Good Will Hunting
Will Hunting è un genio matematico, e a prima vista sembra anche abbastanza ribelle, anzi rabbioso, irrequieto, insoddisfatto, e così è etichettato da tutti, dai professori, dagli amici, dalla polizia, sicuramente dai titolisti italiani...
Il bello di una recensione a freddo di un film, a ben 13 anni
dall'uscita in sala, è che posso supporre che tutti lo abbiano
visto[1]. Intanto partiamo dal titolo. Will
Hunting è il nome del protagonista, un giovane con un'infanzia
difficile, ma dotato di un'incredibile capacità matematica. Il
sottotitolo italiano, “genio ribelle”, è invece particolarmente
fastidioso, perché tende a travisare le intenzioni degli autori[2], sovrapponendo loro il solito stereotipo
del “matematico matto”. Insomma, il bagaglio retorico che viene
spesso utilizzato nei film hollywoodiani per spettacolarizzare cose
altrimenti considerate noiose come la matematica o l'arte[3]. In inglese il titolo era invece “Good
Will Hunting”, con un gioco di parole per una volta significativo. Da
una parte abbiamo infatti “Hunting for good will”, che vuol dire in
cerca di una giusta causa, di un sentimento di approvazione e supporto,
di una positiva condivisione. E c'è anche “Will”, il potere della mente
di controllare le proprie azioni. Dall'altra abbiamo il fatto che solo
lo psicologo (Robin Williams) e (forse) gli amici capiscono, che al di
là del talento e dell'impressionante forza mentale di Will,
c'è una brava persona, “a good kid[4]” che
cerca di essere capito e amato.
Will è forse un genio, e a prima vista sembra anche abbastanza
ribelle, anzi rabbioso, irrequieto, insoddisfatto, e così è etichettato
da tutti, dai professori, dagli amici, dalla polizia, sicuramente dai
titolisti italiani. Ma per lui il suo talento è una cosa naturale e
sono gli altri a non essere capaci di “vedere” ciò che vede lui. È come
avere gli occhi azzurri o essere alti 1.90 m: non sente nemmeno un
merito particolare da parte sua. E non è casuale che lui scelga di fare
il bidello presso il MIT, sperando che qualche occasione si presenti:
vuole provare a mettere a frutto questa sua capacità, ma principalmente
perché ha bisogno di trovare una sistemazione economica. E il motivo
della sua insoddisfazione è che dentro di sé Will si sente uno sfigato.
È stato adottato, ha subito abusi da bambino, e intorno a sé vede dei
personaggi vuoti, patetici, ma pronti ad esibirsi con una maschera per
prevalere davanti agli altri. Il tizio con il codino che cerca di
impressionare le ragazze in un bar facendo passare per sue le idee
imparate frettolosamente sui libri; il servile assistente universitario
che lo vede sfrecciare davanti a lui; il professore di cui ferisce la
vanità accademica (scena con il retro-proiettore). Il famoso matematico
Gerald Lambeau (Stellan Skarsgård), Field's medal, che non resiste a
gigioneggiare con le giovani studentesse.
Il film è
organizzato per scene simboliche. Will è il bidello che, come se
fossimo nella “Spada nella roccia”, risolve facilmente alcuni problemi
che per gli studenti del MIT risultavano praticamente impossibili. Will
si batte per strada con gli amici fidati per riaffermare la sua dignità
e sfogare la sua rabbia. Will mette in imbarazzo alcuni famosi luminari
della psichiatria. Will stupisce la suddetta Field's medal, risolvendo
facilmente un problema che a lui non riusciva[5], e brucia davanti a lui il foglietto con la
soluzione. E vedendo questo dio della della matematica gettarsi in
ginocchio per recuperare il pezzo di carta in fiamme, con quella
soluzione che a lui sembrava così evidente, capisce che non sarà certo
quest'uomo a salvarlo[6]. E soprattutto
sono simboliche(=non realistiche) le scene degli incontri con lo
psicologo, che per primo vede in lui, al di là di tanta genialità, una
persona. Un ragazzo che va aiutato e assolto, e protetto dal mondo. E
che deve imparare a sentirsi un “good kid”, ossia adeguato, capace e
meritevole.
Quanto alla matematica, dice Gus Van Sant[7] che all'inizio gli autori avevano pensato
alla fisica teorica, ma poi, pensando che Will dovesse avere la
possibilità di essere interessante sul mercato lavorativo, per esempio
per i militari, avevano cambiato specialità, immaginandolo come un
matematico combinatorio, qualche cosa con i codici segreti insomma.
Inoltre, la sceneggiatura all'inizio non specificava cosa ci fosse
scritto sulla lavagna o sui fogli nelle varie scene[8], per cui chiesero a un professore di
Fisica dell'Università di Toronto (Pat O'Donnel) di aiutarli a trovare
dei problemi matematici credibili. E questo è uno dei primi film che io
ricordi dove la matematica scritta abbia una parte così importante. Poi
ci sarebbe stato “A beautiful mind”, e la scrittura sui vetri[9], e Numb3rs e Proof. Ma qui abbiamo delle
belle serie di Fourier, delle strutture ad albero, insomma roba
credibile, che potremmo vedere veramente su di una lavagna (e non le
solite radici quadrate del teorema di Pitagora...).
