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Intervistiamo Daniela Paolotti, ricercatrice della Fondazione ISI di Torino, che si occupa di analizzare dati epidemiologici raccolti in modi non tradizionali generati direttamente dalla popolazione generale invece che dalle autorità sanitarie. 

Roberto Natalini: Come prima domanda, come mai, da fisica, ti sei messa a studiare questo tipo di cose che sono un po’ diverse dalla fisica classica che hai studiato all’università?

Danela Paolotti

Daniela Paolotti: Grazie mille per questa domanda! Beh è presto detto: io ho una laurea e un dottorato in fisica statistica, nell’ambito di quelli che in Fisica si chiamano sistemi complessi. È un’area della fisica fortemente interdisciplinare che si occupa di di studiare problemi molto variegati, dall’ecologia, quindi i sistemi preda-predatore, fino ai sistemi sociali, come ad esempio le reti di mobilità delle persone, o ad esempio anche reti di contatto e interazione tra individui. Ed è proprio questo carattere fortemente interdisciplinare che mi ha portato ad interessarmi all’aspetto legato alle reti complesse, che sono una branca dei sistemi complessi che negli ultimi vent’anni ha avuto un enorme sviluppo soprattutto grazie all’abbondanza dei dati digitali generati appunto proprio da piattaforme Web o da dispositivi mobili come i telefoni cellulari. In particolare, ho iniziato a interessarmi di come le epidemie si propagano all’interno di un sistema sociale. È veramente un’applicazione molto naturale per chi si occupa di sistemi complessi. E il padre fondatore dello studio delle epidemie su reti di mobilità anche su larga scala è Alessandro Vespignani, che è stato direttore della nostra istituzione, ossia della Fondazione ISI fino al 2013, e che per tanti anni ha dato l’impronta per le direzioni di ricerca del nostro istituto. Per i fisici che si occupano dei sistemi complessi, studiare come si propagano le epidemie in un sistema sociale è dunque un’area abbastanza naturale.

R.: Quindi non ti sei improvvisata, con l’arrivo del Covid, su queste tematiche. È una cosa che fai da tanti anni, che conosci bene. Su cui avevi lavorato nel caso di altre epidemie.

D.: Assolutamente. In particolare mi occupo di quella che si chiama epidemiologia digitale, ovvero lo studio di come si propagano le malattie all’interno di un sistema sociale usando dati non tradizionali. Quindi dati che non vengono raccolti all’interno della sanità pubblica, ma che possono invece essere generati a partire proprio dall’attività di persone su piattaforme digitali. Questi studi sono importanti soprattutto per malattie tipo l’influenza. Quando una persona senza troppe patologie pregresse ha l’influenza, tipicamente non va dal medico, ma magari scrive su Twitter un cosa come “Oddio, oggi sto malissimo, ho febbre e un tremendo mal di gola! Mi sento davvero spossato.”. Questo tipo di segnali sono dei cosidetti proxy digitali per la stima della circolazione della malattia nella popolazione generale che non viene rilevata dalle autorità sanitarie. Possono quindi essere utilizzati per fornire un tipo di informazione complementare a quello che la sanità e la sorveglianza pubblica rilevano. Lo scopo ultimo è quello di aumentare l’informazione disponibile ai i sistemi di monitoraggio. Per il Covid ovviamente la situazione è più complicata. In ogni caso, informazioni relative per esempio alla circolazione di sintomi insoliti, oppure all’attitudine delle persone rispetto all’adozione di misure igieniche, come il lavaggio delle mani o l’indossare le mascherine, o anche il carico sulla salute mentale delle persone sono informazioni rilevanti che si possono acquisire grazie ai sistemi digitali. E sono tutte informazioni che il monitoraggio tradizionale fatica a raccogliere per ovvi motivi e che possono invece essere raccolti con queste nuove metodologie, in tempo reale e su scala molto ampia.

R.: A questo proposito molti dicono che Twitter, Facebook, Google saprebbero molto meglio dei governi qual è la vera situazione dell’epidema attuale, e che però non ce lo dicono. È vera questa cosa?

