Chi ha paura della matematica?
Esploriamo le origini della matofobia: la definizione nasce negli Stati Uniti, ma sarebbe potuta benissimo nascere anche in una delle nostre classi… di Erasmo Modica
Queste righe traggono ispirazione dal tema che è stato scelto per il
Carnevale della Matematica #32: la MATOFOBIA. Il termine, coniato negli
Stati Uniti, deriva dalla fusione delle parole “matematica” e “fobia”
e, quindi, il suo significato è proprio paura della matematica. In
realtà, data la radice del termine matematica (da máthema che viene
tradotto come apprendimento), la parola matofobia può essere intesa in
senso più generale come paura per l’apprendimento di qualsiasi forma
esso sia.
La paura e l’odio per la matematica hanno molteplici origini, non si
pretende, quindi, di essere esaustivi, ma si cercherà di portare degli
esempi che troveranno d’accordo molti lettori.
La matefobia, spesso, nasce all’interno delle aule. Come afferma il
matematico sudafricano Seymur Papert (1928-), i bambini nascono con una
grande voglia e capacità di imparare e le difficoltà di apprendimento,
in relazione a qualsiasi disciplina, non nascono spontaneamente, ma
vengono anch’esse indotte.
Proprio in tali contesti l’allievo si ritrova a confrontarsi con alcuni
problemi la cui soluzione non è del tutto immediata. In queste
occasioni, notandosi impotente di fronte all’impossibilità di
determinare la tanto cercata e ricercata soluzione, matura un senso di
sconforto che, ciclicamente, potrebbe ripresentarsi, accrescendo il
senso di incapacità precedentemente sperimentato. Il susseguirsi di
diversi episodi simili favorisce la formazione dell’idea che la
matematica sia una disciplina astrusa e solamente per pochi eletti, non
sapendo che le abilità matematiche non sono congenite, ma vanno
sviluppate nel corso della vita. L’ansia è quindi una delle cause
principali della matofobia e nasce dall’associazione, da parte degli
studenti, della matematica a esperienze di insuccesso nell’arco della
loro vita.
Di conseguenza, si assiste allo slittamento dalla “matofilia” alla
“matofobia”, cioè l’allievo che amava l’apprendimento in generale (e la
matematica), matura un senso di timore quando si confronta con
esso.
Un’ulteriore conferma dell’idea che la matematica sia solamente per
pochi eletti viene data agli allievi dalla società in cui vivono.
Infatti, sono radicate le convinzioni secondo le quali la matematica
richiede una grande memoria e non possiede degli aspetti creativi.
Quando si parla di matematica, la maggior parte della popolazione si
limita ad ascoltare con timore reverenziale le discussioni, senza osare
effettuare alcun tipo di intervento. È diffusa l’opinione secondo la
quale gli argomenti matematici siano di elevata entità intellettuale e
per pochi, dimenticando che tutti gli individui fanno matematica,
spontaneamente, automaticamente e senza rendersene conto. L’idea che
ancora oggi regna è quella dell’antica credenza secondo la quale esiste
una distinzione tra “persone intelligenti” e “persone stupide” e, di
conseguenza, tra “persone portate per la matematica” e “persone negate
per la matematica”, e che attribuendo la passione per la matematica ad
un gene raro posizionato nei cromosomi dell’uomo!
Come osserva S. Papert nel suo libro Mindstorms,
È sorprendente notare come noi, digital immigrants, figli di una
società così evoluta, tecnologica, (forse) mentalmente aperta, in
realtà restiamo ancorati all’antico pensiero! È ancor più sorprendente
osservare come moltissimi docenti delle altre discipline, soprattutto
del gruppo umanistico, si fregino di essere ignoranti in matematica,
come se tale status meritasse una medaglia al valore da parte della
Repubblica Italiana. Si ricordi che una tale tipologia di ignoranza non
è di certo motivo di vanto, così come non bisogna far credere a chi “ne
capisce” di matematica di essere un genio, un eletto! Non conoscere
Dante o Pirandello è tanto grave quanto non sapere che, per pagare al
ristorante, si effettua una semplice media aritmetica per
ricercare quel valore che, opportunamente sommato a sé stesso, lascia
inalterata la somma.
Andrebbe quindi rivolto un cordiale invito a tutti i docenti alla
promozione della matematica, perché il suo contributo allo sviluppo
delle abilità di ragionamento non è indifferente e condiziona la vita
un individuo. Non bisogna promuovere una cultura basata sulla scissione
tra “conoscenza umanistica” e “conoscenza scientifica”, ma bisogna
operare per abbattere questo muro che ancora oggi le separa; usando una
frase di Papert «lo stato della matematica nella cultura contemporanea
è uno dei sintomi più acuti della dissociazione di quest’ultima»[1]. Bisogna far comprendere a tutti i docenti
e, soprattutto, agli studenti che alla matematica non è attribuito un
ruolo secondario all’interno di un liceo classico o di un liceo
linguistico, il contributo che essa apporta è sempre utile, perché
partecipa alla formazione del cittadino che, nella vita, si troverà a
risolvere problemi sempre più complessi. Un cittadino che ha sviluppato
delle solide capacità di problem solving, è più preparato ad affrontare
i problemi che la vita gli porrà davanti.
