Gigliola Staffilani
Gigliola Staffilani è Full Professor presso il Department of Mathematics del Massachusetts Institute of Technology (MIT). È da molti anni negli Stati Uniti, dopo un'infanzia cominciata in una fattoria abruzzese. Oltre ad essere un'eccezionale matematica, è una persona molto simpatica e dalla risata coinvolgente…
Gigliola Staffilani è Full Professor presso il Department of
Mathematics del Massachusetts Institute of Technology (MIT). È da molti
anni negli Stati Uniti, dopo un'infanzia passata in una fattoria
abruzzese. Oltre ad essere un'eccezionale matematica, è una persona
molto simpatica e dalla risata coinvolgente. [NdR.: nella trascrizione
abbiamo avuto dei problemi. Il primo è stato di riprodurre l'accento di
Gigliola, quella leggera traccia delle sue origini abruzzesi mischiate
a qualche intrusione americana. Il secondo è che lei per dire “al MIT”,
dice “all'emmaiti”. Noi abbiamo trascritto MIT, all'italiana.
Scusateci. Infine, come si trascrive una risata?]
Intervista raccolta da Roberto Natalini
Q.: Brava, sei puntuale!
A.: Siamo in America! Qui sono tutti puntuali!
Q.: Eh sì, va bene, allora buona sera, almeno, qui è sera...
Cominciamo, allora, intanto presentati.
A.: Sono nata il 24 marzo del 1966 a Martinsicuro in provincia di
Teramo. In una fattoria (ride). Infatti entrambi i miei genitori
lavoravano lì in campagna e ho un fratello più grande di dieci anni.
Non so quanto devo andare nel dettaglio.
Q.: Come vuoi tu.
A.: Sono nata lì. Quando ero piccola ero lasciata sola con le amichette
a giocare in campagna, molto libera, per cui tutte queste cose di
leggere libri, leggere prima di andare a dormire, non le ho vissute,
anche se adesso le faccio vivere ai miei figli, purtroppo per loro
(ride).
Q.: Quanti figli hai?
A.: Ho due gemelli, un maschio e una femmina, Mario e Sofia di 8 anni,
e parlano tutti e due bene italiano, e di questo sono molto contenta,
anche se non lo parlano qui con me, ma solo quando tornano in
Italia.

Q.: E come fanno ad essere così bravi in italiano?
A.: Eh, torniamo spesso, ci passiamo l'estate e anche di inverno a metà
anno ci passiamo una decina di giorni. Io cerco di parlare italiano con
loro, anche se loro lo mescolano l'inglese. Comunque, insomma, stavo in
questa fattoria sulla costa adriatica, sono andata a scuola in una
piccola scuola di campagna dove prima, seconda e terza erano insieme,
ma non come adesso per criteri educativi, ma perché all'epoca non
c'erano bambini e non c'erano maestri. E il primo giorno di scuola ho
fatto i bastoncini. E fino ad allora non parlavo nemmeno italiano,
parlavo dialetto, e quindi ho imparato la lingua italiana andando a
scuola. Mio fratello ha dieci anni più di me, ed era il primo della
famiglia che i genitori pensavano di mandare all'università. Insomma,
tutte le uova erano messe nel paniere di mio fratello più che le mie. E
l'idea era che poi mio fratello avrebbe fatto il medico e io avrei
sposato un suo amico e quindi non c'era bisogno di andare a
scuola.
Q.: Un bel programmino ti avevano fatto...
A.: E infatti. Mio padre è morto quando avevo dieci anni e mia mamma
poverina da sola, manteneva mio fratello all'università e non poteva
mantenerci tutti e due, e io ero anche più piccola. E lei mi ha detto:
“Tu magari andrai a fare la parrucchiera.” E la mia grande fortuna è
che ho i capelli ricci e l'ho sempre odiato, per cui dissi “no, la
parrucchiera no” (ride). È stata la mia fortuna insomma.
