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Raffaella Mulas ha recentemente ricevuto il premio “Donna di Scienza-Giovani” al Festival della Scienza di Cagliari. La notizia data dall’agenzia giornalistica ANSA ci ha incuriosito e abbiamo chiesto a Chiara de Fabritiis (coordinatrice del Comitato Pari Opportunità dell’UMI) di intervistarla.

Prima di questo incontro, ho dato un’occhiata al tuo sito  e ho visto un ritaglio con una frase che avresti detto a 12 anni: “La matematica è una mia passione da quando ero piccola. Si tratta di una materia non facile, ma che ti può dare i risultati giusti solo se la vivi con entusiasmo”. Il tuo amore per la matematica comincia da giovanissima?

Da bambina quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo “Voglio fare la matematica, la suora o la rockstar”. A 12 anni ero molto appassionata a questa materia, ma in realtà anche prima, alle elementari, mi piaceva moltissimo. Ricordo che durante le vacanze estive svolgevo gli esercizi con il gesso sui muri di casa, le tracce sono rimaste tutt’ora e mi ricordano quel periodo. Alle scuole medie ho cominciato a partecipare ai giochi matematici della Bocconi, a 12 anni sono arrivata prima a livello regionale, l'”Unione Sarda” (principale quotidiano locale) mi ha intervistata e io ho risposto con quella frase che si legge sul ritaglio. 

Quando hai cominciato a pensare di sfruttare questo talento in maniera professionale?

Come ho detto ho tanti interessi, a dire il vero qualsiasi cosa mi metta a fare mi appassiona, ma la matematica è su un altro livello. Ad esempio, a scuola ero brava in latino, mi piaceva e mi riusciva bene, ma mi accorgevo che anche altri ragazzi erano capaci quanto me, invece per la matematica ero consapevole di avere un talento speciale e ho pensato di doverlo sfruttare. 

È stato facile capire il modo in cui utilizzarlo al meglio? 

È stato tutto molto naturale, mi sono iscritta a matematica e poi ho cominciato a fare ricerca. Più vado avanti e più mi rendo conto che è quello che voglio fare nella vita.

Sei stata in Germania per fare il quarto anno delle superiori, poi  a Udine per la laurea triennale, dopo sei tornata in Germania per magistrale e dottorato e ora il post-doc in Inghilterra. Come mai hai deciso di lasciare la Sardegna?

Per caso e per destino, ho vinto una borsa di studio per studiare matematica all’università e dovevo scegliere dove andare, tenendo conto che in ogni modo volevo studiare fuori dalla Sardegna. Udine mi attraeva sia come ateneo, perché è un centro di studi valido, sia come città, perché la qualità della vita è piacevole. Già in quarta superiore avevo trascorso un anno in Germania con Intercultura. Ho sempre avuto voglia di viaggiare, il legame con la Sardegna è bello, ma è anche un limite, perché stare in un’isola può limitare le interazioni realizzabili. Quando parto sono felice di tornare, ma vorrei vedere anche il resto del mondo. 

Cosa è per te la Sardegna in questo momento della vita?

Adesso la Sardegna per me significa affetti, relazioni. Ci sono iniziative come quella del “rientro dei cervelli” e il premio che ho vinto va in parte in quella direzione. Non penso però di rientrare presto in Sardegna, immagino che fra una decina di anni, se si creassero delle condizioni favorevoli (un posto di lavoro valido, fisso e soprattutto soddisfacente per quanto riguarda le interazioni con il network di lavoro che mi sto creando, con possibilità di viaggiare) sarei interessata a ritornare, portando con me quello che ho imparato e ho costruito fuori. 

Quali sono i tuoi progetti a breve termine?

Per adesso ho una borsa post-doc annuale che sto spendendo fra l’Alan Turing Institute a Londra e l’Università di Southampton, lavoro principalmente con matematici, biologi e informatici. E sto già cominciando ad applicare per la prossima borsa post-doc, non so ancora dove. 

