chi li ritiene gli indicatori migliori del livello di competenza in una certa area) molti commenti sembrano ignorare (non so quanto consapevolmente) il principio cardine del bellissimo libro di Rosetta Zan “Difficoltà in matematica. Osservare, interpretare, intervenire”: la differenza tra osservazione e interpretazione.

L’osservazione in questo caso sono i risultati degli studenti italiani (in matematica, italiano, inglese) nelle prove INVALSI, tutto il resto (se c’è) è interpretazione e dunque suscettibile di essere messa in discussione.

A me quest’anno hanno molto colpito i commenti (le interpretazioni) sulle prove INVALSI di Italiano. Il 13 luglio Augias all’interno della sua rubrica di risposta alle lettere dei lettori scrive: “Gli ultimi drammatici dati sulla ridotta capacità di leggere, scrivere e capire un testo di molti giovani…”. Ma siamo sicuri che i dati INVALSI dicano proprio questo? Se sì, soprattutto sulla lettura, dovremmo comunque interrogarci sugli altri, quelli meno giovani, visto che l’ultima rilevazione ISTAT (pubblicazione fine dicembre 2018) ci dice che: “La quota più alta di lettori si riscontra tra i ragazzi di 11-14 anni. Il 12,7% è un lettore ‘forte’, ossia legge almeno un libro al mese”.

Non potrebbero i risultati INVALSI dirci che davanti ad un testo i ragazzi non si pongono certo domande, ma altre? O che fanno fatica a capire un certo tipo di testo o ancora che non sono interessati a capire quel tipo di testo (mentre invece ad esempio si emozionano, capiscono e interpretano testi di canzoni scritte da loro coetanei che a noi sembrano spesso senza significato).

Il punto è che, come sottolinea Rosetta Zan, l’interpretazione dovrebbe essere un’ipotesi di lavoro e come tale da una parte, per sua natura, suscettibile di essere messa in discussione (insomma non una verità assoluta), dall’altra operativa. E invece, nei commenti, le interpretazioni vengono riportate come fossero osservazioni, verità indiscusse e indiscutibili e, soprattutto, tipicamente non sono operative perché associate a fattori incontrollabili (e consolatori).

Succede così che, come giustamente ha sottolineato il presidente della Commissione Cultura della Camera, l’Onorevole Luigi Gallo, dopo l’ondata di commenti più o meno preoccupati per i risultati INVALSI, tutto finisce, si spengono i riflettori sulla scuola e non si lavora, né si investe, sull’educazione e le sue eventuali problematiche (che possiamo riconoscere a prescindere dai risultati delle prove).

2) Il declino continuo.

Una ricerca (molto interessante) sulle difficoltà in matematica nel passaggio tra scuola secondaria di secondo grado e università riporta l’intervista ad un docente universitario che piuttosto severamente dichiara: “Sono un docente universitario che ha deciso di affrettare l’uscita dal servizio perché gli studenti che ci manda la scuola secondaria sono ormai del tutto ignoranti e sprovveduti”.

Ebbene, questa ricerca – condotta dal gruppo di Beppe Accascina e dal titolo eloquente “La strage degli innocenti” – è datata 1998: più di 20 anni fa!

Fa abbastanza specie leggere e sentire gli stessi commenti: si vuol passare l’idea che in Italia si sia passati da un periodo d’oro dell’istruzione (tipicamente identificato nel pre ’68) ad una rovina completa della quale non si vede il fondo. È una convinzione, seppur molto diffusa, piuttosto bizzarra: basta leggere i dati sull’analfabetismo e sulla scolarizzazione in Italia (vedi tabella) per metterla in discussione (e per mettere in discussione anche il senso di confrontare due scuole così diverse).

Da qualche anno – almeno una decina – si usa questa chiave di lettura per invocare un sano ritorno alla scuola del passato: quella che “educava bene” e che non si perdeva dietro alle difficoltà degli allievi, che quando c’era da bocciare bocciava senza pietà (sempre i soliti ovviamente, ma questo è un dettaglio), quella che premiava il merito (come se il compito principale della scuola dell’obbligo fosse questo tra l’altro).

E anche quest’anno molti commenti ai risultati INVALSI – che tra l’altro parlano di alcuni miglioramenti in termini assoluti – sono andati in questa direzione. Due tra tutti: Silvia Ronchey e Massimo Recalcati che scrive: “Ecco perché io sono — anacronisticamente o, se si preferisce, novecentescamente — tra quelli che credono ancora nel modello tradizionale della lectio ex-cathedra. È solo la testimonianza dell’insegnante e della sua parola che può accendere o spegnare il desiderio di sapere negli allievi”.

L’aspetto divertente o tragico (decidete voi) – al di là delle idee pedagogiche che esprimono e che, credo si sia capito, non condivido – è che parlano di una scuola che evidentemente non conoscono. Leggendo questi interventi uno si immagina una scuola dove la lezione frontale sia bandita, fatta di sperimentazioni e lezioni laboratoriali, dove il digitale (dipinto come il diavolo) impera: non è così, seppur ci sia chi, coraggiosamente e spesso con poco sostegno, ci prova.

La scuola di tutti e per tutti è complicata, sempre più complicata e, a mio avviso, avrebbe bisogno di guardare avanti e non indietro. Speriamo dunque che ci possa essere davvero, come dichiarato dall’Onorevole Gallo, una nuova consapevolezza dei bisogni della scuola e della complessità delle sue sfide e un investimento importante sull’educazione.

Certo, i primi segnali dati nella nuova legislatura non sono incoraggianti in questo senso: il ritorno indietro di 30 anni sul reclutamento insegnanti della scuola secondaria (di primo e secondo grado), con la cancellazione di qualsiasi percorso di formazione iniziale, è molto preoccupante in quest’ottica (ne abbiamo parlato di recente nel nostro comunicato CIIM).

Pietro Di Martino

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