A.: Beh, magari come parrucchiera saresti stata anche brava...
Q.: No, non lo so, ma odiavo di dover avere a che fare con i capelli.
Mio fratello però ci teneva molto a mandarmi a scuola, almeno fino alla
scuola superiore. E poi parlando con i maestri, i professori delle
medie, insomma tutti spingevano a che continuassi, specialmente perché
ero molto brava in matematica. E quindi grazie a lui sono andata al
Liceo Scientifico di San Benedetto dove ho avuto un professore di
matematica molto molto bravo, che mi dava anche altri compiti da fare a
casa. E alla fine del liceo, si è presentato cosa fare dopo, e
l'università non era contemplata per me. Ma a me piaceva la matematica
e il mio professore ha convinto mia mamma che fare la professoressa di
matematica alle medie o alle superiori sarebbe stato un buon lavoro per
una donna. Io tra l'altro conoscevo delle amiche del liceo che
studiavano a Bologna e sapevo che c'erano delle borse di studio. Per
cui, di nascosto dai miei, ho fatto domanda e l'ho avuta, anche se solo
parzialmente. Sono partita quindi per Bologna e devo dire, adesso a
posteriori, che quello è stato lo shock culturale più grosso, anche di
quando poi sono andata a Chicago, e sono venuta qui negli Stati Uniti.
E a Bologna ho studiato matematica, e dopo la laurea ho deciso di
andare negli Stati Uniti. E ci sono rimasta. Comunque non è stata una
cosa molto facile perché non conoscevo per niente l'inglese, non ho
fatto l'esame di TOEFL, e quindi ho avuto parecchi problemi quando sono
arrivata a Chicago, però alla fine … (ride).
A.: Facciamo un salto in avanti. Cerca ora di raccontare sinteticamente
ci cosa ti occupi. Ma in modo semplice...
Q.: Io lavoro nel campo delle derivate parziali e in particolare delle
equazioni dispersive. Sono considerata una matematica pura, più che
applicata, anche se in questo campo si può state da una parte o
dall'altra con molta facilità. In particolare mi occupo delle equazioni
di tipo Schrodinger o KdV (ndr.: Korteweg-de Vries) non lineari, e le
questioni di cui mi occupo sono relative all'esistenza delle soluzioni,
le loro proprietà, unicità, stabilità. Non mi occupo molto di come
vengano derivate, da dove arrivino, quale sia il modello fisico che le
governa. Uno cerca, data l'equazione, di capirne le sue proprietà. Nel
fare ciò, la cosa più interessante per me è quella di doversi inventare
o scoprire, non so, degli strumenti abbastanza sofisticati per capire
in dettaglio la dinamica non lineare che questi problemi hanno. Ho
avuto la grossa fortuna di incontrare all'inizio della mia carriera
Terry Tao (ndr: Medaglia Fields 2006), con cui infatti ho molti lavori
in collaborazione, e devo dire che la sua mente è superiore a quella di
qualsiasi altra persona abbia conosciuto, però è anche una persona
molto generosa, e insomma, insieme con altri collaboratori, siamo
riusciti a mettere insieme degli strumenti che adesso sono diventati
abbastanza classici nel campo. E quello credo sia stato il momento più
bello della mia ricerca fino ad ora. Adesso continuo a lavorare su
queste cose, però l'intensità di queste scoperte di una decina di anni
fa è stata il picco e adesso vediamo cosa arriva dopo.
Q.: Puoi spiegare in modo semplice cosa siano le equazioni
dispersive?
