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Il 9 settembre del 2025 ci ha lasciati Sergio Doplicher, fisico e matematico di fama internazionale, che per più di trenta anni è stato docente e poi professore emerito del Dipartimento di matematica di Sapienza Università di Roma. Roberto Longo ci offre di lui un ricordo personale e insolito.

Con l’avanzare delle conoscenze, l’interdisciplinarità diventa sempre più un patrimonio di pochi. Se nel mondo contemporaneo sono ormai rari gli scienziati che abbiano lasciato il segno sia nella matematica sia nella fisica, ancor più arduo è trovarne qualcuno che abbia contribuito sia alle scienze sia alle lettere; in anni non lontanissimi, Sofia Kovalevskaja, Felix Hausdorff o Bertrand Russell ne sono esempi. Sergio Doplicher apparteneva a una ristretta cerchia di scienziati e umanisti. La sua recente scomparsa lascia un vuoto, ma anche un insegnamento.

Per una curiosa coincidenza, Sergio ed io avemmo lo stesso insegnante di matematica al liceo, Aldo Pietrosanti. Ricordo una sua frase, che allora serviva a introdurre la nozione di derivata: quando qualcosa è davvero importante, è difficile spiegare perché lo sia. Mi tornano in mente quelle parole pensando al contributo scientifico di Sergio: la sua importanza è evidente a chi lo conosce, ma non è facile da riassumere.

Sergio si era laureato in fisica ‘63 con Giovanni Jona-Lasinio. Tra i suoi compagni di corso figuravano futuri scienziati, tra cui Giovanni Gallavotti, Luciano Maiani e Claudio Procesi. Lavorerà poi soprattutto sulla Teoria Quantistica dei Campi (QFT), un’evoluzione della Meccanica Quantistica che riguarda un numero infinito di particelle quantistiche, che interagiscono e seguono simmetrie imposte dalla Teoria Speciale della Relatività. La QFT ha prodotto predizioni stupefacenti, ma presenta difficili problemi matematici di avanguardia: al momento non esiste alcuna costruzione rigorosa di un modello interagente nello spaziotempo di 3 + 1 dimensioni.

Sergio fu il primo in Italia a cogliere la straordinaria importanza delle algebre di operatori, disciplina matematica avviata da John von Neumann con l’obiettivo di fornire strumenti rigorosi alla meccanica quantistica e che nel tempo ha rivelato profondi legami con molti altri ambiti: dalla teoria delle rappresentazioni di gruppi e algebre di Lie di dimensione infinita ai sistemi dinamici, dalla teoria dell’indice alla teoria dei nodi, dalla teoria dell’informazione alla probabilità libera, fino alla topologia e geometria non commutativa, per citarne qualcuno.

Negli anni ‘60 Haag e Kastler proposero un approccio alla QFT, basato sulle algebre degli operatori, che si fonda su principi primi e quindi produce risultati indipendenti dal modello. Per inciso, oggi sappiamo anche che parecchi modelli in bassa dimensione spaziotemporale sono costruiti tramite le algebre di operatori. I famosi lavori di DHR (Doplicher–Haag–Roberts) hanno fornito una comprensione intrinseca delle simmetrie e della statistica delle particelle, rappresentando un avanzamento concettuale fondamentale. Negli anni, restano un punto di riferimento nel campo.

Anni dopo, questi studi condussero a un risultato matematico di grande importanza: la dualità astratta di Doplicher e Roberts per i gruppi compatti, indipendentemente e contemporaneamente a quella di Deligne. Questa dualità va oltre la classica dualità di Tannaka-Krein e consente di comprendere perché le simmetrie interne siano descritte da un gruppo compatto.

Fu in quel periodo che colsi un’entusiasmante relazione chiave tra i lavori di DHR e quelli di Vaughan Jones sui sottofattori, che si sarebbe rivelata assai feconda.

