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Sofia Sabatti, insegnante della Scuola Secondaria di primo grado “Piero Calamandrei” dell’Istituto comprensivo “Cristoforo Colombo” di Chirignago, a Venezia, è risultata vincitrice nel 2019 del Premio dell’UMI dedicato alla memoria di Stefania Cotoneschi. In questo post ci racconta come sta vivendo l’esperienza di chiusura delle scuole e la didattica a distanza. In fondo trovate due esempi di video di attività proposte da Sofia. Crediamo siano utili a tutti per capire come ci si possa muovere in modo efficace. Questo post fa parte della campagna #lascuolaconta.

Per chi non mi conosce e dal titolo si aspetta qualche consiglio risolutivo da parte di un esperto di didattica a distanza, vorrei chiarire subito che sono solo una prof delle medie, abituata ad insegnare “in presenza”. Fino a pochi giorni fa stavo quotidianamente nella stessa aula dei miei alunni, li guardavo negli occhi quando mi parlavano, giravo tra i banchi inciampandomi regolarmente in qualche zaino, osservavo in tempo reale ciò che scrivevano metà in blu metà in nero perché è finita la biro, aprivo le finestre quando mancava l’ossigeno e abbondavano altri gas non completamente inodori, mi facevo prestare una penna per firmare il registro finendo sempre con l’impiastricciarmi le mani, perché tutto quello che ti passano loro è sempre appiccicaticcio… Insomma, le solite cose.
Le riflessioni che sono andata facendo in questi giorni nascono quindi da tutto tranne che da una certificata competenza in merito alla didattica a distanza. Nascono dalle chiacchiere con i miei alunni (attuali ed ex), con i miei figli e con i loro compagni di classe. Nascono dai messaggi che abbondano nei gruppi whatsapp cui appartengo in quanto mamma. Nascono dalla condivisione con i miei colleghi di paure, desideri e tentativi. Nascono dalla lettura di alcuni articoli scritti in questi giorni da sostenitori e detrattori della didattica a distanza, che sembrano voler affilare le armi per una imminente battaglia. Nascono dall’esperienza come tutor nei corsi MathUp (questi sì, corsi a distanza, ma corsi di formazione per insegnanti adulti, non certo una proposta alternativa alla scuola; e, tra l’altro, corsi in cui si discutono proposte per i ragazzi dove l’interazione tra pari è massima!). Nascono, infine, dalla condivisione con altri tutor e con docenti attualmente attivi nei corsi MathUp, con i quali ci stiamo chiedendo se abbiamo qualcosa di utile da dire ai nostri corsisti in questo frangente.

Perché la scuola non può semplicemente chiudere?
Perché le attività didattiche non possono semplicemente fermarsi? Perché #lascuolaconta così tanto? Una risposta banale è che così sta scritto nel DPCM 8 marzo 2020 in cui, finalmente, si legge che sono sospese “le attività didattiche in presenza nelle scuole di ogni ordine e grado” e non le attività didattiche tout court. Ma c’è anche un’altra risposta, che ha a che fare con ben altro che un obbligo di legge:
“Il rimedio migliore quando si è tristi – replicò Merlino, cominciando ad aspirare e mandar fuori boccate di fumo, – è imparare qualcosa. È l’unico che sia sempre efficace. Invecchi e ti tremano mani e gambe, non dormi alla notte per ascoltare il subbuglio che hai nelle vene, hai nostalgia del tuo unico amore, vedi il mondo che ti circonda devastato da pazzi malvagi, oppure sai che nelle chiaviche mentali di gente ignobile il tuo onore viene calpestato. In tutti questi casi, vi è una sola cosa da fare: imparare. Imparare perché la gente parla tanto e che cosa la fa parlare. È l’unica cosa che la mente non riesca mai a temere o a diffidarne, mai a sognarsi di esserne pentita. Imparare è il rimedio per te. Guarda quante cose ci sono da imparare!” (Terence Hanbury White, The once and future king)
Perdonate eventuali inesattezze: ho copiato questa citazione dal mio diario di scuola del 1991 (sul quale non è rimasta traccia dei compiti assegnati dai prof, scritti rigorosamente a matita e cancellati per lasciar spazio a testi di canzoni, fotografie, biglietti del cinema, del teatro, della festa del liceo, citazioni di Hesse, Pirandello, King…)! A quasi trent’anni di distanza, sono ancora convinta del messaggio contenuto in queste righe. Senza avere alcuna preoccupazione relativa al “finire il programma” (alle medie abbiamo questo innegabile vantaggio rispetto ai colleghi della scuola secondaria), senza avere l’assillo di mettere voti, sento invece l’urgenza che i ragazzi possano continuare ad imparare, anche in questo momento di emergenza. Mi sembra importante che i ragazzi riescano a dare un ritmo alle proprie giornate, continuando (o ricominciando) a regalarsi del tempo per conoscere e capire meglio il mondo che li circonda. Mi sembra importante che continuino a sentirsi parte di una comunità di apprendimento e che sperimentino che tutte le discipline possono aiutarli a leggere ed interpretare la realtà, anche (e forse soprattutto) in momenti difficili come questo.