Un’altra causa della matofobia è dovuta alla propensione di molti
docenti a presentare fin da subito gli aspetti puramente formali della
matematica (bellissimi per carità, ma spesso inutili) e all’uso di
metodologie didattiche ormai superate. In relazione all’aspetto formale
è bene ricordare che l’eccessivo formalismo, soprattutto in determinate
età scolari, fa crollare l’interesse degli allievi perché non riescono
a cogliere gli aspetti più interessanti, utili e ludici della
disciplina. Invece, in merito all’uso di metodologie didattiche “fuori
moda” è bene riflettere sul fatto che l’insegnamento in generale è
stato inteso, per diversi millenni, come un processo molto semplice di
“travaso” delle conoscenze nella direzione insegnante-allievo e, di
conseguenza, bastava seguire assiduamente le lezioni di un’ottima
“sorgente di informazioni” (il docente) e cercare di contenere quanto
più “sapere travasato”. In una simile prospettiva, gli insuccessi
venivano imputati all’incapacità di contenere tutto questo sapere,
nonché a quelle che venivano ritenute le scarse attitudini dei discenti
che non erano portati per la matematica. Oggi, per fortuna, questo
modello di insegnamento è stato superato, anche se molti docenti ancora
si ostinano ad applicarlo in classe. Numerosissime ricerche in
Didattica della Matematica hanno dimostrato come la comprensione dei
concetti venga agevolata dal coinvolgimento attivo degli studenti nel
processo di apprendimento, il quale possiede già delle sue conoscenze e
misconoscenze. Quando il docente deve intervenire per modificare le
strutture concettuali dell’allievo, deve creare delle situazioni
problematiche che stimolino la motivazione, facciano comprendere la
necessità del cambiamento concettuale e favoriscano il piacere di
risolvere e porsi problemi. Una didattica poco stimolante contribuisce
all’accrescimento del rifiuto nei confronti della matematica. Tale
rifiuto è, a volte, puramente mentale e comporta una forma di
menefreghismo, altre volte comporta nello studente dei disturbi di
natura psicosomatica quali nausea, tremore, affanno, frustrazione,
confusione, etc. Nasce un senso di ripugnanza che, spesso, risulta
irreversibile. Il senso di confusione e spaesamento di fronte ad un
problema può essere arginato guidando lo studente passo passo e, in
questo modo, si evita di farlo pervenire a delle soluzioni scorrette
che genererebbero in lui un forte senso di frustrazione.
Diverse ricerche hanno dimostrato, inoltre, che gli alunni con una
scarsa preparazione di base in matematica, trovano nel loro percorso
scolastico molti più ostacoli di chi ha ricevuto delle solide
fondamenta nella scuola primaria. Come detto, la matofobia spesso nasce
proprio a quell’età scolare ed è indotta dalle limitate competenze di
chi deve favorire il processo di apprendimento della matematica.
Quest’affermazione non vuole essere un’accusa nei confronti degli
insegnanti della scuola primaria, ma piuttosto un invito a concordare
che ogni formatore deve formare in base alla propria specializzazione.
In genere, durante il corso di studi in Scienze della Formazione
Primaria, quanta attenzione si dedica alla Didattica della Matematica?
Quanti futuri insegnanti della scuola primaria si appassionano alla
Didattica della Matematica? È inutile prendersi in giro, sono
pochissimi e questo loro disamore per la matematica viene
automaticamente trasposto ai bambini. Ne sono prova il loro scarso
piacere nel “fare matematica”, il valore che essi danno alla
matematica, l’ansia che essi stessi mostrano quando si confrontano con
la matematica, la loro scarsa motivazione per la matematica. Poiché
l’allievo percepisce l’idea che il docente ha della disciplina da come
esso la affronta, questo quadro negativo genera in lui una scarsa
motivazione nel fare matematica. Quando si insegna la matematica è
necessario stupirsi insieme agli allievi, lo stupore del docente lascia
un’impronta indelebile nella mente dell’allievo, il quale si convincerà
del fatto che la scoperta è importante, che la riuscita accresce
l’autostima e, cimentandosi in prima persona nella risoluzione di
situazioni problematiche, costruirà il proprio sapere con entusiasmo. È
facile indurre lo stupore nei bambini della scuola primaria, così come
è facile far capire loro che proviamo noi formatori stessi un forte
disgusto nei confronti della disciplina! Come precedentemente
affermato, si ricordi che bambini sono spinti naturalmente alla
conoscenza, è proprio in seguito a queste esperienze che la matofilia
si trasforma in matofobia.