Ma un altro aspetto viene mostrato bene nel film, e di cui non è facile parlare senza cadere nella banalità. Will è dotato di una capacità matematica superiore. Certo, molte cose sono esagerate, per renderle appetibili ad un pubblico cinematografico. Per esempio è abbastanza improbabile che coesistano il talento matematico e la memoria fotografica, credo che serva solo per esemplificare, in un'epoca pre-Numb3rs, la potenza mentale di Will senza entrare in dettagli tecnici. Oppure, anche solo per problemi di comprensione delle definizioni, che Will sia subito a suo agio, senza una preparazione specifica, con problemi difficili per una Field's medal. Ma non è questo il punto. Il cinema è per sua natura sintetico quando deve raccontare cose che avvengono in un lungo arco di tempo. Quello che cerco di dire è che il film cerca, tra le altre cose, di rappresentare in modo credibile il fatto che esistono alcune (poche) persone con un talento enorme, una capacità di comprensione assolutamente al di sopra della media che dipende poco dal percorso formativo seguito, e che si potrebbe chiamare “visione”. In un certo senso quasi tutti ne abbiamo un po', ed è il motivo per cui nei libri di matematica non serve scrivere tutto, perché alcune cose si capiscono da sole[10]. Ed è anche il motivo per cui chi non capisce nulla e non ha alcuna visione, non riesce nemmeno a capire che cosa non capisce, come i pazzi che si aggirano per la rete dicendo di aver dimostrato il Teorema di Fermat in sei (6!) pagine o la congettura di Goldbach[11]. Ma quelli (pochi) che hanno veramente la capacità di “vedere” esistono veramente, e non per questo sono meno umani e fallibili e tristi come tutti noi altri. Non necessariamente matti, ma forse incasinati, e a volte anche, ma non sempre, ostacolati da questo loro talento. E se parlate con uno di loro, lo capirete in due minuti con chi avete a che fare, per quanto confusionario o disorganizzato possa essere. E che una cosa che contraddistingue un bravo matematico, e forse non è altrettanto comune in altre discipline, è quella di ammirare le persone che hanno questa capacità di visione, i cosiddetti geni, siano o no ribelli, e darsi da fare per valorizzarle. Anche se poi, come per il Prof. Lambeau del film, dopo averle incontrate non ci dormiranno la notte...
Di Roberto Natalini
[1] E in caso contrario, se
siete di quelli che non vogliono sapere nulla di un film prima di
averlo visto, fermatevi qui, vedetelo e poi continuate a leggere.
[2] Per la cronaca gli allora
sconosciuti Matt Demon e Ben Affleck, che grazie a questa
sceneggiatura, non solo vinsero l'Oscar nel 1998, ma ne ricavarono
anche uno straordinario lancio nel mondo del cinema. Che in seguito
Affleck minacciò seriamente di compromettere interpretando
Daredevil.
[3] Pensate ad “Amadeus”. Mozart
era un genio della musica, ma una sua biografia sarebbe stata forse
noiosa per il pubblico medio. Se invece ci mettiamo un po' di
dissolutezza, una genialità misteriosa e forse di origine divina e
l'invidia di di Salieri, allora abbiamo anche la possibilità di
guadagnarci qualche Oscar (e poi le musiche non erano nemmeno tanto
male...).
[4] Dice lo psicologo (R.W.) al
Prof. Lambeau: “You mathematical dick! It's about the boy! He's a good
kid! And I won't see you fuck him up”.
[5] Una piccola goffagine della
sceneggiatura, quando il professore commenta “Vedo che qui hai usato
MacLaurin”. Sic!
[6] Will a Lambeau: “Do you have
any fuckin' idea how easy this is? This is a fuckin' joke.”
[7] A FUN THING THEY'LL NEVER DO
AGAIN, Gus Van Sant meets David Foster Wallace, Dazed & Confused,
May 1998. http://www.badgerinternet.com/~bobkat/dazed.html, tradotto
in: http://www.minimumfax.com/speciale.asp?specialeID=20&ns=4
[8] La sceneggiatura si limitava a
dire cose del tipo. “Will osserva il problema sulla lavagna e scrive
una risposta” e basta...
[9] Matt Demon scrive alcune
formule su di uno specchio, Russel Crowe sui vetri della finestra,
David Krumholtz (a.k.a. Charlie Eppes) usa sempre lavagne trasparenti.
Io però in vita mia non ho mai visto scrivere su vetri o specchi,
e voi?
[10] Ed in questo senso la comunicazione
matematica più efficace a volte risulta non completamente rigorosa,
perché molto spesso basta un disegno o un gesto delle mani per far
capire una dimostrazione a una persona ragionevolmente dotata.
[11] È un fenomeno inquietante e per
verificarlo basta fare una ricerca con Google per vedere quanti
pretendano di aver dimostrato questi risultati e di essere incompresi
da quei tristi minorati mentali che sono i matematici
“accademici”.