A.: Queste equazioni hanno come soluzioni delle onde. Se non si
impongono delle condizioni al bordo, e sono definite su uno spazio
illimitato, queste onde si disperdono, e la loro misura tende a zero
quando il tempo aumenta. Per un esempio fisico possiamo per esempio
pensare ad un sasso lanciato sulla superficie di un lago calmo. Le
ondicine concentriche che si formano sono un tipico esempio di onda
dispersiva. La cosa interessante è che pur tendendo a zero la loro
misura, l'energia viene conservata. Però se vi sono dei bordi, e si
impongono delle condizioni al contorno, il fenomeno diventa molto più
complicato. Per esempio una connessione con i problemi che studio, e
che non è ovvia, è che se si considera il caso in cui i dati al
contorno sono periodici, per esempio una scatola con dati periodici,
capire le proprietà di queste onde porta a studiare quanti punti di una
griglia a valori interi, un cosiddetto lattice, siano su un cerchio in
funzione del suo raggio. Per esempio una parte dei lavori di Bourgain,
per cui ha anche avuto la medaglia Fields, si riferiscono a queste
equazioni dispersive periodiche, per esempio nel caso bidimensionale,
in cui dividendo il periodo in x e il periodo in y si ottiene un numero
razionale. Se però è irrazionale la teoria di Bourgain non funziona e
non si sa cosa succede. Questo fisicamente è una cosa interessante, ma
dal punto di vista matematico è una cosa difficile. Per esempio avere
la stima dei punti della griglia che stanno su un'ellisse, al posto del
cerchio. Per il cerchio si risolve utilizzando la teoria analitica dei
numeri, ma questo non funziona per l'ellisse. E alcuni pensano sia
collegato all'ipotesi di Riemann, per cui... (ride)
Q.: Ok, ma quale sarebbe la motivazione fisica di questo tipo di
risultati?
A.: A me, come ho detto, interessa l'aspetto matematico. Dal punto di
vista fisico, i miei colleghi più applicati mi dicono che questi
risultati possono indicare come l'approssimazione numerica si avvicini
alla soluzione analitica, quindi capire l'errore che si fa con queste
approssimazioni.
Q.: Qual è stato il risultato che ti ha dato più soddisfazione in
assoluto?
A.: Ce ne sono due. Uno più noto e uno meno, e quest'ultimo l'ho fatto
da sola, per cui forse mi dà una maggiore soddisfazione. Si trattava,
in questo caso di un problema che era stato iniziato da Bourgain e il
nocciolo del problema era di dare una misura di queste onde dispersive
negli spazi di Sobolev, e il suo approccio a questo problema dava un
risultato che lui stesso non considerava ottimale. E quando sono andata
all'Institute for Advanced Studies di Princeton, dopo aver finito gli
studi a Chicago, mi ha chiamata nel suo ufficio e mi ha detto: “Guarda,
questo è un articolo che ho scritto”, appunto su queste misure negli
spazi di Sobolev, “e non credo che sia tutta la storia. Perché non gli
dai un'occhiata?” E la mia reazione è stata “Se Bourgain non ha fatto
di meglio, come faccio io?”, per cui per mesi ho lasciato la cosa lì, e
continuavo a guardarla con gli stessi occhi che probabilmente aveva
usato lui, insomma, ho provato a migliorare la tecnica del lavoro, ma
alla fine avevo lasciato perdere. E poi verso la primavera sono andata
per caso da una mia amica in California, e c'era Richard Hamilton che
faceva un seminario. E si parlava di un problema di frontiera libera, e
lui diceva qualche cosa come “dato che il problema con la frontiera
libera è troppo complicato, mi fisso la frontiera e cambio variabile”.
Mi sono detta “Ecco cosa devo fare!”. L'ho fatto e ho ottenuto un
risultato molto migliore di quello di Bourgain, ma insomma, quasi per
caso... (ride).
Q.: Va bene. Cosa pensi di fare in futuro? Ci sono cose che ti hanno
incuriosito e non hai ancora osato fare?
A.: Hmmm, sì, veramente ho iniziato quella che penso possa essere una
delle direzioni da prendere. Io ho sempre ammirato la probabilità, ma
non ho mai avuto il coraggio di studiarla, perché secondo me è molto
difficile (ride). Allora ho pensato che la cosa migliore fosse
cominciare da un problema, perché se uno vuole imparare un soggetto è
meglio che ci lavori sopra, e l'anno scorso sono stata ad all'Istituto
Radcliffe di Harvard, dove ho passato un anno con una mia collega a
lavorare su un problema usando un approccio probabilistico e ottenendo
anche un risultato. Ma devo imparare ancora molto, non so quasi nulla
di questa materia.
