Ci ha lasciati all’età di 90 anni Margaret Hamilton, l’informatica che, con la sua ricerca per la NASA, aveva fornito il software per portare gli astronauti sulla luna. Vi proponiamo un suo ricordo scritto da Carla Petrocelli.
[Articolo originariamente apparso su Pagina 21, rivista della fondazione Giuseppe Di Vagno, e qui ripubblicato con il permesso dell’autrice e della fondazione che ringraziamo]
«We’ve lost an icon». Abbiamo perso un’icona, con queste parole il Massachusetts Institute of Technology ha annunciato la morte di Margaret Hamilton, avvenuta il 30 settembre 2026 all’età di novant’anni. Pioniera dell’informatica, Hamilton ha guidato lo sviluppo del software di volo delle missioni lunari.
La notizia della sua morte impone il ricordo non soltanto di una protagonista della conquista spaziale, ma di una scienziata il cui contributo è rimasto a lungo nascosto dietro le immagini più spettacolari di quell’impresa. Tutti conoscono i nomi di Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins; molti meno conoscono quello della donna che insegnò ai computer di bordo a orientarsi nello spazio, riconoscere un errore e decidere che cosa fosse indispensabile per arrivare sulla Luna.
Hamilton ha lavorato al MIT dal 1959 fino alla metà degli anni Settanta, pubblicando più di 130 tra articoli, rapporti e contributi scientifici e partecipando alla nascita di una disciplina che ancora non possedeva un nome. Una invisibilità duplice la sua: quella di donna in un ambiente scientifico dominato solo da uomini e quella di programmatrice in un’epoca in cui il software era considerato un accessorio, qualcosa da aggiungere soltanto alla fine, quando la vera macchina era già stata costruita.
Margaret Elaine Heafield era nata il 17 agosto 1936 a Paoli, nell’Indiana, e si era laureata in matematica all’Earlham College nel 1958. Aveva iniziato a lavorare al MIT nel 1959 con Edward Lorenz, programmando modelli meteorologici e contribuendo agli studi sulla teoria del caos. Nel 1961 era passata al Lincoln Laboratory, dove aveva scritto il codice del sistema di difesa aerea SAGE. Quattro anni dopo aveva risposto a un annuncio dell’Instrumentation Laboratory, che cercava programmatori per «mandare un uomo sulla Luna». Prima donna assunta per il software del progetto Apollo, iniziò a lavorare alle missioni senza equipaggio, arrivando poi a dirigere lo sviluppo dei programmi di bordo, coordinando un’organizzazione di oltre quattrocento persone.
Parlare di Hamilton come della donna che «scrisse il codice dell’Apollo» è tuttavia riduttivo. Andrebbe invece sottolineata la sua determinazione nell’imporre una nuova filosofia secondo la quale il software non doveva limitarsi a eseguire ordini in condizioni ideali, ma doveva prevedere errori, riconoscere le situazioni anomale e proteggere le missioni spaziali anche in caso di errore degli esseri umani.

Margaret Hamilton nel 1969, accanto al codice sorgente del software dell’Apollo Guidance Computer scritto da lei e dal suo team all’MIT. Immagine da Wikimedia.
Il 20 luglio 1969, quella sua capacità si sarebbe rivelata decisiva. Durante la discesa dell’Apollo 11, a pochi minuti dall’allunaggio, il computer di bordo aveva cominciato a mostrare alcuni allarmi: il sistema stava ricevendo più richieste di elaborazione di quante ne potesse eseguire. In una normale sequenza lineare, il sovraccarico avrebbe potuto bloccare il computer proprio mentre gli astronauti si stavano avvicinando alla superficie lunare. Tuttavia, il software sviluppato dal gruppo del MIT riuscì ad avviarsi senza perdere le funzioni critiche, consentendo alla missione di concludersi con successo. Non una soluzione improvvisata in pochi, drammatici minuti, bensì il risultato di anni trascorsi a immaginare l’imprevisto. Hamilton aveva contribuito a costruire un software capace di distinguere, nel momento dell’emergenza, ciò che poteva essere temporaneamente abbandonato da ciò che doveva assolutamente continuare a funzionare.
Eppure, mentre conserviamo vivida nella memoria l’immagine di due uomini che camminano sulla Luna, il lavoro di chi aveva reso possibile quella discesa rimane fuori dall’inquadratura, nascosto dietro le loro impronte.
Hamilton aveva compreso che quell’invisibilità non riguardava soltanto lei e le generazioni di programmatrici che l’avevano preceduta, ma l’intera attività di scrittura del software, considerata di secondo piano se paragonata alla costruzione dei computer. Per questo cominciò a chiamarla «software engineering», ingegneria del software, rivendicando per la programmazione la stessa dignità scientifica, lo stesso rigore progettuale e la stessa responsabilità riconosciuti a chi costruiva materialmente razzi e computer.
Quel nome venne accolto con sufficienza: i colleghi lo consideravano esagerato, quasi pretestuoso, e per anni lo trasformarono in motivo di battute. Hamilton non rinunciò a usarlo. Sapeva che scrivere il codice non significava semplicemente impartire istruzioni a una macchina, ma prevedere l’errore, controllare l’imprevisto e assumersi la responsabilità di ogni possibile conseguenza. Quella che allora appariva come la provocazione di una donna decisa a dare un nome e un valore al proprio lavoro, negli anni è diventata una disciplina scientifica riconosciuta e una professione esercitata da milioni di persone.
Ancora una volta, Hamilton aveva visto il futuro prima degli altri; ancora una volta, gli altri avrebbero impiegato anni per riconoscere che aveva ragione.
I pochi che oggi riconoscono il volto di Margaret Hamilton lo ricordano accanto a una pila di volumi alta quasi quanto lei, formata dai listati del software prodotto dalle squadre del modulo lunare e del modulo di comando che dirigeva. Questa fotografia esiste dal 1969, ma ci è voluto quasi mezzo secolo perché la storia si accorgesse di lei. Oggi, tutto quel codice occupa poche decine di kilobyte e può essere racchiuso in un vecchio floppy disk. Il paradosso è feroce: il programma trova posto in una memoria minuscola, la donna che lo aveva diretto non è riuscita a trovarne nella memoria collettiva.
Due uomini hanno lasciato le proprie impronte sulla Luna; Margaret Hamilton ha permesso loro di arrivarci.
Carla Petrocelli
Insegna Storia della rivoluzione digitale. Università degli Studi di Bari Aldo Moro
Immagine di copertina: President Barack Obama presents the Presidential Medal of Freedom to Margaret H. Hamilton during a ceremony in the East Room of the White House, Nov. 22, 2016. (Official White House Photo by Lawrence Jackson),White House, Public domain, via Wikimedia Commons







