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Nello scorso mese di luglio, durante il congresso internazionale ICIAM a Valencia, è stato consegnato a Giulia Di Nunno il Su Buchin ICIAM Prize, che è “pensato per dare un riconoscimento internazionale ad un eccezionale contributo di un individuo nell’applicazione della matematica alle economie emergenti e allo sviluppo umano, in particolare a livello culturale ed economico nei paesi in via di sviluppo”. Giulia Di Nunno è una matematica che si interessa di analisi stocastica e matematica finanziaria ed è professoressa di matematica presso l’Università di Oslo. Abbiamo intervistato Giulia sulla sua attività scientifica e sul significato di questo premio per DIANOIA, la Newsletter dell’ICIAM. Riportiamo qui la traduzione di questa intervista (l’originale lo trovate qui). Intervista e traduzione sono a cura di Roberto Natalini

Roberto Natalini: Come hai deciso di diventare una matematica? Quale è stata l’influenza della tua famiglia?

Giulia Di Nunno: Ancora durante l’ultimo anno di liceo non sapevo quale potesse essere il mio percorso. Ero sempre stata eclettica nei miei interessi ed ero attratta da molti diversi settori e direzioni. Certo, ne ho discusso con i miei genitori, ma mi davano sempre lo stesso parere incoraggiante: qualsiasi cosa tu scelga, sceglila perché ti piace e pensi possa renderti felice! Insomma, era così. Ricordo che stavo andando a da Milano a Parigi per una vacanza e, mentre ero sul treno, studiavo le brochure di varie università. Bene, quando arrivai a una che riguardava la matematica, rimasi catturata. Non perché fosse prestigiosa, in realtà era la meno interessante a livello di sbocchi lavorativi in tutti quei depliant, non perché si capisse bene di cosa si trattasse, in realtà la presentazione era abbastanza asciutta. Ma si capiva che la matematica era l’elemento comune di tutte le cose che mi piacevano. E così fu. La mia decisione era presa.

R.: Chi sono le persone che sono state importanti per la tua formazione?

G.: Sicuramente i miei genitori hanno avuto un ruolo importante per me. Una è una linguista che mi ha insegnato ad essere aperta a tutte le diversità delle culture e del linguaggio. Riconosceva la matematica come un linguaggio in sé, di interesse per lo studio. L’altro è un economista con la passione per la storia e l’archeologia, abituato alla deduzione logica, alla bellezza e alla ricerca della verità. Insieme con mia sorella sono sempre stati di grande aiuto per me. Alcuni dei miei insegnanti di matematica mi hanno presentato la materia in modo interessante, senza nascondere i punti critici più importanti, ma affrontandoli direttamente per quello che erano, riuscendo spesso ad essere anche piacevoli. Sono ancora in contatto con alcuni di loro. Inoltre, la preside del mio liceo, benché specializzata in letteratura e lingue classiche, era una donna determinata che decise di introdurre lo studio della matematica avanzata e della fisica già a livello iniziale come programma sperimentale. È stata un esempio di qualcuno di abbastanza visionario da anticipare il suo tempo e tenace nel costruire progetti e programmi da zero. È stato probabilmente il programma che ha ideato che mi ha conquistata alla scienza.

R.: Perché hai deciso di lasciare il tuo paese per vivere in Norvegia?

G.: Beh, non l’ho mica programmato. Sono stata in Norvegia la prima volta dopo essere stata invitata a tenere un seminario lì. È stato durante i miei studi di dottorato. Cominciai una ricerca in collaborazione e quindi stetti a Oslo per un periodo più lungo e mi sono sempre trovata bene. Quando dovetti fare domanda per cercarmi un posto dopo il dottorato, mandai il mio curriculum in vari posti in Italia e all’estero, sia che li avessi visitati o no. E alla fine trovai che il posto a Oslo che mi veniva proposto era il più interessante per me. E iniziai senza sapere quanto sarei rimasta. Ma mi piacque e mi piace ancora stare qui.

R.: Essere una donna è stato un problema nello scegliere la matematica come professione? E nella tua carriera? 