D.: È una domanda molto complicata. Per malattie come la sopracitata influenza, probabilmente i dati raccolti da Twitter o Facebook, che sono piattaforme super pervasive, potrebbero veramente dare una fotografia molto fedele a quello che succede nella realtà in termini di circolazione del virus influenzale. In situazioni di non emergenza è molto rilevante fatto che le persone nella maggior parte dei casi non vadano dal medico, ma scrivano su una piattaforma come si sentono. Ecco quindi in questo caso potrebbe essere vero. Ma nel caso del Covid la faccenda è molto diversa perché comunque è un’emergenza nuova, che spaventa molto le persone e che ovviamente ha anche un impatto molto più forte dell’influenza. Questo fa sì che le persone si rivolgano alle strutture sanitarie praticamente sempre, ogni volta che hanno dei sintomi. Quindi la situazione rilevata dal monitoraggio della sanità pubblica, rispetto magari a quella rilevata da Facebook, rimane molto complessa in entrambi i casi. Essendo appunto una nuova emergenza, una nuova pandemia, di fronte alla quale non sappiamo bene quali siano tutte le possibilità in termini di sintomi o di evoluzione clinica, credo che Facebook sia confuso quanto noi.

R.: Quali sono le caratteristiche principali del Covid che lo distinguono dalle altre malattie? La gravità della MERS era addirittura maggiore e la SARS comparabile, e però tuttavia queste due malattie si sono fermate. Perché il Covid è diventato così devastante?

D.: La furberia del Covid sta nel fatto che innanzitutto ha un tempo di incubazione relativamente lungo di circa due settimane, se non di più. Quindi il tempo che intercorre fra quando una persona viene infettata e il momento in cui manifesta dei sintomi è molto lungo. Per questo motivo, anche associare l’insorgenza dei sintomi ad un episodio così lontano nel passato diventa molto difficile per le persone. E in queste due settimane le persone che non hanno sintomi, ma cominciano a essere infettive, possono andare in giro e interagire con altre persone, e quindi hanno un bel po’ di tempo per diffondere l’epidemia tra i loro contatti. Inoltre, questa malattia si è presentata con una varietà di sintomi incredibile. Ci sono delle sintomatologie tipiche, ma la casistica di sintomi diversi è veramente ampia. Questo all’inizio ha reso molto difficile restringere le varie sintomatologie che potevano essere riconducibili al Covid senza fare un test virologico. Ad aggravare la situazione, c’è anche il fatto che in tanti casi appunto questi sintomi possono essere molto leggeri, non molto preoccupanti o che addirittura una notevole frazione dei malati di Covid sia asintomatica, ma in grado di infettare quanto le persone con i sintomi. Questo ha reso il Covid ancora più difficile da gestire. È una cosa che succede anche con l’influenza: si stima siano asintomatiche almeno un terzo delle persone che si ammalano di influenza. Però ovviamente l’influenza è una malattia molto più studiata, ricorrente, con la quale ormai abbiamo una certa familiarità e soprattutto per cui abbiamo un vaccino. Per il per il Covid no. E quindi tutti questi fattori combinati pongono dei problemi. Tra l’altro ci abbiamo messo un po’ a capire questo tempo di incubazione, questa differenziazione dei sintomi e la percentuale di asintomatici. Nel frattempo la prima ondata ci ha investito in modo devastante. Purtroppo sembrerebbe che non abbiamo imparato la lezione per la seconda ondata. Pur sapendo molte più cose ci siamo comunque lasciati travolgere con modalità non troppo diverse dalla prima.

R.: Parliamo allora di quello che fai adesso. Sei una delle responsabili del progetto Eventi e Covid-19 https://covid19eventi.datainterfaces.org/. Di cosa si tratta e qual è l’idea che vi ha spinto a realizzarlo?