Le esigenze dei genitori
Al secondo giorno di chiusura delle scuole in Veneto, mi è arrivato un messaggio da una rappresentante di classe: “I genitori chiedono se è possibile aggiungere compiti per casa”. Quanto disperati dovevano essere questi genitori? Li capisco, si intende. A casa mia siamo fortunati, perché abbiamo un giardino, un cane, un gatto, due uccellini, 6 galline… quindi c’è sempre qualche lavoro di bassa manovalanza da far fare ai figli, ma in altre situazioni cosa gli fai fare a ‘sti ragazzi quando la scuola è chiusa?
Vedo una forte potenzialità, in tutto questo: forse finalmente i genitori saranno nostri alleati nel dire che, anche tra le mura domestiche, si può dedicare del tempo all’apprendimento!
Ma vedo pure il rischio che la didattica a distanza venga presa solo come un passatempo. Qui, credo, che la responsabilità di scegliere sia tutta nostra. Va bene assegnare qualsiasi cosa, purché i ragazzi siano impegnati? Se una risorsa è disponibile in rete, significa di per sé che è una buona risorsa e che è adatta ai miei alunni? Intanto che mi organizzo e preparo qualcosa di significativo, meglio chiedere ai genitori di portare pazienza o tenerli buoni con link a filmati di 156 minuti a bassa definizione?

Una varietà di risorse
Le risorse oggi disponibili sono tante e sono varie. Oserei proprio dire che ce n’è per tutti i gusti e che ciascuno può avere validi motivi per preferire una all’altra, o viceversa.
I ragazzi sono abituati a vederci usare strumenti diversi, anche quando siamo “in presenza”: la prof. di tecnologia disegna con squadre e compasso da lavagna e loro si adeguano, io uso GeoGebra e loro si adeguano, quella di arte traccia i cerchi a mano e loro si adeguano… Si adegueranno anche al fatto che per la didattica a distanza usiamo strumenti diversi, senza che questo crei loro alcun danno, anzi: accrescerà la loro elasticità mentale!
L’unica cosa, a mio parere, in cui (quantomeno a livello di Consiglio di Classe) dovremmo uniformarci è la modalità con cui comunicare alle famiglie (o ai ragazzi) ciò che devono fare. Dover leggere i messaggi della prof di mate sui “compiti assegnati” nel registro elettronico, quelli della prof di lettere nella “bacheca” dello stesso registro, quelli del prof di spagnolo tra le “comunicazioni”, quelli della prof di inglese nella chat whatsapp dei genitori, quelli del prof di tecnologia su Classroom, quelli della prof di arte direttamente nella posta elettronica… è una gran confusione che potremmo risparmiarci.