Q.: Ho letto che sei l'unica professoressa di Matematica pura del MIT,
è esatto?
A.: Beh, c'è una mia collega Full Professor (ndr.: come Professore
Ordinario da noi) di matematica applicata e io sono l'unica Full
Professor in Matematica pura. Insomma, se uno considera solo le Full
Professor, è vero.
Q.: Che effetto fa essere al MIT? In fondo tutti questi film sui geni
della matematica, da Will Hunting a 21, si svolgono qui. Non ti sembra
di essere anche tu in un film?
A.: Non ci ho mai pensato. Però il MIT è un posto molto speciale. Non è
una semplice università. I ragazzi vengono qui perché vogliono fre
scienza. E sono molto nerds, geeks, insomma. Sono qui per soffrire. E
gli puoi fare il corso difficile e più è difficile e più sono contenti.
A me questo piace molto. Io non mi sono mai chiesta dal di fuori se ci
stessi bene o no. Ma dal di dentro ci sto molto bene ed è un posto
molto bello, e anche essendoci molte superstars, i colleghi sono tutti
persone umanamente molto a posto, con cui possiamo essere amici, che è
una cosa molto rara. Insomma, mi sento molto fortunata e questo senso
di appartenenza lo provo ancora di più in occasione della graduation di
fine anno a giugno, in cui c'è la sfilata dei professori con la toga,
fatta a beneficio dei genitori Ci fanno tutti sedere sul palco dietro,
e in questo momento mi sembra di stare in un film e mi chiedo, “ma come
ci sono capitata qui dentro?” e mi dà anche molto orgoglio. Vedere
questi genitori che ti ammirano e ti indicano, anche perché non ci sono
molte donne qui al MIT in generale.
Q.: A questo proposito. Ho visto che sei impegnata nella Association
for Women in Mathematics (AWM). Che ne pensi della situazione delle
donne nella matematica? Che idee hai?
A.: Rispetto all'Italia la situazione americana è molto peggiore sotto
questo aspetto. La ragione per cui penso che sia peggio è che fino a
quando sono rimasta in Italia, non mi ero mai posta il problema, ossia
che poiché ero donna potevo non essere abbastanza intelligente per fare
matematica. Invece negli Stati Uniti, per le ragazze dalle scuole medie
e anche dopo, forse in maniera non completamente esplicita, si assume
che le ragazze non abbiamo proprio il cervello per fare scienza dura e
in particolare matematica. Collegato a questo, si considera che la
matematica non sia una cosa “cool”. Per farti un esempio, quando ero
all'Istitute for Advanced Studies di Princeton, mi hanno invitato a
fare degli incontri in una scuola di sole ragazze, dalle elementari
alle superiori, per raccontare cosa facevo all'Istituto. E hanno diviso
queste ragazze in due gruppi. Il primo era fino agli 11 anni, il
secondo dai 12 ai 18. Il primo gruppo era entusiasta e mi hanno
riempito di domande, su cosa facevo e come passavo la mia giornata.
