Erdos: storia di un infaticabile

On August 18, 2011

La storia di Paul Erdos, fra i migliori matematici del XX secolo, instancabile, bizzarro, vagabondo e non esattamente contrario alle droghe sintetiche...

 

«Ricordo che erano le cinque di un freddo mattino quando io e Ivona, mia moglie, sentimmo bussare alla porta. In effetti quei colpi insistenti svegliarono prima il nostro cane che cominciò a abbaiare e alla fine, per farlo smettere, decisi di alzarmi e andare a vedere chi fosse. Quando aprii mi ritrovai di fronte un vecchietto bisunto con i capelli grigi arruffati e gli occhialoni che esclamò: “La mia mente è aperta!”. Beh! Mi sorprese a tal punto che gli scagliai contro il cane. Dopo dieci minuti di lotta feroce contro l’animale, l’uomo trovò la forza di dirmi che era un famoso matematico e di nome faceva Paul Erdos».  La testimonianza di T.K., algebrista ungherese che scrisse con Erdos 14 articoli prima di riuscire a liberarsi di lui (uno dei quali Sulla disposizione in grafi plani delle macchie di sangue derivanti dai morsi di Schnauzer) dice molto sulle bizzarre abitudini di quello che fu uno dei più prolifici matematici di tutti i tempi. Paul Erdos (Budapest 1913 - Varsavia 1996), totalizzò infatti ben 1485 articoli e si fermò solo perché fu stroncato da un infarto nel bel mezzo di un congresso a Varsavia. «Fu un momento drammatico per tutti. Io notai che Erdos era stramazzato al suolo in modo sospetto, e mi avvicinai subito a lui. Ricordo perfettamente che si afferrò a una manica della mia giacca e mi disse: “Vogliamo scrivere un lemma insieme? Solo un lemma, non penso di avere molto tempo”. Ha amato la matematica fino all’ultimo» rammenta con dolore un matematico che preferisce rimanere anonimo (Vladimir Buturra – nella lingua del paese da cui proviene, “Buturra” è una grave offesa, e  Vladimir è sempre restio a rivelare il suo cognome). In quanto a produzione fu superato un pelino forse solo da Eulero, e viene considerato fra i più grandi matematici del XX secolo e certamente il più insistente. Il suo stile di vita era estremamente personale. Potremmo definirlo lo“zingaro della matematica”, perché Erdos, fra una conferenza e l’altra, viaggiava appunto costantemente alla ricerca di colleghi con cui collaborare. Bussava alle loro porte, diceva la sua famosa frase «La mia mente è aperta» e per chi aveva di fronte non c’era scampo: doveva scrivere un articolo scientifico con Erdos, fosse un matematico di un campo completamente diverso dal suo oppure un bambino di 12 anni con la pertosse. «Erdos? Sì, sì lo ricordo benissimo – ci racconta Santippe Permafrost, la cameriera di un motel a ore in cui Erdos, per sbaglio, una volta si fermò – per una settimana bussò a tutte le porte dell’albergo e quando non gli aprivano lui gridava: “C’è nessuno? La mia mente è aperta, ma questa camera non lo è! Ma chi è che ansima lì dietro?”. Non si è arreso fino a quando la polizia non lo ha portato via perché era stato denunciato per voyeurismo. Ho saputo che in cella ha proposto un teorema a un tizio che era finito dentro per furto di grondaie. Una brutta storia» Bambino prodigio, Paul venne ben presto accettato tra i matematici ungheresi come loro pari o almeno fra i matematici ungheresi del suo nido. Ha elaborato e risolto problemi legati alla teoria dei grafi, combinatoria, teoria dei numeri, analisi, teoria dell’approssimazione, teoria degli insiemi e probabilità e teoria della infinità degli articoli scientifici che si possono scrivere. Il suo modo di lavorare era uno spot al sudore: si presentava, diceva la sua famosa frase e si stabiliva a casa di qualche suo collega costringendolo a lavorare anche per venti ore al giorno. Questa cosa metteva a dura prova i suoi collaboratori. «Non nego – ricorda uno dei suoi collaboratori più frequenti -  di aver pensato spesso di farla finita avvelenandomi con il collutorio scaduto. Ma tutte le volte che entravo in bagno ci trovavo Erdos che frugava nell’armadietto delle medicine e si bloccava istantaneamente quando mi vedeva. A volte ci fissavamo per ore, rimanendo ognuno nella sua posizione». Oggi sappiamo cosa cercasse Erdos. Era il suo piccolo “aiutino”quotidiano. Dal 1971, ossia alla veneranda età di 58 anni, il grande matematico cominciò a far uso massiccio di anfetamine, che gli consentivano di lavorare finalmente quanto voleva. Non solo. Passava le restanti quattro ore della giornata leggendo, appollaiato su una batteria d’automobile per ricaricarsi. Un giorno un suo amico, preoccupato per la sua salute lo sfidò a non assumere anfetamine per un mese scommettendo 500 dollari. Erdos non prese nemmeno una pasticca, e vinse la scommessa. Dopo aver ritirato la sua vincita disse all’amico: «Ti ho dimostrato che non sono un drogato, ma tu hai fatto perdere un mese di teoremi e dimostrazioni alla matematica. Prima quando mi sedevo davanti a un foglio bianco la mia mente si riempiva di idee e teoremi mentre adesso quando vedo un foglio bianco vedo solo un foglio bianco». Subito dopo aver finito la frase, Erdos ingurgitò in un colpo solo 500 dollari delle migliori anfetamine che avesse mai gustato. Ma non furono solo le anfetamine e la sua cocciutaggine a portare a questa enorme prolificità. Contò moltissimo anche il fatto che Erdos era completamente solo al mondo e sembrava avere come unico, esclusivo interesse, la matematica. Tutto ciò che possedeva, qualche vestito e parecchi appunti matematici, era stipato in due logore valigie che si portava sempre dietro nei suoi vagabondaggi. Una volta, ormai Erdos era famoso, un matematico lo vide che passeggiava per la città con le sue due valigie al seguito e preso dall’entusiasmo gli corse incontro: «Gli saltai al collo e gli dissi: beh, porta anche me, giacché porti questi borsoni! E lui mi portò in braccio fino a casa». Erdos era una persona ossessionata dalla matematica e non desiderava soldi o fama. Infatti la maggior parte del denaro che riceveva per le conferenze lo donava per cause benefiche, tenendo per sé solo quanto era sufficiente a soddisfare il suo frugale stile di vita. Dava soldi a tutti i mendicanti, e in tanti, conoscendolo, si mascheravano ormai da barboni e gli chiedevano l’elemosina al suo passaggio. Quando riscosse il suo primo stipendio fu avvicinato da un pover’uomo, in realtà proprietario di banca, che gli chiese i soldi per una tazza di tè. Allora Erdos tirò fuori dalla busta una piccola somma, che tenne per sé, e gli diede tutto il resto. L’uomo allora lo guardò e, commosso, gli disse: «E dov’è il mio tè?». Si può dire che semplicemente non si curava affatto di ciò che non era matematica. «Alcuni socialisti francesi hanno detto che la proprietà è un furto — soleva ripetere. — Io penso che più che altro sia una seccatura. Certo è un problema quando non ho i soldi del biglietto del treno e spesso devo viaggiare dentro un pacco raccomandato su cui qualche volta dimentico di scrivere fragile». Non aveva una casa e tutte le sue proprietà materiali erano stipate in due logore valigie che lo accompagnavano ovunque andasse. Ma letteralmente: le valigie avevano le gambe.

Stefano Pisani

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