G.: Non ho mai pensato che ci fossero professioni non adatte alle donne. È il modo in cui sono stata educata e l’ambiente in cui sono cresciuta. È stato solo molto dopo, durante il dottorato, che ho capito che non c’erano molte donne in giro e che sarebbe stato meglio che ce ne fossero state di più. In generale mi sono sempre trovata bene nell’ambiente lavorativo intorno a me. E tuttavia devo dire che ci sono alcune eccezioni, in posti dove c’è ancora una certa incredulità quando viene fuori che una donna è “full professor” (professore ordinario). Sembra che questo sia dovuto a un pensiero sociale prevalente che valorizza ruoli di genere e relative aspettative in modo più rigido, e porta a pensare che le donne non siano capaci come gli uomini in matematica e nelle scienze. Servono grandi sforzi a vari livelli per cambiare questo stato di cose.

R.: Quali sono state le tue principali direzioni di ricerca? Perché le hai scelte?

G.: Lavoro in analisi stocastica, usando sia tecniche di analisi che di probabilità. A seguito dei contributi fondamentali di Kiyosi Itô negli anni ’40 del secolo scorso, quest’area è cresciuta in modo impressionante, diventando un settore indipendente della matematica, con un frenetico sviluppo negli ultimi cinquanta anni, in considerazione delle molte applicazioni in economia, biologia e scienze naturali. Infatti, l’analisi stocastica è quella branca della matematica che si interessa dello sviluppo temporale di fenomeni governati dal caos. In questo campo io ho lavorato principalmente al calcolo stocastico, studiando il ruolo delle informazioni nei vari tipi di integrali e nella differenziazione stocastica. Ho applicato il mio lavoro in problemi di ottimizzazione che si presentano in finanza ed economia. La scelta del settore di ricerca è venuta fuori gradualmente all’università, dove all’inizio avevo scelto di dedicarmi all’analisi matematica. Invece, misi anche nel piano di studi un corso di processi stocastici, che mi affascinò moltissimo. Così decisi di cambiare la mia direzione di ricerca ed entrai nel mondo della probabilità. E così imparai ad apprezzare il potere combinato della probabilità e dell’analisi già nel mio lavoro di laurea magistrale, e ho continuato anche dopo.

R.: Qual è il tuo miglior risultato di ricerca? Puoi spiegarlo in modo non troppo tecnico? 

G.: Uno dei miei primi risultati di cui sono ancora molto contenta e che è semplice da spiegare è l’introduzione della derivata stocastica non anticipata. Bisogna sapere che la differenziazione stocastica è un’invenzione recente rispetto al concetto classico di derivata in analisi. Per spiegarlo, uno deve pensare che un processo stocastico segue in generale cammini non differenziabili. Quindi non c’è nessuna possibilità di trasporre in modo semplice il concetto classico di derivata ai processi stocastici. In effetti, anche l’integrale stocastico (l’integrale di Itô) è definito come una classe di funzioni. Quindi la derivata non anticipata è introdotta come una formula che dà l’integrando sotto il segno di integrale. Come operatore, si trova che è il duale dell’integrale di Itô. Diversamente da altri tipi di derivata, la derivata non anticipata è ben definita per un’ampia classe di integrandi chiamati martingale. E per quanto riguarda le applicazioni, ti faccio un esempio che nasce dalla copertura dei rischi finanziari. Se uno ha assunto un rischio in un momento futuro, per esempio il risultato incerto di una posizione finanziaria, allora vorrebbe trovare una strategia di copertura (hedging) che permetta di essere il più vicini possibile al valore di rischio, per poter minimizzare l’esposizione al rischio stesso. Ecco, la derivata non anticipata serve a descrivere questa strategia di copertura ottimale, quando la minimizzazione del rischio è formulata in termini della varianza.

R.: Recentemente sei stata premiata con il Su Buchin ICIAM Prize, che è pensato per dare un riconoscimento internazionale ad un eccezionale contributo di un individuo nell’applicazione della matematica alle economie emergenti e allo sviluppo umano, in particolare a livello culturale ed economico nei paesi in via di sviluppo. Puoi spiegarci che tipo di attività hai svolto per meritare questo premio?