Sono andata nell'altro gruppo e... silenzio assoluto. Si vedeva proprio
che queste non avevamo niente a che vedere con me. E poi, dopo aver
molto insistito, una ha detto che voleva sapere se il fatto di essere
brava in matematica non mi impedisse di fare “dating” ossia uscire con
ragazzi. Insomma non sei cool se fai scienza. Tuttavia, il MIT è molto
favorevole ad incoraggiare la “diversity”. Io per esempio, oltre ad
essere donna, vengo da un background che non è tipico, poiché i miei
genitori erano contadini. Però sono molto preoccupata, poiché, quando
un'istituzione calca un po' troppo la mano, poi c'è una specie di
effetto boomerang, nel senso che io spesso qui mi sono sentita a
disagio quando ho avuto un lavoro o un finanziamento, e mi sono chiesta
se me lo avevano dato perché ero io o perché ero una donna. E come me
lo chiedo io se lo chiederanno I miei colleghi. Questo mi mette a volte
a disagio. E poi alla fine per me l'importante è dimostrare teoremi. E
lo dico a tutte le ragazze con cui parlo. Se vuoi far bene, se vuoi
essere apprezzata, dimostra dei teoremi e poi si vedrà. Perché stare lì
a lamentarsi, ci sono troppi maschi, non ci sono abbastanza donne, se
poi non dimostra il teorema, eh che cosa succede? Bisogna fare
matematica buona. Poi, magari tra 10 persone, ci sono 9 maschi e una
donna, e allora il posto lo prende la donna. Va benissimo, perché ce ne
sono poche. Però, se non hai la qualità per arrivare tra quei dieci, il
problema non si pone nemmeno. Insomma, la qualità è la cosa più
importante. E questi vari metodi per cercare di portare più donne in un
posto come il MIT non so quanto possano essere efficaci. Però io sono
responsabile del programma dei graduated students (ndr: dottorandi) e
solo il 13% delle domande sono di donne. Però la percentuali delle
ammesse salgono al 23%, che dimostra che i loro profili sono
competitivi. Alcuni pensano che le ragazze siano più selettive. Non
fanno domanda qui al MIT perché pensano di non essere abbastanza brave,
e magari non è proprio vero. I ragazzi invece sono più sicuri di sé in
materie come matematica e fanno comunque domanda e poi si vedrà.
Comunque non cerco mai di spingere una donna che secondo me non rientra
tra quelli che prenderemmo. Non prendiamo donne perché sono donne, ma
solo perché sono brave...
Q.: Insomma, puntare sul merito.
A.: Secondo me sì. Perché se uno prende una donna che però non è
altrettanto brava, lei si sentirà sicuramente frustrata, gli altri non
la tratteranno bene e tutti ci perdono in questa situazione. Magari
bisogna vedere meglio i curriculum, vederli sotto un altro punto di
vista. Io ho questa idea che mentre per i maschi funziona la norma del
sup (ndr.: qui vuol dire del miglior risultato in assoluto), per le
donne bisognerebbe fare un integrale (ndr.: guardare al totale del
lavoro svolto). Magari non hanno questi picchi fantastici, che poi sono
un paio in tutta la carriera, ma hanno questa preparazione solida, e
continuano ad accumulare risultati.
Q.: Sei la seconda persona che intervistiamo negli Stati Uniti. Quali
sono le differenze principali tra Stati Uniti e Italia, sia in positivo
che in negativo?
A.: Allora … (ride) mi vengono solo cose negative (ride). Io penso che
gli italiani abbiano un bagaglio culturale che è superiore a quello
degli americani, e su questo non c'è dubbio. E questo si rispecchia
anche nel tipo di matematica che uno fa, e rispetto moltissimo i
matematici italiani per questo. E lo ritrovavo l'altro giorno
nell'intervista a “Vieni via con me”, che riesco a vedere anche qui,
con Renzo Piano che diceva proprio che quello che noi abbiamo è questa
enorme cultura alle nostre spalle, che possiamo portare dove vogliamo e
fare molto bene. Qui conosco un numero esagerato di italiani in campi
scientifici svariati, dalla medicina, all'ingegneria, matematica, che
lavorano tra Harvard e MIT. Insomma l'Italia produce cervelli molto
molto belli. In negativo purtroppo il problema sono le risorse. Negli
Stati Uniti ce ne sono molte di più. Anche l'università statale con
meno finanziamenti funziona meglio di una qualsiasi università
italiana. Poi quando c'è un posto, si fa rapidamente, uno arriva a
settembre e c'è lo stipendio, anche questo è importante. Perché uno può
fare matematica, ma se poi non può viverci che cosa deve fare? E non è
giusto che dei ragazzi giovani e brillanti, con un cervello che
funziona molto bene, debbano stare lì a preoccuparsi di trovare il
lavoro per i prossimi tre mesi. Non è giusto, e come fa uno a
concentrarsi?