Parlaci della tua ricerca con qualche dettaglio in più…

Mi occupo dello studio dei network, dal punto di vista matematico ma tenendo a mente i modelli empirici (ad esempio, modelli per network di neuroni o di reazioni chimiche). Durante il dottorato ho generalizzato parte della teoria spettrale nota per i grafi al caso degli ipergrafi, quindi ho definito un operatore di Laplace che con lo studio del suo spettro permette di studiare proprietà qualitative degli ipergrafi che rappresentano network empirici.  Ho continuato a sviluppare questa teoria anche dopo  il dottorato e adesso la sto applicando con un team di biologi per l’analisi di dati che vengono dallo studio di network di cellule staminali. 

Possiamo dire che sei al confine fra teoria e applicazioni?

Io sono comunque una matematica “pura”, ma lavoro con problemi che hanno una grossa ricaduta pratica per i quali io mi occupo di portare avanti la teoria. Recentemente ho scritto un articolo di fisica che si può vedere come a metà fra teoria e applicazioni: utilizziamo le ricerche astratte che ho fatto per analizzare sistemi dinamici su ipergrafi; lo scopo è far vedere che la teoria si può usare anche nella pratica. 

Com’è l’interazione con altri tipi di scienziati?

La trovo bella e stimolante, così come il contatto con persone di paesi diversi. Sono fortunata perché lavoro con un gruppo di gente interessante; bisogna tener conto del fatto che la comunicazione non è immediata, bisogna cambiare il proprio linguaggio e adattarsi.

Sei stata all’estero fin da giovanissima

Sì, ho fatto la quarta superiore in Germania, così come la laurea magistrale e il dottorato. Sono arrivata in Germania a 17 anni senza saper dire altro che “Kartoffeln” e mi sono adattata al tedesco rapidamente. A quell’età si impara facilmente, adesso sarebbe diverso, non sarei più capace di farlo così in fretta. Sono anche stata aiutata dall’aver vissuto con una famiglia tedesca, da cui sono poi tornata a vivere anche per la magistrale, li sento ormai come parte della mia stessa famiglia.

Torniamo alle tue passioni: quanto hai accantonato l’idea di fare la suora e la rockstar?

Adesso ballo lo  swing e la passione per la musica mi è rimasta, il desiderio di farmi suora no. Frequento una scuola di danza e prima dell’emergenza Covid andavo a ballare quasi ogni sera fra eventi di ballo sociale e scuola. Nel weekend se posso vado a workshop di ballo, quando andavo in giro per conferenze, cercavo la comunità di swing locale per andare a danzare. Penso sia anche un bel modo di interagire con la cultura locale: quando sono stata a un convegno a Tokyo, sono entrata in contatto con i locali che ballavano swing; anche se con molti non avevo una lingua comune, il ballo era un modo di condividere un interesse, e’ stato bello e interessante inserirsi in una comunità; a Mosca sono riuscita a convincere quasi tutti i partecipanti a venire con me a una festa swing, anche i professori. I matematici spesso sono abbastanza “sciolti”, lo swing e’ un tipo di musica che li attira, ha un seguito notevole nel popolo dei matematici perché ha le sue regole, le sue simmetrie; in generale ci sono spesso accademici fra le persone che ballano swing.

Tra 10 anni come e dove ti vedi? 

Non troppo diversa da quella di adesso, immagino: ricercatrice o professoressa, a tempo indeterminato, spero. Vorrei continuare a lavorare con la matematica pura e nel contempo ad avere interazione con coloro che si occupano degli aspetti applicativi. Dove non lo so proprio, anche se spero di rimanere sempre inserita in ambito accademico, non vorrei lavorare in banche o nella Silicon Valley, vorrei continuare a fare matematica con carta e penna. A me piace molto anche l’aspetto sociale del nostro lavoro, la possibilità di lavorare con altre persone e vorrei far crescere sempre di più il network che ho intorno.

L’emergenza Covid cosa ha cambiato nella tua vita?

Per me non c’è molta differenza fra l’epoca pre-covid e adesso, anche ora collaboro tantissimo con molte persone. Ho imparato che si può interagire in modo diverso: prima se volevo conoscere un collega dovevo andare a una conferenza, adesso so che ci sono anche altre strategie: contatto direttamente le persone che fanno cose simili alle mie, gli scrivo una mail, ci vediamo per un appuntamento su Skype. Ieri ho finito un lavoro con un professore di New York con cui ho lavorato solo in remoto. Gli avevo scritto perché mi interessava quello che faceva, ma ho usato un vecchio indirizzo mail e non ha mai ricevuto il mio messaggio, un paio di mesi dopo mi ha scritto lui, voleva offrirmi di collaborare. 