G.: Le mie attività nei paesi in via di sviluppo si sono sostanzialmente concentrate in Africa. Ho partecipato a vari progetti, per lo più legati alla creazione di competenze nelle istituzioni accademiche e che avevano a che fare con la qualità dell’insegnamento e dei progetti di ricerca dell’università. Sono stata in molti paesi di questo bellissimo continente, sia nell’ambito di questi progetti, sia su invito diretto di alcuni colleghi del posto. Ho tenuto corsi e seguito studenti in diverse università africane. Nel 2011 sono stata nominata prima membro e poi presidente del Comitato per i paesi in via di sviluppo della European Mathematical Society. In questi otto anni, il comitato ha lanciato una serie di iniziative per promuovere la qualità e la visibilità dei centri in aree in via di sviluppo che stanno producendo lavori notevoli nella ricerca e nella formazione superiore degli studenti all’interno dei loro paesi e anche a livello internazionale. Abbiamo introdotto l’etichetta ERCE (Emerging Regional Centres of Excellence), che è un riconoscimento dato dall’EMS a questi centri. Sempre con questo comitato, abbiamo lavorato ad un programma finanziato dalla SImons Foundation, di supporto allo sviluppo di percorsi accademici individuali per ricercatori africani, con particolare attenzione ai ricercatori più giovani e alle donne. Sono programmi ancora in corso. In questo momento sono coinvolta in vari modi nell’organizzazione internazionale CIMPA  – Centre International des Mathematiques Pures et Appliqueés, e nell’organizzazione svedere ISP – International Science Programme.

R.: Perché ti sei interessata alla formazione dei giovani matematici africani? 

G. : Quando sono arrivata in Norvegia, il dipartimento di matematica era già molto impegnato con un programma finanziato dalla stessa Norvegia per lo svluppo di competenze nei paesi africani, diretto dal mio collega Bernt Øksendal. Mi piaceva il programma e ho iniziato a rendermi attiva seguendo qualche tesi magistrale di studenti dello Zimbabwe. Questo programma mi ha portato a incontrare diversi matematici che lavorano nelle regioni dell’Africa meridionale, aprendo così nuove collaborazioni congiunte. Alcuni degli studenti che avevano preso parte al primo programma norvegese hanno adesso una posizione accademica permanente. Abbiamo poi iniziato altri programmi, l’ultimo dei quali si svolgeva a Dar-es-Salam, in Tanzania. Un aspetto positivo comune di questi programmi è che coinvolgono una rete di paesi africani, e promuovono quindi la collaborazione tra le istituzioni africane, e al tempo stesso, sono basati e condotti dalle istituzioni ospitanti.

R.: In seguito alla tua esperienza, cosa serve in questo momento per migliorare la situazione economica e culturale dell’Africa, riguardo in particolare alla crescita matematica?

G.: Il problema è complesso e molto difficile. Per prima cosa dobbiamo tenere conto che l’Africa non è una nazione, ma tante nazioni molto diverse economicamente e culturalmente l’una dall’altra. Per questo, i bisogni sono diversi e ci sono urgenze diverse. Ad un livello generale e in una prospettiva accademica, posso dire che c’è spesso un problema di competenza rispetto alla varietà dei campi rappresentati in ogni istituzione e anche di livello della ricerca condotta. Ci sono paesi dove c’è una forte fuga dei cervelli, altri che sono densamente popolati  e in cui gli sforzi di pochi individui sembrano non bastare mai, e altri ancora che sono così grandi che le università hanno dei campus a migliaia di chilometri di distanza l’uno dall’altro, con grandi problemi logistici. Parlo a livello accademico, poiché in una prospettiva di sviluppo non si dovrebbe sottostimare l’importanza di questi temi. Infatti, secondo me, la possibilità di ogni paese di formare i suoi propri leaders al più alto livello è l’unica garanzia per un successo duraturo di qualsiasi altro programma di sviluppo. Per spiegarlo con un esempio, tutti gli sforzi fatti per dei programmi sanitari cruciali nelle regioni più remote, diciamo per avere acqua potabile, hanno poco impatto nel breve periodo se i governanti e gli investitori locali non sono capaci di analizzare, valutare, quantificare, progettare, costruire e mantenere la rete dell’acqua potabile di estrazione, filtraggio e distribuzione. E sappiamo bene come la matematica sia cruciale in molti problemi teorici e applicati. Le risorse umane e la loro competenza sono un investimento essenziale per tutti i paesi. E questo vale anche per l’Africa.

R.: Come riesci a conciliare il tuo impegno per l’Africa con la vita accademica?

G.: Devo pianificare bene i miei impegni, specialmente quando devo viaggiare. In realtà. la cosa bella della matematica è che uno può farla in qualsiasi posto.

R: E adesso, un’ultima domanda a carattere generale. Cosa ti auguri che succeda in matematica, e in particolare per l’Africa, nel prossimo futuro?

G.: Che sia ricca, profonda, variegata e ben visibile.

 

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