D.: È un progetto che si è ispirato ad un’iniziativa promossa dal professor Joshua Weitz a Georgia Tech negli Stati Uniti, che per primo ha proposto una mappa del rischio per gli Stati Uniti. Questa mappa l’abbiamo creata ai primi di ottobre quando era chiaro che si sarebbe andati verso una recrudescenza dell’epidemia, ma nella valutazione generale c’era ancora una scarsa percezione del fatto che più persone si incontrano e più è alta la possibilità che fra queste ce ne sia una infettata e contagiosa. E quindi l’idea era di far vedere qual è il rischio di essere esposti al virus in base alla probabilità che nel gruppo a cui si sta partecipando ci sia almeno un individuo positivo. Abbiamo voluto mostrarlo con una risoluzione relativamente alta, a livello provinciale, e a seconda del numero di persone che partecipano ad un evento, che può essere un evento di 10 persone, tipo una cena fra amici, o tra 10 e 500 persone come un matrimonio, o addirittura una partita di calcio con 20mila persone. Facciamo anche vedere come questa probabilità cambi in base alla circolazione giornaliera del virus. E anche in base a quante sono le infezioni rilevate dalla sorveglianza delle autorità sanitarie, che dipende dal fatto che riusciamo o meno a monitorarle tutte. Quindi se sono una su due, allora vuol dire che stiamo facendo un buon lavoro di monitoraggio. Se invece ne vengono rilevate soltanto una su sei, vuol dire che tante non ne vediamo abbastanza e quindi nel gruppo di 10 o 50 o 100 persone ce ne potrebbero essere molti di più di quanto ci aspettiamo perché il numero di infetti riportato dal monitoraggio nazionale sottostima fortemente quante persone in realtà poi sono infette. Questo appunto era stato fatto in un momento in cui le persone pensavano che comunque ce la saremmo scampata da questa seconda ondata. Non c’era la percezione che anche solo andare a una cena fra amici con dieci persone che provengono da contesti diversi, che abitualmente non sono in contatto fra loro, che non sai cosa hanno fatto fino a cinque minuti prima di partecipare all’evento, crei comunque una probabilità non trascurabile di avere una persona infetta a cui poi tu sei esposto durante l’evento. Questo progetto è stato fatto in collaborazione con il Professor Vespignani di Northeastern University e con il Politecnico di Milano, tramite Marco Quaggiotto, il designer che ha concepito l’interfaccia di navigazione dei dati. Ne abbiamo fatto una versione anche per la Spagna e riteniamo che possa essere appunto uno strumento di divulgazione molto importante per acquisire consapevolezza sul rischio a cui ci si espone anche solo andando a un matrimonio in un momento in cui l’epidemia sta accelerando.

R.: Ma come fate a stimare quanti sono i casi positivi rilevati rispetto a quelli che ci sono realmente?

D.: Usiamo i dati della protezione civile, quindi per la circolazione effettiva del virus usiamo i dati proprio del monitoraggio nazionale degli ultimi 10 giorni. E per quanto riguarda invece la scelta se usare una persona rilevata su due o una persona rilevata su sei, questa è lasciata a chi guarda la piattaforma. A Ottobre quando si sapeva che il tracciamento funzionava bene, che il contact tracing stava comunque facendo un buon lavoro, allora si poteva assumere che una persona su due venisse rilevata, proprio perché comunque l’epidemia era ancora sotto controllo. Adesso, che ormai è abbastanza accettato che il contact tracing non funzioni più, è più sensato scegliere sul menu che solo una persona su sei venga rilevata. Quindi la scelta viene lasciata all’utente, e però diciamo deve essere fatta in base anche al momento storico in cui ci si trova.

R.: Su quali altri progetti stai lavorando che riguardano il Covid?