Quando un alunno matofobico, dopo esser venuto a contatto con i
contesti e le situazioni sopra descritte arriva al livello di
istruzione secondaria di secondo grado, è accompagnato da tutta una
serie di concezioni e misconcezioni che è difficile sradicare. Ma non
bisogna illudersi, anche gli alunni che studiano volentieri la
matematica hanno maturato nei precedenti anni delle convinzioni del
tipo:
· tutti i problemi
ammettono una soluzione;
· tutti i dati forniti
nei testi dei problemi vanno assolutamente utilizzati;
· se un problema è
privo di un dato, allora bisogna inventarselo;
· la risoluzione di un
problema è corretta se, e solamente se, si fa ricorso all’uso del
linguaggio formale (fenomeno conosciuto come esigenza della
giustificazione formale);
· la risoluzione di
esercizi, problemi, etc. è sempre meccanica (quindi vengono applicati
impropriamente dei procedimenti risolutivi a causa della costruzione di
forme automatiche - effetto Einstellung);
· non bisogna seguire
delle strategie risolutive differenti da quelle fornite dal
docente.
Queste sono delle clausole del cosiddetto contratto didattico,
teorizzato da Guy Brousseau in seguito a varie osservazioni di contesti
di insegnamento-apprendimento della matematica nella scuola primaria
francese e descritto dall’autore come segue:
«in una situazione d’insegnamento, preparata e realizzata da
un’insegnante, l’allievo ha generalmente come compito di risolvere un
problema (matematico) che gli è presentato, ma l’accesso a questo
compito si fa attraverso un’interpretazione delle domande poste, delle
informazioni fornite, degli obblighi imposti che sono costanti del modo
di insegnare del maestro. Queste abitudini (specifiche) del maestro
attese dall’allievo e i comportamenti dell’allievo attesi dal docente
costituiscono il contratto didattico»[2].
Soltanto la rottura del contratto didattico favorirà il processo di
insegnamento-apprendimento della matematica. Andrebbero quindi create
delle situazioni atte a presentare i nuovi strumenti della matematica
come necessari per la risoluzione di problemi. Non serve dire agli
allievi che si sta trattando un argomento nuovo, perché questa
dichiarazione genera spesso in loro un senso di disagio che fa nascere
l’ansia. Tale ansia ostacola, in genere, il processo di apprendimento
degli alunni più deboli, favorendo la perdita di autostima e la
sensazione di inadeguatezza e limitatezza. Nel creare le condizioni
ideali per l’apprendimento, il docente deve ricordare agli allievi di
non preoccuparsi di commettere errori e di effettuare delle
osservazioni che possono anche rivelarsi errate. Inoltre, il docente
deve mostrarsi ben contento degli interventi degli alunni,
incoraggiandoli e ricordando loro che non bisogna sentirsi ridicoli se
si necessita di una revisione dei contenuti riguardanti argomenti
affrontati nei precedenti anni scolastici. Infine, nella fase di
valutazione, il docente deve tenere ben presente dell’ansia che uno
studente prova e che condiziona ogni tipo di esperienza
scolastica. La valutazione deve assumere un’accezione positiva,
intesa come una sottolineatura degli eventuali progressi del discente,
piuttosto che una evidenziazione delle sue carenze.
Infine, è bene ricordare che le condizioni di insegnamento poco agevoli
giocano un ruolo non indifferente nello sviluppo della matofobia.
Trattare contemporaneamente con un numero sempre crescente di allievi
per classe, ciascuno dei quali con differenti stili cognitivi ed
esigenze socio-affettivo-relazionali, è molto difficile. Inoltre, ci si
trova a dover affrontare una così grande quantità di contenuti con un
numero di ore settimanali ridotte. Fortunatamente, si sta provando a
riscrivere il curricolo di matematica di tutti i livelli scolari, ma
forse siamo ancora lontani dal curricolo efficace e che aiuti anche a
curare la matofobia.
Per il superamento della matefobia, si ritiene inoltre fondamentale il
supporto dei genitori. Essi non devono assolutamente far passare ai
propri figli un messaggio del tipo: “non preoccuparti, anche io non ero
portato per la matematica”. Tale messaggio comporta un senso di
avversione maggiore. Rispondere onestamente a una richiesta dei propri
figli circa la propria carriera scolastica è bene, ma è anche bene
incoraggiarli e aiutarli a vincere la matofobia.
Erasmo Modica è docente di Matematica e Fisica presso l’Istituto
Provinciale di Cultura e Lingue "Ninni Cassarà" di Terrasini (PA) ed è
amministratore del blog Matematica BlogScuola.
[1] Papert, S. (1984) Mindstorms. Bambini
computer e creatività. Emme.
[2] Brousseau G. (1986) Fondements et méthodes
de la didactique des mathématique. Recherches en Didactique des
Mathématiques, 7, 2, 33-115.
