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Paola Inverardi è la rettrice dell’Università dell’Aquila dal 2013. È professoressa ordinaria di Informatica ed  ha guidato  l’Ateneo nella difficile ricrescita  dopo il  terremoto del 2009. È molto attenta alle questioni di genere ed essendo una delle pochissime rettrici in Italia, costituisce un modello importante. La intervista per noi Chiara de Fabritiis, coordinatrice del comitato pari opportunità dell’Unione Matematica Italiana.

Per fare conoscenza, cominciamo con un breve profilo della tua carriera.

Mi sono laureata in scienza dell’informazione nel 1975 a Pisa; dopo la laurea ho lavorato dal 1981 al 1984 al Centro Olivetti; siccome non mi sentivo molto a mio agio con un percorso marcatamente industriale ho fatto il concorso per entrare al CNR a Pisa, in quello che allora si chiamava Istituto per l’Elaborazione dell’Informazione. Nel 1994 ho vinto il concorso da ordinario all’università: a Pisa non c’erano posti, e ho scelto di andare a L’Aquila, che è la mia città di origine.

Com’è stato il rientro nella terra natia?

C’era un corso in scienze dell’informazione dentro la Facoltà di Scienze, siamo arrivati in due vincitori del posto di prima fascia proprio mentre si ritirava in pensione l’unica altra professoressa: devo dire che non era visto come un posto molto appetibile perché c’era una scarsa opinione del corso di laurea che presentava varie criticità, tanto che siamo stati a rischio di chiusura. Con molto lavoro, siamo riusciti a rivitalizzarlo e abbiamo avuto la possibilità di avere parecchi posti di nuova istituzione. Io sono divenuta subito referente del gruppo di informatica e poi direttrice del dipartimento di informatica; successivamente sono diventata preside della facoltà di scienze e poi direttrice del dipartimento di matematica e informatica; ho sempre affiancato una componente di lavoro amministrativo alla carriera scientifica. Sin dai primi anni abbiamo avuto tanti studenti molto bravi, dal gruppo iniziale sono usciti alcuni di quelli che sono docenti adesso; ora abbiamo una scuola interna consolidata grazie a un bel lavoro di irrobustimento interno che abbiamo bilanciato con una componente spiccata di internazionalizzazione.

Di cosa ti occupi a livello di ricerca?

Il mio campo di interesse è l’ingegneria del software: si tratta di un ambito che è scarsamente rappresentato nell’area informatica di scienze, tant’è che nei PRIN siamo spesso insieme a docenti dei settori ING-INF. Si tratta di modellare e supportare la progettazione di sistemi software complessi, delineare metodi di costruzione e fare verifiche qualitative e quantitative sulla loro efficienza; è un lavoro molto legato a strumenti formali, in cui entrano in ballo anche modelli probabilistici e strumenti come le reti di code.

Quali vedi come punti chiave della tua azione da rettrice, in particolare per quanto riguarda le problematiche di genere?

In termini pratici sulle problematiche di genere ho realizzato meno di quanto sperassi, perché la ricostruzione post-terremoto ha assorbito tantissime energie. Il CUG ha cercato di favorire alcune iniziative come la convenzione con alcuni asili-nido vicino alle sedi dell’ateneo, ma per adesso non è stato possibile concretizzarle; abbiamo anche cercato di organizzare dei campi estivi per bambini con la partecipazione degli studenti, ma anche questo si è rivelato complicato: sono progetti di lungo periodo che lascio in eredità a chi verrà dopo di me. In questi ultimi due anni mi sono molto impegnata in un progetto dedicato alle ragazze in ambito STEM, ispirato da quello che c’è all’Università di Modena e Reggio: un camp (che quest’anno è di 3 settimane continuative), in cui offriamo anche alloggio a 25 ragazze di terza e quarta superiore. Devo dire che ha avuto davvero molto successo, in parecchi casi sono venute anche le mamme (e i babbi)! Abbiamo avuto ospiti di varia provenienza, tra cui voglio ricordare Elena Grifoni Winters che è la mia prima laureata ed è la prima capogabinetto donna dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea): oltre che un’eccellente scienziata, è una comunicatrice molto efficace e incarna tangibilmente la possibilità di superare lo stereotipo della ricercatrice chiusa solo nel suo studio. Un altro argomento che può sembrare marginale, ma a cui tengo molto è quello degli orari: in questo ambito è difficile imporre delle regole, ma penso che sia importante sviluppare una sensibilità: nella segreteria del precedente rettore, molte persone dello staff lavorano fino alle 21 o nei festivi; adesso alle 17 vanno via tutti, non c’è rientro sabato o domenica salvo casi particolari; se accade che qualche volta si debba comunque sforare, mi sembra importante farlo notare e percepire come un fatto non usuale.

Hai parlato del post-terremoto come un punto caratterizzante del tuo lavoro da rettrice, cosa ci puoi dire in merito?  