Q.: E avresti un consiglio da dare al ministro Gelmini per migliorare
l'università italiana?
A.: (ride) Secondo me ci vogliono soldi! Io sono abbastanza addentro a
come funziona la mia università e insomma, è tutta una questione di
fondi. Se hai fondi vai e se non hai fondi non vai. Anche nella mia
esperienza, quando ero a Stanford ho avuto una fellowship delle
Hewlett-Packard che mi ha permesso di viaggiare molto e la mia ricerca
non sarebbe stata la stessa se non l'avessi avuta. E se non ci sono
soldi, veramente non so cosa uno potrebbe fare.
Q.: Insomma, non è tanto il sistema, quanto le risorse.
A.: Secondo me se uno ha risorse poi alla fine... insomma noi qui
decidiamo un po' come vogliamo, senza pressioni dal di fuori. Insomma,
uno ha un dipartimento in cui il merito è la legge con cui si assume.
Se poi ha un po' di risorse, la cosa funziona. Ci metterei le mani sul
fuoco. Il problema è meritocrazia e non avere fondi per niente. E poi
certo, va visto in un contesto globale. Se un mio studente finisce lì e
non ha un lavoro da un'altra parte, siamo finiti. Ci deve essere questa
dinamicità. Qui tutti usano la metrica del merito con un bel po' di
risorse.
Q.: A parte la matematica e i figli, cosa ti piace fare?
A.: (ride) Matematica e figli prendono il 95% del mio tempo. Perché
quando uno parla matematica, deve anche dire che con le età ti arrivano
un sacco di responsabilità di commissioni, studenti etc... che portano
via un sacco di tempo. Ma quando abbiamo un po' di tempo libero, specie
in estate, beh, a noi piace molto cucinare. Quindi, tutti quelli che
passano più o meno per il MIT, conosco, non conosco, passano per casa
nostra. Infatti domani è il giorno del ringraziamento, e stavo
preparando perché avremo un venti, venticinque persone qui. E insomma,
ogni fine settimana abbiamo qualcuno qui a mangiare.
Q.: Ma cosa cucini, piatti italiani?
A.: Ah interessante! Beh, un po' misto. Domani faccio come da
tradizione il tacchino, ma io faccio una ricetta abruzzese, faccio il
tacchino con le castagne dentro, faccio le olive ascolane e poi però
faccio un paio di ricette che ho trovato sul New York Times. Insomma
una cosa mista, una revisione del Thanksgiving con gli occhi di
un'italiana.
Q.: E quando torni in'Italia cosa fate? Andate a casa tua?
A.: Adesso che i bambini sono più grandi cerchiamo di passare una
settimana in qualche posto in Italia e in Europa. Per esempio due
estati fa siamo andati nella Loira e invece l'estate scorsa siamo
andati alle isole Eolie che ci sono piaciute moltissimo. E poi due o
tre settimane a casa di mia madre sull'Adriatico, dove andiamo a
passeggiare in montagna, al lago...
Q.: Va bene. Vorresti chiudere con qualche cosa che non sei riuscita a
dire?
A.: Vorrei tanto che l'Italia cambiasse un pochino. Al momento sono
molto molto triste per quello che vedo, anche per come la donna viene
vista, le università che non funzionano, questi ragazzi che poverini
devono andarsene. Quando io sono andata via ero contenta di andare, non
avevo forti legami con nessun posto. Però non mi sembra giusto che una
persona giovane che sia molto brava e che ami vivere nella sua città e
abbia forti legami con l'Italia, sia costretto ad andare via e a
tagliare quei legami. Questo secondo me non è giusto. Per cui uno non
può dire “sei bravo, te ne vai e fai carriera”. E vorrei che coloro che
voglio restare lo potessero fare bene.
