Riflessioni sull'appello contro il declino dell'italiano a scuola

On February 9, 2017
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Qualche giorno fa un gruppo di 600 docenti universitari ha firmato un appello indirizzato al Presidente del Consiglio, alla Ministra dell’Istruzione e al Parlamento, in cui si lamenta un forte declino nell'uso corretto dell'italiano a scuola. Sembrerebbe un tema poco adatto al nostro sito. Pietro Di Martino tuttavia non è d'accordo e ha scritto su queste tematiche alcune riflessioni. 

Contro il declino dell’italiano a scuola – lettera aperta di 600 docenti universitari” così è intitolato l’appello del “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”, pubblicato il 4 febbraio scorso e che tanto clamore ha suscitato.

Perché parlarne in un sito dedicato alla matematica? Perché sono convinto che il tema delle competenze linguistiche degli studenti investa l’educazione in generale, e quella matematica in particolare. È certo, al di là delle mie personali convinzioni, che il tema dell’influenza delle competenze linguistiche sull’apprendimento della matematica è molto studiato in didattica della matematica (vedi ad esempio “Matematica e linguaggio. Quadro teorico e idee per la didattica” di Pier Luigi Ferrari), e anche sul fronte linguistico il tema è considerato significativo: il G.I.S.C.E.L. solo due anni fa ha organizzato un convegno dal significativo titolo “Educazione linguistica e apprendimento/insegnamento delle discipline matematico-scientifiche”.

Credo che sia importante parlare di competenze linguistiche anche perché mi piace l’idea che la matematica (almeno a scuola) sia anche racconto, e non solo conto (per parafrasare il titolo del bel saggio di Bernardini e De Mauro “Contare e Raccontare”, edito da Laterza). Idea che anche in questo caso non è solo personale, ma è ripresa da quelle Indicazioni Nazionali per il primo ciclo, che l’appello chiede di rivedere. Nei traguardi per competenza, l’educazione all’argomentazione è centrale e ritorna come obiettivo sia alla fine della scuola primaria che alla fine della secondaria di primo grado, e nella descrizione iniziale si sottolinea come: “In particolare, la matematica dà strumenti per la descrizione scientifica del mondo e per affrontare problemi utili nella vita quotidiana; contribuisce a sviluppare la capacità di comunicare e discutere, di argomentare in modo corretto, di comprendere i punti di vista e le argomentazioni degli altri”.

Il tema è significativo dunque per il contesto educativo matematico, ma è significativo anche il clamore suscitato dall’appello, e la polarizzazione di opinioni pro o contro molto radicalizzate, emersa sui media e sui social network. Io credo che sia interessante, anche come esercizio argomentativo, analizzare la struttura dell’appello stesso. Da questa analisi emergerà (credo chiaramente) la mia opinione.

L’appello parte da un problema (“alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente”) credo sentito da molti docenti (sia quelli che lavorano nel primo ciclo che quelli dei cicli successivi, compresa l’Università); e da un obiettivo (“il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici  di base da parte della grande maggioranza degli studenti”) direi condivisibile.

Gli aspetti più controversi cominciano ad emergere quando si tenta una esplicitazione delle cause del fenomeno (o di alcune di esse), identificate nella scarsa attenzione sul piano didattico dei governi (!) al tema della correttezza ortografica e grammaticale, e nella mancanza di una scuola “davvero esigente nel controllo degli apprendimenti”. Scompare completamente un’analisi della società, della sua evoluzione e delle difficoltà relative all’educazione ad esso connesse. Scompare il contesto, fondamentale in ogni analisi didattica, scompaiono i protagonisti: gli insegnanti e gli studenti. Le cause sono riconosciute essere esclusivamente di tipo normativo.

Ancor più discutibili sono tre le linee di intervento proposte che, a mio parere, vanno proprio nella direzione opposta a quella voluta, amplificando alcune delle cause di difficoltà nella costruzione di solide competenze.

i) La revisione delle Indicazioni Nazionali.

In realtà le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo danno una grande importanza alla competenze di base in tutte le discipline, anche in matematica. Il problema sembra essere esattamente l’opposto: il fatto che le Indicazioni siano poco applicate, e che ci sia una certa fatica del sistema scuola a sganciarsi dall’idea dei vecchi programmi, dei passetti intermedi determinati a prescindere dal contesto classe. Passetti intermedi che gli estensori dell’appello vorrebbero addirittura re-introdurre esplicitamente, limitando uno degli aspetti più potenti delle Indicazioni: la possibilità di inseguire i traguardi per competenza ragionando sul lungo periodo, e dunque potendo progettare il percorso modellandolo sulle esigenze educative dei bambini.

ii) L’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo.

