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Anche i Rudi Mathematici un tempo sono andati a scuola, addirittura nel secolo scorso. E sono anni che manca loro qualcosa. Questo post fa parte della campagna #lascuolaconta.

Su, non fate quella faccia: se la cercate in rete, la trovate subito. Potrei persino darvi il link, ma tempo ne avete, cercatela da soli: è persino divertente usare la rete per qualcosa di diverso da solito. Perché lo benissimo che già vi manca, il suono della campanella. Quel suono liberatorio, che salva dalle interrogazioni, che squilla il “rompete le righe” prima della ricreazione, per non parlare di quando sancisce addirittura la fine della giornata scolastica: basta, stop, fine, tutti a sciamare fuori, riaccendendo voci e telefoni, liberi di parlare a voce alta, ridere, e prendersi in giro e prendere accordi per il pomeriggio.

Solo che adesso vi manca anche lo squillo d’ingresso. Vi manca perfino quello che annuncia l’ingresso del prof più temuto, o l’inizio dell’ora in cui si consumerà la verifica per cui non vi sentite sufficientemente preparati, o quello che, perfido, ricorda che la ricreazione è finita. Vi manca un po’ tutto, di quel segnale squillante che regola preciso il tempo della scuola; e non c’è molto da fare, perché è proprio la scuola che vi manca. Non c’è niente da vergognarsi ad ammetterlo: non è roba da secchioni o da cocchi della professoressa, è che la scuola conta, conta parecchio, e quando non c’è, manca. Sotto sotto lo sanno tutti, perfino quelli che si danno arie da duro, che sembrano sempre un po’ mezzi prigionieri mentre seguono le lezioni di lettere o di geometria. Anche quelli con l’aria un po’ strafottente, che sembrano sempre pensare “la vita vera è là fuori”; anche loro, sotto sotto, lo sanno benissimo – soprattutto adesso – che la vita vera invece è proprio lì dentro, nelle aule, nei corridoi, nei laboratori, in tutti i locali della scuola. Nella scuola, appunto.
Quindi, non c’è niente da vergognarsi, nel provare a ricostruire la scuola anche se la scuola è chiusa. Niente di male nell’accendere il computer alle otto del mattino facendo squillare il video della campanella trovato su Youtube; ad usare il telefonino per costruire gruppi Whatsapp coi professori e i compagni, ad organizzare videolezioni e perfino videointerrogazioni. Va bene tutto, pur di salvare lo spirito della scuola. Perché tanto lo sapete benissimo tutti, che la scuola non è solo un edificio di mattoni, ma un luogo dello spirito.

A questa vostra generazione è toccata anche questa prova: ne dovrebbe venir fuori una generazione tosta, visto le prove generali che state affrontando così giovani. Già pregustate il futuro incerto, un lavoro incostante e variabile, con la parola “pensione” già cancellata dal vostro dizionario e il termine “precarietà” già addomesticato e trattato quasi come un vecchio amico, piuttosto che da spauracchio orripilante. E adesso vi tocca perdere anche questo pezzo d’innocenza, quello di riconoscere al mondo e a voi stessi che la scuola conta, che la scuola vi manca. Alle generazioni precedenti (specie quelle abbastanza precedenti come la mia) era ancora concesso di poter fare la faccia stupita e quasi scandalizzata quando, sfogliando il dizionario etimologico, si scopriva che la parola “scuola” veniva dal termine greco che significa “riposo”. “Ma quale riposo” – potevamo lamentarci – “è una tortura, una costrizione, ore sprecate in aula e sui libri a imparare cose inutili, che non serviranno mai davvero!”. Mentivamo a noi stessi, e lo sapevamo, ma avevamo la libertà di fingere.