Più recentemente, insieme a Klaus Fredenhagen e John Roberts, Sergio introdusse e studiò un modello di spaziotempo non commutativo, un’idea innovativa poi ripresa da diversi fisici, che rappresenta un piccolo, ma importante, passo verso una teoria della gravità quantistica, tuttora irraggiungibile.

Sergio ha ricevuto diversi riconoscimenti, è stato invitato a tenere una conferenza al Congresso Internazionale dei Matematici di Kyoto nel 1990 e, nel 2011, ha ricevuto il prestigioso Premio Presidente della Repubblica, conferito da Giorgio Napolitano. Ha collaborato con grandi nomi come David Ruelle e Isadore Singer.

Ma non è stato soltanto uno scienziato di primissimo piano. Negli ultimi anni si era affermato anche come dantista e poeta, seguendo una vocazione condivisa con il fratello Fabio, noto poeta scomparso prematuramente. Alcune poesie dei fratelli Doplicher sono state incluse in un’antologia recente. Ha scritto saggi di critica letteraria e artistica, anche in collaborazione con la moglie Fausta Ferro Luzzi. Veniva invitato a tenere conferenze pubbliche; mi raccontò una volta, divertito, che lo avevano presentato come “un dantista che si occupa anche di fisica”. In lui, la scienza e la letteratura non erano mondi separati, ma modi diversi di interrogare la realtà.

Il mio incontro con Sergio risale all’inizio del 1974. Era rientrato da Marsiglia come ricercatore dell’INFN e insegnava analisi funzionale agli studenti di matematica. Allora ero studente di terzo anno e cercavo un argomento stimolante per la tesi di laurea. Un professore, Bruno Firmani, mi indirizzò a Sergio. Il suo corso, destinato al quarto anno e già a metà svolgimento, era decisamente innovativo e avanzato; nonostante le immaginabili difficoltà, rimasi affascinato dagli argomenti trattati. Fu certamente un passaggio decisivo per la mia futura attività di ricerca, che iniziò con la tesi che mi assegnò. Ebbe poi altri studenti, sia provenienti dalla matematica sia dalla fisica, diversi dei quali sono rimasti nel mondo accademico, come Sebastiano Carpi, Daniele Guido, Gerardo Morsella e Claudia Pinzari; Sergio sapeva riconoscere e coltivare il talento e fare scuola.

Negli anni successivi condividemmo lo studio al Castelnuovo, alla Sapienza. Il confronto scientifico non era continuo ma sempre efficace. Il lavoro comune sulle inclusioni split di algebre di von Neumann e l’algebra locale delle correnti rappresentò il punto più alto della nostra collaborazione. Ma, al di là dei risultati, ricordo bene l’atmosfera di  serietà intellettuale e di crescita culturale. Molto imparai da vari colleghi, anche stranieri, che Sergio invitava; come Detlev Buchholz, con cui abbiamo a lungo interagito scientificamente.

Sergio dava l’impressione di una persona estremamente seria, gentile, guidata da regole rigorose, oserei dire cavalleresche. Per esempio, non permetteva mai che qualcuno gli cedesse il passo attraversando una porta. Un collega norvegese, Erling Størmer, mi raccontò una storiella divertente: per farlo passare per primo, una volta dovette prenderlo di peso! Posso però testimoniare che Sergio sapeva anche scherzare e raccontare aneddoti piacevoli, spesso legati a scienziati che aveva conosciuto. Quando nel 1987 mi trasferii a Tor Vergata, ci sentivamo al telefono quasi ogni giorno. La nostra è stata un’amicizia profonda e duratura, fondata su una notevole sintonia scientifica e umana.

In un sistema accademico che di fatto scoraggia i giovani a percorsi interdisciplinari, la figura di Sergio Doplicher resta un monito e un incoraggiamento. Il suo lavoro dimostra che l’interdisciplinarità non solo è possibile, ma può essere feconda, soprattutto quando è guidata da rigore, curiosità e passione autentica. Il contributo scientifico, culturale e umano che ci lascia è grande, e continuerà a parlare alle generazioni future.

Roberto Longo

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