Re: ricerca
ricerca
Re: Ricerca
in questi termini posso essere, anzi sono, d'accordo con te. Solo che quello che voglio dire è che il finanziamento a monte pro-capite non è dello stesso ordine di grandezza. Certo, poi a questo si mischiano tante dispersioni improprie, e la metrica del merito non sempre viene usata (ma nemmeno a livello europeo), ma questo secondo me è proprio un altro problema. I nostri investimenti in ricerca & sviluppo (in cui sono incluse un sacco di cose che non sono ricerca) sono intorno al 1,2% rispetto al nostro PIL, contro un 2,6% degli Stati Uniti, che tra l'altro hanno un PIL procapite più alto del nostro. E il numero di ricercatori ogni mille abitanti è solo UN TERZO di quello degli USA. Insomma, per poter rilanciare la ricerca italiana, la prima cosa da fare sarebbe investire di più. Poi, in una situazione non stressata, si potrebbe parlare del resto. Solo che non vedo come, un qualsiasi governo, potrebbe trovare il coraggio di scommettere sulla ricerca (che detto tra parentesi costerebbe anche poco...). :-(.
Re: Ricerca
risorse
Mi permetto di dire la mia nel mio piccolo:
1. L'accenno alla crisi economica è la miccia che mi ha indotto ad intervenire: che mi dite allora della Spagna, che ha scelto proprio gli investimenti nella ricerca (pubblica e privata) come ricetta per guadagnare credibilità e competitività a livello internazionale, non potendo evidentemente porre rimedio al proprio debito in tempi brevi (nessuno può farlo al momento, anche se la Spagna, per poter continuare ad investire sulla ricerca, ha tagliato gli stipendi pubblici del 7%)? Tra un po' in Italia non solo avremo il debito più alto d'Europa, ma nessuno scommetterà più su un paese di analfabeti... Forse è una visione un po' parziale, lo ammetto, ma era solo per dire che non è affatto scontato che crisi implichi tagli incondizionati. I tagli possono essere mirati.
2. Fondi di ricerca: una cosa che manca da noi sono le risorse per i GIOVANI (!!!). Una volta ho parlato con Shi Jin, il quale mi ha detto che in America è politicamente corretto che nel dubbio si diano soldi ad un giovane, anche se la sua proposal è stata scritta in modo un po' naive. Ovviamente chiedo conferma a chi ne sa più di me, ma... in Italia...? L'unica struttura che pensa un po' ai giovani è l'INdAM, con quel poco che ha, e anche (un aspetto dei vostri interventi che certamente condivido) senza alcun criterio se non quello di dividere equamente le risorse. Ma quando le risorse sono scarse, chi può biasimare questo "senso di solidarietà"? Almeno 3000 Euro in un anno per 10 persone ce li abbiamo tutti! In Austria (e concludo) c'è il premio START, che è quasi l'equivalente di uno starting grant dell'ERC. Ti riempiono di soldi per 5 anni, chiedete a Massimo Fornasier, giovane matematico italiano a Linz. Bravo sicuramente, ma in Italia non avrebbe trovato neanche un centesimo di quello che ha trovato in Austria.
risorse
Ma il problema è che la ricerca da noi è stata sempre una cenerentola, non è stata mai confrontabile con i numeri delle altre nazioni. Così la scuola , la Sanità e le altre Istituzioni . Siamo un paese in cui i politici e i dirigenti pubblici dei vari enti prendono stipendi elevatissimi rispetto agli altri paesi, mentre i professori e i ricercatori guadagnano stipendi di fame.Ma è stato sempre così: da molto tempo le persone valide vanno via dall'Italia in modo sistematico. E' una cosa che si potrebbe cambiare solo con una rivoluzione!

ricerca