A voi tocca l’esercitazione sul campo, invece. Vi trovate a vedere la nazione intera che aspetta che una derivata seconda cambi segno, ad esempio: quelli tra voi che hanno già fatto conoscenza di un minimo di analisi matematica lo sanno, lo riconoscono. Il numero del casi di contagio seguirà una curva a campana, salirà sempre più ripida all’inizio, scandita dai numeri recitati dei telegiornali, e poi si ammorbidirà, si appiattirà e tornerà a scendere. Ma non si sa ancora quanto in alto salirà, e tutti aspettano che quei numeri cambino, che diano i primi segnali di rallentamento della crescita: il cambio di segno della derivata seconda, appunto. Esercitazione di analisi sul campo: ne avremmo fatto volentieri a meno tutti, certo; ma il punto è quello che si sente ripetere nei film d’azione: “Questa non è un’esercitazione”. Perché è vita, anche se ricorda un po’ le lezioni di scuola; perché la scuola insegna la vita, anche quando vi costringe a studiare cose astruse come un criterio di convergenza di una serie.
Noi “boomer”, se confondevamo virus e batteri durante un’interrogazione rischiavamo solo un brutto voto e lo sguardo sconsolato della prof di biologia; a voi tocca già spiegare ai nonni che no, gli antibiotici non si possono prendere come le aspirine e che no, non servono granché in questi giorni in cui la gente va in giro con le mascherine sulla faccia. Vi tocca forse spiegare cosa significa quella strana sigla R0 che ogni tanto nominano i giornali e la televisione, e forse poco vi consola sapere che poi vi tornerà utile per capire cosa sia l’“immunità di gregge” quando si tornerà a parlare di vaccini e no-vax. Non adesso, che quel vaccino che tanto ci servirebbe non lo abbiamo ancora, ma poi, quando (grazie a persone che saranno stati bravi studenti in buone scuole) si tornerà alla normalità, si potrà rientrare nella scuola fatta di aule e corridoi con le campanelle vere, e non con quelle fatte suonare apposta ai computer.

E non è mica solo questione di scienza e conoscenza, anzi. La scuola conta perché insegna soprattutto quella materia silenziosa, mai troppo pubblicizzata, mai realmente valutata né presente in pagella che è la convivenza civile. Non è Educazione Civica, non è il voto di condotta: è la capacità di sentirsi parte di qualcosa. Studiate poesie per scoprire come le parole giuste possano scatenare emozioni, studiate grammatica per essere in grado di fornire e interpretare correttamente comunicazioni, studiate storia per capire che tutto quel che ci sembra nuovo non lo è quasi mai, e per imparare dagli errori già fatti. Soprattutto, studiate insieme per imparare a vivere insieme, e a farlo nella maniera giusta, che è non è poi tanto difficile da capire che è una sola: è la maniera del reciproco rispetto. Non ci sono votazioni, non c’è teoria, non c’è libro di testo su questa materia: ma è la materia più importante, quella che ogni giorno studiate e imparate in ogni singolo minuto dell’orario scolastico, ricreazione compresa. Ed è questo che vi manca, adesso: non il suono della campanella, non il bel voto sul foglio della verifica, neppure il continuo allegro cazzeggio con i compagni di classe: vi manca questa continua, preziosa, irrinunciabile educazione alla convivenza.
Nella storia di questa nostra tutto sommato ancora giovane repubblica, la vostra è la prima generazione chiamata a questa esercitazione. Esercitazione difficile e crudele, ma l’abbiamo detto: siete una generazione forte e tosta, forse è un bene che sia toccata a voi. Sta a voi dimostrare che la scuola conta davvero, a voi mostrare di aver capito che la scuola non è un edificio di mattoni o un parcheggio per ragazzini; sta a voi far vedere a tutti che vi è chiaro, che avete capito il trucco finale, che la scuola serve a diventare responsabili, e che voi responsabili già lo siete. E che siete in grado di fare scuola senza la scuola, che siete in grado di studiare solo per volontà e non per costrizione, che siete già adulti quanto gli adulti, anche se avete ancora diritto alla leggerezza sacrosanta alla vostra età.

Vedrete, è solo un’esercitazione, non durerà troppo a lungo. Poi, una volta passata la tempesta, potrete tornare a far finta che la scuola non vi piace, che è noiosa, e che non vedete l’ora che finisca. Noi – generazione vecchia, fortunata e orgogliosa di voi – faremo perfino finta di credervi.

Rudi Mathematici

 

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