D.: In realtà il mio progetto principale è l’utilizzo di piattaforme digitali web per raccogliere informazioni sullo stato di salute delle persone. È un progetto che portiamo avanti da più di dieci anni, dal 2008, ed è una piattaforma web che si chiama Influweb.it https://www.influweb.it/ Era nata per invitare le persone che avevano sintomi influenzali a riportare il loro stato di salute durante la stagione influenzale di settimana in settimana, insieme anche ad informazioni di follow up come ad esempio: se avevano visitato un medico, se avevano preso dei farmaci, se erano dovuti rimanere a casa da scuola o dal lavoro. Quindi tutta una serie di informazioni ulteriori che, di nuovo, il monitoraggio dell’influenza tradizionale non riesce a fare. Questo approccio è stato così di successo che poi nel 2009, grazie anche a un progetto della Commissione europea coordinato da Alessandro Vespignani con la Fondazione ISI, siamo riusciti a propagare questa piattaforma in tanti altri paesi europei. Il primo è stato proprio l’Inghilterra, durante la prima ondata della pandemia causata dal virus H1N1 nel 2009. Quello è stato proprio il nostro battesimo del fuoco, in cui siamo stati in grado di confrontare sia la sintomatologia sia il comportamento delle persone tra la prima e la seconda ondata della pandemia in Inghilterra. Questo approccio è stato così apprezzato dalla sanità pubblica, che è diventato uno strumento di monitoraggio dell’influenza ormai adottato dalla maggior parte dei paesi dell’europa occidentale sotto l’ombrello di un consorzio che si chiama InfluenzaNet http://influenzanet.info/#page/home che noi coordiniamo. A Febbraio 2020, il consorzio di InfluenzaNet si è ritrovato di fronte all’emergenza Covid che ha investito tutta l’Europa. C’è stata ovviamente una reazione molto pronta da parte di queste piattaforme per convertire la raccolta dati dall’influenza al Covid. L’aspetto rilevante di queste piattaforme è che si basano sulla raccolta dei sintomi. Quindi abbiamo potuto raccogliere sintomi che comunque erano molto simili a quelli dell’influenza, ma aggiungerne di nuovi, come la perdita di olfatto e gusto. E poi abbiamo fatto una serie di questionari in diversi paesi europei in cui abbiamo chiesto alle persone quanto il Covid sta impattando sulla loro vita in termini di cambiamento delle abitudini. Riesci a stare a casa durante il lockdown o devi per forza andare a lavorare? Quanto i figli a casa impattano sulla tua routine? Quindi tutta una serie di domande extra per raccogliere informazioni che comunque la sanità nazionale nei vari paesi avrebbe difficoltà a raccogliere, riuscendo anche a mettere in atto confronti tra Francia, Italia, Gran Bretagna ecc.
La cosa interessante è che queste domande fatte prima del lockdown, a fine febbraio, mostravano che le persone erano molto ottimistiche e non pensavano che il Covid sarebbe diventato un qualcosa che avrebbe avuto un impatto sulla loro vita quotidiana. Cosa poi clamorosamente smentita dopo due settimane quando ci siamo ritrovati tutti in modalità lockdown. Sono strumenti che ti danno il polso della situazione praticamente in tempo reale e che fanno da complemento alla sanità nazionale. E funziona così bene che lo European Center for Disease Control, che è l’agenzia europea per la salute, già da due anni ci chiede i dati sulla circolazione dell’influenza rilevati da queste piattaforme. Quest’anno per la prima volta forniremo loro anche gli indicatori relativi all’incidenza del Covid. Questa è sostanzialmente poi la mia attività principale con cui ho che fare tutti i giorni.

R.: Avrai visto anche tu l’appello di Giorgio Parisi sui dati trasparenti in forma elettronica leggibili anche in modo automatico. Tu lavori in un certo senso in maniera complementare all’approccio classico. Qui si tratta di dati classici e invece tu lavori su quelli non classici. Secondo te riusciremo a fare meno in futuro dei dati classici, che spesso richiedono una grande fatica ad essere rilevati, e credi che questi dati presi dalla rete potranno diventare una fonte sufficiente, oppure avremo bisogno in ogni caso di queste rilevazioni?

D.: Come dicevo prima le due cose sono complementari. Perché comunque con questi sistemi digitali, al di là del nostro approccio che ha comunque dei volontari che riportano delle informazioni tutto sommato affidabili e precise, si possono fare tante cose anche con tracce digitali passive. Per esempio le ricerche su Google di sintomi influenzali o legati al Covid permettono di tracciare la circolazione della malattia nella popolazione. Però sono segnali comunque molto sporchi e rumorosi. Il segnale del monitoraggio tradizionale è la nostra cosiddetta “ground truth” (verità di base), il nostro segnale di riferimento su cui poi calibriamo tutte le rilevazioni fatte con i segnali digitali. Quindi non si potrà mai fare a meno del segnale tradizionale e anzi uno dovrebbe auspicare che quel segnale diventi sempre più pulito, accurato e soprattutto pubblico, condiviso con tutti. Per questo anche chi si occupa di epidemiologia digitale non smetterà mai di sottolineare l’importanza del dato tradizionale, che rimane comunque poi il riferimento rispetto a cui analizzi tutto il resto. Per cui l’appello di Parisi è assolutamente importante. E vorrei aggiungere qualcosa in più. I dati sono un bene comune importantissimo, ma i dati da soli non servono a nulla. Quindi, anche se i dati non devono necessariamente essere resi pubblici, se per motivi di privacy non è possibile farlo, devono comunque essere condivisi il più possibile con la comunità scientifica che poi ne può estrarre valore e gli può dare un senso. Perché i dati senza modelli lasciano il tempo che trovano.

Intervista a cura di Roberto Natalini

 

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