Ascoltare i ragazzi
Enrico Galiano, qualche giorno fa (5 marzo 2020, Ecco perché insegnare è una cosa che non si può fare a distanza, ilLibraio.it) scriveva così:
“Insegnare non è buttare dentro roba: che sia in un computer, in una piattaforma cloud o in una testa di un ragazzo. Insegnare è tirare fuori roba. Non è mettere insieme ingredienti, un po’ di grammatica qua, un po’ di storia là: insegnare è mescolare. Muovere energia. Insegnare non è accendere desktop o schermi di cellulari, ma accendere idee, fare domande, svegliare dubbi, far passare la luce.”
Chi potrebbe non essere d’accordo, di primo acchito?
Ma siamo sicuri che, tra quelli a nostra disposizione, non ci siano alcuni strumenti che ci permettano, anche a distanza, di fare qualcosa di diverso rispetto al “buttare dentro roba”? La mia risposta è, molto semplicemente, che questi strumenti esistono, ma che ci chiedono un forte impegno in termini di tempo ed energie.
Quando sei in aula, giri tra i banchi e sbirci i quaderni, ti accorgi in un attimo se il messaggio è passato e se gli occhi si accendono; i ragazzi alzano la mano, in pochi istanti puoi ascoltare il loro parere, capire i loro dubbi, cogliere le loro domande. Fare tutto questo da casa richiede molto più tempo, se si opta per lezioni asincrone; ma rimane molto più dispendioso e faticoso anche se si riescono a fare video lezioni sincrone, perché comunque il colpo d’occhio sulla classe non riusciremo ad averlo come in aula.
Detto questo, ho “scoperto” in questi giorni due potenzialità della comunicazione a distanza a cui non avevo mai pensato prima; vorrei sottolinearle qui, giusto per dire che “non tutto il male vien per nuocere” e per invitare tutti a scovare anche eventuali altri aspetti positivi, sul lato della comunicazione e dell’ascolto, di questo inusuale modo di fare scuola.

  •  Ci sono persone che, in classe, non osano fare domande, non osano contraddire i compagni e rimangono volentieri nascoste. Alcune di queste nei giorni appena trascorsi hanno approfittato in una maniera per me del tutto inaspettata dei “commenti privati” su Google Classroom per farmi domande, per farmi notare cose che non funzionano, per dirmi il loro parere. Spero proprio che questa situazione finisca presto e si ritorni a guardarsi negli occhi, ma non riesco a non essere riconoscente per l’occasione che ho avuto di vedere questi alunni agire in un contesto diverso e potersi mostrare in un modo diverso.
  • Proprio ieri mio figlio mi ha detto: “Uffa!” (Beh, non ha detto proprio “Uffa!”, ma certe cose non si possono ripetere!). “Il prof dice una cosa, tu non capisci, allora gli scrivi, e lui non capisce, allora devi scrivergli di nuovo e spiegare quello che non hai capito. In classe è tutto più facile e più veloce, ci si intende subito”.
    Ha ragione: in presenza è tutto più facile. Ma… quante volte noi insegnanti capiamo le domande dei nostri alunni prima ancora che essi riescano a formularle a sé stessi? Quante volte giochiamo d’anticipo per velocizzare i tempi e non lasciamo che essi nemmeno sentano la curiosità o la necessità di ottenere certe risposte? Non è forse un bene che, qualche volta, la comunicazione sia rallentata come in questi giorni, e dobbiamo tutti cercare di esprimerci al meglio per farci capire? Forse essere costretti, per le prossime settimane, a scrivere per benino i propri dubbi, potrebbe essere una grande occasione, per i nostri alunni. E dover aspettare che essi li esplicitino, potrebbe essere una grande occasione per noi insegnanti.

La scuola come condivisione
Anna, una mia ex-alunna, proprio ieri mi scriveva: “Non può esistere la scuola senza una classe e senza degli studenti che condividono qualcosa”. Dalla freschezza dei suoi vent’anni Anna ha anticipato quello che il 9 marzo il Ministero dell’Istruzione ha inserito nelle istruzioni operative che ha emanato a seguito del DPCM 8 marzo 2020[1 ]“Si consiglia comunque di evitare, soprattutto nella scuola primaria, la mera trasmissione di compiti ed esercitazioni, quando non accompagnata da una qualche forma di azione didattica o anche semplicemente di contatto a distanza. […] Va infatti rilevato (e ciò vale anche per i servizi all’infanzia) come i nostri bambini e le nostre bambine patiscano abitudini di vita stravolte e l’assenza della dimensione comunitaria e relazionale del gruppo classe. Anche le più semplici forme di contatto sono da raccomandare vivamente. E ciò riguarda l’intero gruppo classe, la cui dimensione inclusiva va, per quanto possibile mantenuta, anche con riguardo agli alunni con Bisogni educativi speciali.” e che noi tutti sappiamo bene. Ma… come fare?
Ci sono insegnanti che stanno adottando forme di video-lezioni sincrone (attraverso piattaforme come Meet, Web-Ex, Zoom), altri che preferiscono registrare video-lezioni che gli alunni possono guardare ciascuno in momenti diversi, raccogliere le loro risposte “in differita” e restituire poi commenti in altri video. Credo che ciascuno debba e possa legittimamente scegliere, tra quelle tecnicamente possibili nella situazione in cui si trova lui e i suoi alunni, la modalità che più gli si confà.
Se posso permettermi di dare un incoraggiamento, direi a ciascun insegnante di non aver paura di “metterci la faccia”; non avevo mai registrato per i miei alunni una video-lezione in cui comparisse il mio volto, prima d’ora; ma in questi giorni ho pensato (come tanti) che per quanto spettinato e stravolto, il mio viso è sempre e comunque, per i miei alunni, qualcosa di familiare, qualcosa in cui ritrovare la quotidianità e la normalità che per altri versi possono sembrare loro tanto lontane.
Un altro mezzo che, a mio parere, abbiamo per fare in modo che la didattica a distanza non annulli completamente la condivisione, è gestire bene i tempi. Può essere che ci sentiamo a disagio nel dare “scadenze” ai ragazzi in questo frangente così particolare, ma solo se diamo loro dei tempi, possiamo pensare che – anche se in posti diversi – lavorino contemporaneamente sulle stesse cose e possano condividere dubbi, domande, idee, errori e conquiste nei modi che la tecnologia consente loro.