Una delle motivazioni che mi ha spinto a candidarmi è stata la convinzione che l’università dovesse avere un ruolo propulsivo nella ricostruzione, non solo dal punto di vista fisico e urbanistico. Sono diventata rettrice nel 2013: l’ateneo era già sopravvissuto al terremoto, ma era come narcotizzato: per 6 anni abbiamo avuto un accordo di programma con il MIUR grazie al quale l’FFO era bloccato, gli studenti non pagavano tasse universitarie e l’ateneo aveva il rimborso degli affitti. Queste misure di protezione ci hanno permesso di andare avanti, ma in un periodo in cui l’università italiana è molto cambiata queste misure protezionistiche hanno avuto il limite di farci perdere la fiducia in noi stessi. Per me è, stato importante che rientrassimo nella normalità per capire subito se eravamo in situazione critica. Avevamo dei parametri di sostenibilità totalmente sballati: tantissimi  studenti inattivi, tassi di abbandono alti, mancanza di qualsiasi tipo di informazione sui parametri reddituali degli studenti. Il rientro è stato gestito con un accordo-ponte che ci ha fatto uscire dal sistema protetto, il reingresso nel sistema normale ha comportato difficoltà notevoli, la normalizzazione è stata molto complessa.

Su cosa avete puntato per arrivare a questo traguardo, e di cosa sei più orgogliosa del tuo mandato?

Il rientro di cervelli, con le borse Levi-Montalcini e una spiccata internazionalizzazione (abbiamo 8 corsi di laurea titolo multiplo) sono stati delle leve molto importanti. Ho creduto molto in un’apertura totale alla città, in cui gli studenti hanno partecipato ai processi di ricostruzione, lavorando per una ricostruzione che fosse tecnologicamente innovativa. Negli ultimi anni, il terremoto di Amatrice ci ha ricordato la priorità di lavorare avendo nella sicurezza il nostro elemento guida, tant’è che abbiamo frequentato un corso in comunicazione del rischio ed incrementato l’attività di formazione e preparazione alla gestione di situazioni di rischio. Non dimentichiamo che L’Aquila ha perso nel terremoto 55 studenti di cui 54 fuori sede e altri 2 nel terremoto di Amatrice. Si è modificato il nostro DNA, abbiamo deciso di diventare un punto di riferimento per la sicurezza. Siamo molto presenti in tutte le iniziative sul territorio: ad esempio, alla notte della ricerca sono intervenute 30mila persone che sono testimonianza di un processo identitario, partecipano tantissime scuole e aziende, è un ritrovarsi collettivo nell’idea della ricerca e della conoscenza; ne siamo profondamente orgogliosi perché veniamo visti come un punto di riferimento per tutta la città.

Uno dei motivi per chiederti questa intervista è che oggi, venerdì 29 marzo, al Politecnico di Torino si tiene un workshop sulle problematiche di genere negli atenei scientifici e tecnologici. Qual è la tua posizione sull’argomento?   

Penso che sia necessario distinguere l’aspetto normativo e regolatorio e quello di prassi. Nella facoltà di scienze, c’è sempre stato un maggiore margine di manovra rispetto a ingegneria, forse perché il culto della bella mente è indipendente dal genere, mentre ingegneria è percepita come una disciplina più maschile. In sostanza però questa impressione non è corretta, per le donne c’è una bassa attratività soprattutto nei settori ING e FIS; io sono arrivata a L’Aquila nel 1994 e la prima ordinaria donna che ho visto nei settori FIS ha preso servizio lo scorso anno. Nei settori MAT, INFO, BIO le cose vanno un po’ meglio, CHIM è a metà fra i due. Dal punto di vista pratico ci sono problemi oggettivi con cui confrontarsi, bisogna capire come sostenere le donne con attività di supporto: asili nido, baby sitting, orari compatibili. Fino a qui siamo alle questioni soft, mentre è un problema più complicato decidere se fare come in Svezia in cui si usa anche il genere per decidere di politiche di assunzione, in vista di un riequilibrio. Da giovane pensavo che questa posizione più proattiva fosse un arretramento, adesso non più, anche se non posso dire di avere una risposta globale.

Molte colleghe dicono di essersi rese conto di questo problema abbastanza tardi nel corso della loro carriera…

 È una consapevolezza che è maturata col tempo, ma alla fine del mandato di rettrice posso dire con cognizione di causa che nell’accademia c’è molto maschilismo e più si sale nella scala gerarchica e più si percepisce. È un tratto molto sottinteso, ma per alcuni colleghi è davvero un peso: inconfessabile, ovviamente, ma ci sono chiari segnali della sua presenza, fra cui una rabbia interiore che non ha ragione di esistere. Ovviamente, sono cose che si verificano in certe aree più che in altre, ci vuole moltissimo tempo a superarle e ci vogliono numeri più elevati di donne per fare massa critica; in particolare le giovani vanno aiutate a prendere consapevolezza. Anche il linguaggio è importante: quando sono stata eletta, il fatto che mi facessi chiamare rettrice provocava un leggero sconcerto, ma adesso per tutti  è fuori luogo chiamarmi rettore; oggi sono molto più rigida e tranchant rispetto a un tempo perché penso sia inutile ignorare l’elefante nell’accademia e ci sia ancora molta strada da fare in questo ambito.

 

 

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