Anche in questo caso la proposta cozza contro la possibilità fondamentale di poter progettare veramente, su periodi di tempo medio-lunghi: i traguardi per competenza al primo ciclo sono fissati al 3°, 5° e 8° anno e non è un caso che le prove INVALSI per il primo ciclo siano esattamente 3. Far diventare i percorsi obbligati (a prescindere da chi si ha davanti) contrasta con il principio fondamentale della personalizzazione dei percorsi e della centralità del discente (soprattutto di quello “piccolo” del primo ciclo), ed inevitabilmente porterebbe a perdere ancor più bambini con meno opportunità (appare piuttosto evidente che sulla componente linguistica e argomentativa giochi un ruolo importantissimo anche l’ambiente socio-culturale nel quale un bambino vive).

Ma non è solo questo: l’assunto che introdurre sempre più valutazione nella scuola del primo ciclo migliori l’educazione è piuttosto bizzarra. E probabilmente denota una scarsa conoscenza del mondo della scuola del primo ciclo. È vero qui si parla di rilevazioni nazionali (che come detto sono già 3 al primo ciclo), ma a mio modo di vedere uno dei problemi della scuola del primo ciclo è esattamente l’opposto: si valuta troppo, o meglio, si dedica troppo tempo alle verifiche ufficiali e alla preparazione alle stesse. Tempo che potrebbe essere speso per costruire competenze.

iii) La partecipazione di docenti delle medie e delle superiori alle prove di verifica in uscita dei livelli precedenti “anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola”.

Ritengo che il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola sia cruciale, che in Italia sia ancora quasi assente, ma che questa proposta così asimmetrica – così come tutto il documento che riconosce responsabilità relativamente ad un problema solo agli insegnanti dei primi livelli scolari – vada in direzione opposta. Vogliamo il confronto? Ognuno si legga gli obiettivi didattici richiesti al livello scolare precedente e successivo (nei casi che esistano), si confronti sui modi di vedere la disciplina coi colleghi degli altri livelli scolastici (per la matematica, da un livello scolastico all’altro, università compresa, sembra spesso di presentare agli studenti una disciplina completamente diversa).

Insomma la mia convinzione è che si sia partiti dal riconoscimento di un fenomeno reale e preoccupante per tutti i livelli scolari e per tutte le discipline, ma che l’analisi del fenomeno sia alquanto superficiale e le soluzioni proposte peggiorative.

D’altra parte è interessante il fatto che si veda una qualsiasi competenza di quelle cosiddette di base, come un’esclusiva educativa del primo ciclo: quale è il ruolo dei docenti di scuola secondaria di secondo grado? E quale quello di noi docenti universitari? Siamo convinti che tutti i nostri laureati abbiano competenze linguistiche adeguate? E lo dico anche per Matematica: perché appunto secondo me facciamo un buon lavoro educativo se forniamo le competenze anche per raccontare la matematica, per saperla spiegare a chi ne sa di meno, e non solo a farla con i matematici.

Seguendo la logica dell’appello, forse sarebbe opportuno l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante i 5 anni della Laurea…io non sono convinto che sarebbe la soluzione, e penso che ogni appello legato all’educazione dovrebbe in primo luogo responsabilizzare, e non vedere i problemi solo in chi viene prima di noi.

Pietro Di Martino

2 Comments

  1. Pier Luigi Ferrari

    10/02/2017 at 18:14

    Sono d'accordo con Pietro Di Martino. La lettera dei 600 mette sullo stesso piano problemi diversi, come la grammatica e la comprensione del testo. Le difficoltà linguistiche degli studenti all'inizio dell'università sono di varia natura e solo in minima parte riconducibili a grammatica e ortografia. Molti di loro sono stati abituati a non leggere i testi o a leggerli in fretta, magari la grammatica la conoscono ma semplicemente non la usano perché non sanno a che serve. Il compito della scuola è soprattutto insegnare a interpretare i testi e a produrre testi adeguati agli scopi e al contesto, piuttosto che testi conformi a modelli grammaticali o stilistici.

  2. Tonino

    11/02/2017 at 14:44

    Nel mio libro PERCORSI DI DIDATTICA DLLA FISICA, tra le altre cose esorto i docenti sia di Matematica che di Fisica a "narrare" le formule, cioé esprimerne il contenuto anche utilizzando delle parole, oltre che i simboli contenuti nelle formule stesse.Ciò perché aiuta la comprensione e la memorizzazione di una formula. Importantissimo il linguaggio in qualunque forma di apprendimento, come sappiamo da Wigotskiy, un pedagogista forse troppo poco conosciuto.

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