Hai notato delle differenze fra Italia, Germania e Inghilterra nel modo di reagire alla crisi pandemica?

Adesso sono a Cagliari: sono tornata a marzo dalla Germania e ho trascorso tutto il periodo del lockdown in Italia, a fine agosto sono andata in Inghilterra per stare lì, ma dopo un mese sono tornata  in Sardegna perché la situazione era complicata e non mi sentivo sicura. Potrei dire che in me convivono l’occhio della sarda e l’occhio della tedesca, sono due mondi che fanno parte di me.

Non mi sono sentita sicura in Inghilterra, già meglio in Germania perché la struttura sanitaria è ottima, ma non mi sembra ci sia una gran consapevolezza del problema, l’Italia è comunque il paese dove mi sono sentita più protetta, anche nel comportamento delle persone che incontravo.

Pensi che ci sia una modalità particolare nell’essere donna e matematica? 

È una domanda difficile. Direi di sì, in linea di principio stringo amicizie in maniera più profonda con le donne che incontro nel mio percorso lavorativo, abbiamo delle cose in comune, degli ostacoli maggiori da superare. Il più rilevante è la difficoltà a essere credibili al primo impatto, e credibili quanto un uomo. 

Quale pensi che sia la causa di questo impedimento?

È una sensazione, al primo impatto mi accorgo che mi guardano un po’ storto, lo noto maggiormente anche perché vedo la trasformazione successiva: dopo che hanno visto come lavoro, guadagno rispetto, forse anche più degli uomini ma soltanto dopo essere stata messa alla prova. A lungo termine non c’e’ problema, ma all’inizio non è facile. È un’idea quasi ancestrale, le persone non sono abituate a vedere una donna nel campo della matematica e quindi non se lo aspettano. In Germania ho l’impressione che ci sia anche qualche pregiudizio nei confronti degli italiani, anche questa è una cosa difficile al primo impatto. Finora in Inghilterra ho trascorso solo un mese, non ho avuto tanti contatti con matematici e  fra di essi nessuna era una donna. Bisogna dire che in Italia almeno un  po’ di donne matematiche, ci sono; siamo in netta minoranza ma ci siamo, ci stiamo facendo valere, ci sono tante iniziative molto positive, le cose stanno cambiando e cambieranno ancora di più in futuro.

Mentre parliamo vedo alle tue spalle un sacco di quadri e sul tuo sito ci sono tanti tuoi dipinti. 

Mio padre è un pittore di professione, io ho iniziato tardi, in Germania, quando ero lontana da lui. È una passione che mi diverte: faccio sia dipinti ispirati a argomenti matematici sia a temi legati al ballo.

I dipinti che illustrano questo articolo sono opera di Raffaella Mulas

Quali sono le persone che ti hanno ispirato all’inizio e durante la tua carriera? 

Ce ne sono stata tantissime, le più importanti sono sicuramente le persone a cui ho dedicato il premio che ho appena ricevuto: la mia relatrice di tesi magistrale, Ngoc Mai Tran, che adesso è in Texas e il mio relatore di tesi di dottorato, Jürgen Jost. Lei è una matematica vietnamita, mi ha spinto moltissimo ad andare avanti nella ricerca, io ero abbastanza insicura. È una superdonna: fa mille cose, tanta ricerca, ha una bimba, fa tanto sport, è una donna affermata in un campo prettamente maschile; sia vedere lei, sia avere lei che mi spingeva a continuare per me è stato importantissimo. La laurea magistrale volevo farla sicuramente in Germania e a Bonn ho scelto la mia relatrice proprio perché era una persona che mi spingeva ad accrescere la mia autostima; avere lei come advisor è stato fondamentale per aprirmi la strada per fare il dottorato a Max Plank. Il mio relatore di dottorato, Jürgen Jost è anche lui una persona particolare, ha 4 lauree, è un matematico e ricercatore di altissimo livello, ma anche una persona meravigliosa, ha sempre tanto creduto in me, mi ha sempre spinta a fare molto di più di quanto credessi di poter fare.

Intervista raccolta da Chiara de Fabritiis

Di seguito un video prodotto da Raffaella Mulas. A nostro avviso è una bravissima comunicatrice della scienza!

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