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Preoccupante calo delle sottomissioni di articoli scientifici su rivista  da parte di autori di sesso femminile: dall’inizio della pandemia il tasso di pubblicazione delle donne si è ridotto in confronto a quello degli uomini. Chiara de Fabritiis (comitato pari opportunità dell’UMI) ci riporta il dibattito in corso nell’ambito della European Women in Mathematics, seguito da un commento della ministra per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti.

Tempo fa, un bel po’ di tempo fa per fortuna, girava la storiella-sessista quanto mai- in cui un medico, un avvocato e un matematico dibattevano sui pregi del matrimonio e dell’adulterio: la sfida veniva vinta dal matematico che, trionfante, affermava che la cosa migliore fosse avere sia la moglie sia un’amante in quanto alla prima diceva di andare dalla seconda e viceversa, potendo così andare finalmente in dipartimento a fare matematica senza che nessuno gli dicesse nulla!

Mutatis mutandis [meglio In altri termini], è quello che oggi,  nell’emergenza Covid-19, vorrebbero poter fare le donne in ambito accademico: studiare e produrre [articoli]  in santa pace! Purtroppo in queste difficili circostanze la serenità è un bene raro e in molti casi studiosi e studiose hanno dovuto venire a patti con gestioni famigliari complicate, con la didattica a distanza da inventare in brevissimo tempo, se non addirittura con una malattia insidiosa. Tutte questioni che sembrano essere neutre dal punto di vista del genere, e che  invece si sono rivelate decisamente più penalizzanti per le accademiche rispetto ai loro colleghi maschi.

Qualche giorno fa, Marie-Francoise Roy ha rilanciato sui forum della European Women in Mathematics un pezzo comparso su The Lily, supplemento femminile del Washington Post; il vivace dibattito che ne è scaturito è segno che il problema è molto sentito.

Caroline Kitchener, qui, parte dal caso particolare di una sismologa della Columbia University che deve occuparsi  della figlia di 7 anni rimasta a casa senza poter frequentare la scuola, passando poi a riportare l’opinione della editor del British Journal for the Philosophy of Science, Elisabeth Hannon, che ha notato un crollo delle sottomissioni da parte delle donne (“Mai visto nulla di simile”, dice in un suo tweet) e la ricerca di un astrofisico della Monash University che osserva una perdita di produttività femminile dell’ordine del 50% nei primi 4 mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019.
I motivi possono essere molti: in particolare le accademiche sono mediamente più giovani dei loro colleghi e quindi tendono ad avere più spesso figli in età (pre)scolare di cui è necessario prendersi cura durante il confinamento a causa della chiusura delle scuole; inoltre le donne tendono ad essere maggiormente coinvolte nei cosiddetti “academic housework” (compiti di cura accademici) consistenti nella partecipazione a commissioni, assunzione di impegni organizzativi e incombenze simili che non sono remunerative dal punto di vista della carriera, ma che sono estremamente costose dal punto di vista del consumo di tempo, soprattutto in circostanze come quelle attuali.

Anche Colleen Flaherty, in un articolo intitolato “No Room of One’s Own”, pubblicato su Inside Higher Education, osserva le stesse dinamiche; in particolare riporta la testimonianza di Alessandra Minello, una docente di sociologia dell’Università di Firenze che su Nature si chiede se non stia diventando lei stessa un oggetto della sua ricerca sulbilanciamento vita-lavoro: costretta a registrare le lezioni da mettere sul sito nel cuore della notte per evitare che suo figlio di 2 anni sbuchi in qualche inquadratura o si faccia sentire in sottofondo mentre si suona la sua tromba giocattolo.

Non sono soltanto gli impegni di cura parentale a rendere meno produttive le donne, osserva Ingrid Daubechies, prima donna presidente dell’IMU: per quanto la riguarda,  in questo periodo si sente più coinvolta in sforzi comunitari (sia online che a livello locale) che non spinta a fare matematica, mentre nota che molti suoi colleghi maschi desiderano fortemente scrivere proposte per progetti scientifici. Il desiderio di spendersi per la collettività, locale o accademica che sia, è un sentimento che molte donne provano, tanto che ad alcune sembra di aver modificato la scala delle loro priorità. “Ci stiamo prendendo cura della comunità, senza dare nulla per scontato, anche nell’insegnamento” afferma Laura Tedeschini Lalli.

Tuttavia una preoccupazione sorge spontanea: se adesso le donne pubblicano meno degli uomini, in futuro ci saranno ancora meno donne che avranno posizioni in ambito accademico, tenendo anche conto del fatto che la crisi economica porterà ad una contrazione delle risorse e quindi dei posti. Molte partecipanti al forum hanno richiesto una forma di intervento da parte della EWM, in modo che vengano stabilite delle buone pratiche che non penalizzino le donne nei reclutamenti e nelle promozioni futuri. Il lavoro delle donne nel servizio alla comunità appare infatti volontario, ma se un maggior numero di colleghi maschi sene facesse carico, le disparità si attenuerebbero e le donne non si sentirebbero così tanto in dovere di prodigarsi.

A questo proposito, la ministra per le pari opportunità e la famiglia,  Elena Bonetti, come noto una matematica in congedo temporaneo a causa dell’incarico ministeriale, ci ha detto che è pienamente consapevole del fatto che “le donne che fanno ricerca oggi si trovano in una situazione di difficoltà ulteriore, dovuta alla necessità di rimanere a casa, svolgere il lavoro a distanza e prendersi cura della famiglia. Questi dati ci dicono ancora una volta quanto siano le donne a svolgere il lavoro di cura domestico. Ma le donne devono essere messe nelle condizioni di svolgere liberamente quel lavoro di riflessione e creatività, di pensiero e approfondimento che sono alla base di chi fa ricerca.” A suo parere  “è urgente un cambio di paradigma sociale che promuova corresponsabilità e condivisione tra donne e uomini; i servizi educativi a sostegno delle famiglie sono una necessità, a maggior ragione a causa della chiusura delle scuole e per l’impatto devastante che lo squilibrio nei carichi di cura sta portando nel lavoro femminile. Tutti sappiamo che le donne nella ricerca sono una risorsa straordinaria; bisogna quindi passare all’azione. Servono politiche concrete che permettano di mettere queste risorse pienamente in campo. Sto lavorando in questa direzione e le proposte le sto costruendo grazie anche al contributo di colleghe e scienziate straordinarie, tra cui Fabiola Gianotti, Ilaria Capua, Ersilia Vaudo e  Federica Mezzani, che con la sua giovane età ci ricorda la responsabilità di costruire un futuro per le donne nella ricerca.”

Chiara de Fabritiis

 

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