Una mini-serie a cura di Marco Trombetti, in cui si esplorano le vite di matematici straordinari per intelletto ma controversi per scelte, azioni o destini: figure in cui la brillantezza teorica convive con l’ombra, e dove la linea che separa rigore e ossessione, isolamento e violenza, si fa inquietantemente sottile. Non per assolvere né per condannare, ma per interrogarsi su un nodo scomodo: cosa accade quando il pensiero più lucido si separa dall’etica? In questo quarto episodio ci soffermeremo sul potere salvifico che può avere la matematica in regimi di prigionia. Trovate tutte le puntate qui.
Non sempre il legame tra matematica e criminalità assume i contorni tragici o moralmente ambigui dei casi che abbiamo già trattato. A volte si presenta sotto le vesti di redenzione, e altre volte sotto forma di resistenza, trasformando anche le situazioni più difficili in un’occasione di crescita intellettuale e morale.
Un paradiso per Havens
La prima storia di matematica ‘‘dietro le sbarre’’ è una storia di redenzione. Christopher Havens è un detenuto statunitense condannato (nel 2011) per omicidio (per questioni di droga) che ha scoperto in carcere la propria vocazione per la matematica pura (vedi [1]), trovando così il proprio ‘‘paradiso’’. (Sì, lo ammetto, il titolo è semplicemente la traduzione letterale di un gioco di parole inglesi che mi è venuto in mente non appena ho letto il cognome Havens, molto simile ad Heaven, “il paradiso”.) Havens ha usato la matematica come mezzo di ravvedimento e trasformazione personale.
In seguito a un alterco con un altro detenuto e al suo coinvolgimento con certe cricche di detenuti, fu posto in isolamento per un anno. Fu in quel contesto che, partendo da semplici passatempi come il sudoku e da un primo pacchetto di esercizi matematici, sviluppò un interesse sempre più profondo per la matematica, arrivando a dedicarvi fino a dieci ore al giorno. Partendo da testi elementari (era privo di qualsiasi tipo di formazione universitaria), sviluppò una vera e propria passione per la teoria dei numeri.
In effetti fin dall’infanzia era affascinato dalla figura dei crittografi nei film di spionaggio, che immaginava quasi come figure eroiche, paragonabili a personaggi come Gandalf. In carcere, questa fascinazione si trasformò in una vera passione: dopo aver completato i programmi educativi disponibili e aver esaurito le risorse della biblioteca, nel 2013 decise di scrivere a una casa editrice matematica per chiedere informazioni e contatti con studiosi.
Fu così che entrò in contatto con Umberto Cerruti, professore all’Università di Torino, che accettò di inviargli un problema. Havens rispose con una lunga formula, inizialmente accolta con scetticismo, ma che si rivelò corretta. Da quel momento nacque una collaborazione a distanza: non senza difficoltà (come il blocco dei libri da parte dell’amministrazione penitenziaria) i due continuarono a lavorare insieme, fino alla pubblicazione di un articolo di ricerca nel 2020 (vedi [3]). Ad oggi, MathSciNet attribuisce a Havens quattro pubblicazioni di teoria dei numeri.
Il PMP
Dopo il trasferimento in un carcere a sicurezza minima nel 2015, Havens iniziò a cercare modi per condividere l’esperienza trasformativa che aveva vissuto grazie allo studio della matematica. I primi passi furono semplici incontri quindicinali con altri detenuti, che segnarono la nascita del Prison Mathematics Program (PMP). Nel 2017 organizzò persino il primo “Pi Day” all’interno del Monroe Correctional Complex, con la partecipazione di Cerruti e di altri professori universitari.
Nel frattempo entrò in contatto con Walker Blackwell, un adolescente texano che aveva letto la sua storia online. Inizialmente diffidente, Havens accettò di collaborare con lui solo dopo essersi assicurato che i genitori del ragazzo fossero al corrente dei loro scambi. Fu proprio Blackwell a convincerlo ad ampliare il progetto anche ad altre carceri, portando nel 2020 alla fondazione ufficiale del PMP come organizzazione no-profit. In quegli anni, Havens stava anche completando un diploma universitario a distanza.
Parallelamente, iniziò a studiare teoria della computazione con il matematico Amit Sahai, contribuendo allo sviluppo di strumenti tecnologici per l’educazione in carcere. Tra questi vi fu inizialmente una piattaforma sperimentale che permetteva ai detenuti di inviare codice via email e riceverne i risultati (sebbene le limitazioni tecniche e i costi ne rendessero difficile l’uso). Successivamente, il PMP sviluppò un’applicazione chiamata CodePraxis, pensata per i tablet disponibili nelle carceri, che offriva ambienti di programmazione (come Python e JavaScript) e percorsi di apprendimento strutturati. Il progetto venne testato anche al di fuori degli Stati Uniti e si avviava a una diffusione più ampia.
Nel dicembre 2025, la Commissione per la grazia raccomandò all’unanimità una riduzione della pena di Havens; tuttavia, il governatore dello Stato di Washington decise di non concedergli la grazia. d
Conclusione
La storia di Christopher Havens dimostra come la disciplina matematica possa fiorire anche in luoghi solitamente segnati dal fallimento e dalla disperazione, offrendo, almeno nel caso appena trattato, un sentiero di crescita intellettuale, e forse spirituale, in uno degli ambienti più duri della società moderna.
L’inganno del topologo
La seconda storia riguarda invece l’uso della matematica come strumento di resistenza in periodi di prigionia e il protagonista è Jean Leray.