E se sbaglio?
Ai miei ragazzi lo ripeto quasi ossessivamente: “Non dovete aver paura di sbagliare!” Ma poi… Appena sono io a sbagliare, chiedo loro scusa e, probabilmente, arrossisco. E, più o meno consciamente, evito come la peste di mettermi in condizione di sbagliare: preparo le lezioni, eseguo gli esercizi prima di assegnarli a loro, se ho qualche dubbio cerco di risolvermelo prima di entrare in classe… Sono tutti atteggiamenti comprensibili, e corretti; ma in questo modo è facile che io trasmetta – attraverso i fatti – un messaggio diverso da quello che esprimo a parole. Dico che “Tutti sbagliano”, ma sembra che io non sbagli mai; dico che “Sbagliare non è una colpa”, ma chiedo scusa se capita a me!
Che c’entra tutto questo con la didattica a distanza? Forse per alcuni lettori di MaddMaths! proprio nulla. Ma per tanti insegnanti che, come me, si trovano per la prima volta a usare strumenti che permettono di fare un po’ di scuola da lontano, questa potrebbe essere l’occasione ideale per mostrare ai nostri alunni come si può imparare, anche facendo un errore dopo l’altro.
Mettiamoci in gioco, accettiamo il rischio di sbagliare, mostriamo cosa si può fare dopo aver sbagliato. Ringraziamo chi ci fa notare, con garbo, che abbiamo commesso un errore o che qualcosa non funziona come ci eravamo immaginati. Affrontiamo la questione, senza rinunciare alla prima difficoltà. Prendiamoci il tempo necessario per risolvere i problemi. Accettiamo i suggerimenti di chi ne sa più dIl video che lancia l’attività è questo:i noi. Andiamo a cercare informazioni sui problemi che riscontriamo, valutando bene l’attendibilità delle fonti. Insomma: proviamo a fare tutte quelle cose che ci aspettiamo dai nostri ragazzi quando fanno degli errori e noi glieli facciamo notare!

Sofia Sabatti

Attività Visual Patterns: Una attività di avvio all’algebra per le classi terze, in attesa di tornare a scuola

Il video che lancia l’attività è questo

I video di commento dei lavori dei ragazzi sono questi:

Tiriamo le fila dell’attività “Visual patterns” (prima parte)

seconda parte

 

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Note e riferimenti   [ + ]

1. “Si consiglia comunque di evitare, soprattutto nella scuola primaria, la mera trasmissione di compiti ed esercitazioni, quando non accompagnata da una qualche forma di azione didattica o anche semplicemente di contatto a distanza. […] Va infatti rilevato (e ciò vale anche per i servizi all’infanzia) come i nostri bambini e le nostre bambine patiscano abitudini di vita stravolte e l’assenza della dimensione comunitaria e relazionale del gruppo classe. Anche le più semplici forme di contatto sono da raccomandare vivamente. E ciò riguarda l’intero gruppo classe, la cui dimensione inclusiva va, per quanto possibile mantenuta, anche con riguardo agli alunni con Bisogni educativi speciali.”
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