Non sappiamo se ve ne siete accorti, ma da qualche tempo (in giro) stiamo parlando molto di scacchi. E (qui) non abbiamo mai parlato di scacchi.
La cosa è legata principalmente a un vecchio progetto abbandonato da Rudy in quanto mission impossible (“Schiodare da un punteggio ELO a due cifre, entrambe molto piccole”), ma una delle giustificazioni pubbliche che diamo più sovente è che non ci sembrano poi così divertenti; e, come al solito, questa è un’enorme cavolata.
Infatti, qualcuno (il solito Sam Loyd, tanto per essere chiari) ha inventato dei problemi “divertenti”: posizioni assurde o problemi che sembrano palesemente mal posti che, secondo noi, dovrebbero avere una maggior diffusione; c’è solo il piccolo problema che una copia della raccolta di Alain White dei suoi problemi di scacchi ha raggiunto prezzi tali da scoraggiare anche il più fanatico bibliofilo scacchista… Fortunatamente sono state pubblicate altre due raccolte dei suoi problemi (una di Campbell e l’altra di Pickard: nel caso, fortemente consigliata la seconda); sfortunatamente, ciascuno dei due ci ha messo del suo e problemi presenti in uno non compaiono nell’altro; inoltre, la numerazione è completamente diversa.
Cosa si intende per “posizioni assurde”? Beh, per esempio, quella qui sotto.

OK, stiamo scherzando, ma non troppo. Su questa posizione, Loyd riesce a costruire cinque problemi:
1. Se entrambi i giocatori fanno le stesse mosse, come può il primo giocatore dare matto in quattro mosse?
2. Se entrambi i giocatori fanno le stesse mosse, come può il primo giocatore fare automatto in otto mosse?
3. Come si può dare uno scacco di scoperta in quattro mosse?
4. Come si può arrivare a uno stallo in dieci mosse?
5. Come si può forzare uno scacco perpetuo dalla terza mossa?
Adesso, togliete i neri. Tutti. E trovate una casella nella quale posizionare il re nero in modo tale che subisca il matto in tre mosse.
Vi è mai capitato un caso di esprit de l’escalier? Sono quelle situazioni nelle quali vi hanno appena fatto fare una figuraccia incredibile e, mentre scendete mogi mogi le scale (giustappunto), vi viene in mente una battuta fulminante, che vi avrebbe agilmente tirato fuori dai guai… Ma ormai è troppo tardi.
Ecco, a noi è capitato con gli scacchi.
Per una serie di ragioni, tempo fa cercavamo (per una copertina) un problema di scacchi per cui il testo fosse formulabile come “Qualcuno vince in qualche mossa”: nel senso che se il tratto fosse stato al bianco, questo avrebbe vinto in un certo numero di mosse, se fosse stato al nero questo avrebbe vinto (possibilmente nello stesso numero di mosse del bianco, ma non stiamo a formalizzarci). Abbiamo chiesto supporto ad alcuni problemisti, ma non abbiamo trovato nulla; il libro è uscito con un’altra copertina e, qualche mese dopo…

Il primo è un matto in due mosse (da chi muove prima) e, a quanto pare, è comparso in partita reale (tra Zuckertort e Steinitz: non sappiamo quando o dove, e quelli erano due che si portavano la scacchiera anche sotto la doccia), mentre il secondo è un matto in cinque mosse, inventato da Loyd, che ha intitolato il problema “The Alligator”, vista la posizione dei pezzi.
Va detto che, se si ammettono posizioni “improbabili”, si possono creare dei problemi mica male… sempre nel tema “qualcuno fa qualcosa in qualche mossa”, il problema qui sotto ha, come tema, il non-problema “Il bianco o il nero mattano o automattano in due mosse”. Lo chiamiamo “non problema” in quanto il problema vero in questi casi è: “ma quanto bisogna essere d’accordo, per cacciarsi in una situazione del genere?”.

Probabilmente, questo era il problema (nel senso psicologico del termine) di Loyd. A lui del gioco non importava nulla (quasi), ma una posizione balorda confacente i requisiti dell’avere una sequenza unica di soluzione era per lui una vera gioia.
Al campionato (più o meno mondiale: citofonare Doc per ulteriori informazioni) di Parigi del 1867, il Nostro partecipa e, durante una partita (con il bianco) contro Rosenthal, arrivato alla posizione qui di fianco annuncia il matto in tredici mosse. L’immagine che ci salta alla mente è di un Loyd che finisce in Zeitnot dopo aver analizzato tutte le possibilità di una posizione ed è contento perché ha trovato un bel problema. A forza di situazioni di questo genere, diventa abbastanza chiaro come mai al suddetto torneo Loyd sia arrivato penultimo (non fate facili battute: c’era un mucchio di gente, e tutti bravi).

“Matto in tredici” può sembrare una dichiarazione di quelle che si fanno una sola volta in un congruo numero di vite scacchistiche ad alto livello, ma c’è di peggio: sempre da Loyd, ovvio.
La didascalia del problema qui sotto recita: “Matto in cinquantatré mosse”.

E qui, spiace un pochino per Loyd, che immaginiamo si sia arrabbiato moltissimo quando Woodcock gli ha fatto notare che la sua ventesima mossa della soluzione era sbagliata: infatti, portava ad una soluzione di matto in sole cinquanta mosse (‘no scacco del barbiere, praticamente…). Comunque, per farsi perdonare, Woodcock ha trovato un’altra soluzione che effettivamente portava al matto in cinquantatré mosse.
Adesso, la finiamo qui. Non lamentatevi che questo pezzo è breve, vi abbiamo trovato diciotto problemi mica male, per le serate dove non c’è niente in televisione.
“Come, diciotto? A noi ne tornano diciassette, tutto compreso”.
Eh, il diciottesimo è “Ma cosa fumava, ‘sto tizio?”. E la soluzione di Rudy è: “Qualunque cosa fosse, ne voglio due etti”.


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