Jean Leray
Matematico francese, lavorò inizialmente su questioni di idrodinamica, per poi passare alla relazione tra la topologia e l’equazioni differenziali. Nel 1939, all’inizio della Seconda guerra mondiale, Leray prestava servizio come ufficiale dell’esercito francese. Nel 1940 fu però fatto prigioniero e inviato in un campo di prigionia in Austria, dove rimase fino alla fine della guerra, nel 1945.
L’Université de captivité de l’Oflag XVII A
Nel campo di prigionia, popolato in gran parte da uomini istruiti (ufficiali di carriera o di riserva, spesso ancora studenti) nacque una vera e propria université en captivité (università in cattività), di cui Leray divenne rettore: si tenevano lezioni, si svolgevano esami e venivano persino conferiti titoli, in parte riconosciuti dalle autorità francesi dell’epoca. Come egli stesso ricorderà in seguito: “gli studenti non avevano altra distrazione se non lo studio. Avevano poco da mangiare e poco per riscaldarsi, ma erano coraggiosi”.

L’offerta formativa di questa speciale università
Nel campo di prigionia, Leray non era l’unica mente eccelsa: erano presenti anche altri importanti scienziati, come l’embriologo Étienne Wolff e il geologo François Ellenberger, che contribuirono ad arricchire l’offerta formativa di questa interessante università.
Nella baracca 19 si tenevano lezioni per tutto il giorno su molte discipline, dalla scienza alle materie umanistiche; tra queste, un corso di probabilità tenuto dal tenente Jean Ville, che poco prima della guerra aveva pubblicato una ingegnosa ed elementare dimostrazione del teorema minimax di von Neumann.
Il programma dell’università mostra come la vita culturale nel campo fosse sorprendentemente ricca: la domenica sera si tenevano perfino lezioni pratiche, come quella su come costruire una casa economica. Tutto questo avveniva però in condizioni estremamente dure, con baracche sovraffollate, servizi minimi e scarse possibilità di igiene. Nonostante ciò, i prigionieri riuscirono a organizzare una vita comunitaria intensa: una cappella, un coro di alto livello, un gruppo teatrale e persino uno stadio sportivo. Arrivarono anche a realizzare, di nascosto dalle guardie, un documentario di circa trenta minuti, Sous le Manteau (“sotto il mantello”), testimonianza straordinaria della loro capacità di resistere culturalmente anche in prigionia.
L’inganno
Per evitare che i tedeschi scoprissero la sua competenza in idrodinamica (temendo di essere poi costretto a lavorare per lo sforzo bellico) dichiarò invece di essere un topologo. Per tutti gli anni trascorsi nel campo si dedicò così esclusivamente a problemi di topologia.
Sebbene avesse già svolto alcuni studi di topologia, per Leray non fu semplice lavorare in questo ambito senza poter consultare la letteratura specialistica. Riuscì a procurarsi alcuni articoli grazie a Hopf, che in quel periodo si trovava a Zurigo, ma gran parte delle sue ricerche fu condotta in modo indipendente rispetto agli sviluppi più recenti della disciplina. In effetti, in una nota matematica dello stesso Leray su Comptes Rendus, affermava che allo stato attuale delle cose non avrebbe potuto garantire riguardo all’originalità dei suoi lavori. Dopo la sua liberazione, Leray pubblicò un’opera in tre parti intitolata Topologia algebrica insegnata in cattività, frutto diretto del lavoro svolto durante gli anni di prigionia.
Fin
La vicenda di Jean Leray mostra come il pensiero matematico possa mantenere la propria libertà anche quando tutto il resto viene limitato.
Referenze
- M. Cerruti: ‘‘An inmate’s love for math leads to new discoveries’’, The Conversation (14 Maggio 2020).
- J.J. O’Connor – E.F. Robertson: ‘‘Jean Leray’’, MacTutor History of Mathematics; url: https://mathshistory.st-andrews.ac.uk/Biographies/Leray/
- C. Havens — S. Barbero — U. Cerruti — N. Murru: ‘‘Linear fractional transformations and nonlinear leaping convergents of some continued fractions’’, Res. Number Theory 6 (2020), Paper No. 11, 17pp.
- A. Sigmund – P. Michor – K. Sigmund: “Leray in Edelbach”, The Mathematical Intelligencer 27, Number 2 (2005), 41-50.



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