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In occasione del giorno della memoria, Nicola Ciccoli ha scritto quattro quadretti di matematici e la Shoah. Il quarto è Vladimir Rokhlin (il primo quadretto è su Juliusz Paweł Schauder, il secondo su Felix Hausdorff, il terzo su Jacques Feldbau).

Non tutti muoiono, qualcuno torna. Sconti, però, la realtà non ne fa a nessuno.

Rokhlin già dall’inizio non trova davanti una strada in discesa. Nasce a Baku, in Azerbaijian, nel 1919, figlio di una famiglia della borghesia colta e laica di religione ebraica. La madre, medico, muore quando lui ha quattro anni. Il padre, economista e socialdemocratico, è da subito inviso al potere sovietico e viene esiliato in Kazhakistan, ad Alma Ata, negli anni ‘30. Vladimir però è un ragazzino determinato e brillante e l’esilio si rivela una opportunità: molti insegnanti ugualmente brillanti sono esiliati anche loro e il livello della sua scuola si rivela ottimo. A quindici anni finisce le scuole superiori e subito dopo viene ammesso alla mitica Mech-Mat dell’Università di Mosca. La sua passione per la matematica esplode. Ha l’opportunità di studiare analisi funzionale con Gelfan’d, teoria della misura con Kolmogorov, teoria dei gruppi con Pontrijagin. Tutti gli raccomandano di dedicarsi alla ricerca e già a 21 anni, nel 1940, pubblica con Plesner un lavoro sulla teoria spettrale. All’inizio della guerra, nel 1941, è al primo anno di dottorato. Ma non vuole evacuare da Mosca o starsene con le mani in mano. Con l’incoscienza dell’età si arruola volontario in battaglioni di combattimento formati da civili. Il governo sovietico non va troppo per il sottile: questi gruppi di ragazzi non addestrati e male equipaggiati sono perfetti da gettare in battaglia quando non si vogliono sacrificare truppe che potrebbero tornare utili più avanti. Il battaglione di Rokhlin viene circondato. Lui, ferito a entrambe le gambe, riesce a nascondersi con l’aiuto dei contadini della zona. Nei mesi successivi cerca più volte di attraversare il fronte e tornare in URSS. Ogni tentativo fallisce fino a che nel 1942, per una spiata, viene arrestato e condotto in un campo di prigionia.

Vladimir sa bene qual è il destino degli ebrei ma riesce a nascondere le sue origini, sfruttando anche la sua ottima conoscenza del tedesco. Cerca varie volte di fuggire, mentre viene spostato di campo in campo, tra Bielorussia e Polonia e durante questi rocamboleschi spostamenti conserva un piccolo blocco note su cui appunta idee di teoria della misura. Nel 1944 viene finalmente liberato dall’Armata Rossa e si aggrega subito come combattente e traduttore nella Quinta Armata; commette però l’errore di cercare di salvare un soldato tedesco dalla fucilazione. Per questo viene considerato una possibile spia, arrestato e caricato su di un treno diretto in Siberia. Tanto più che un ebreo sopravvissuto ai nazisti è naturalmente sospetto. Brutte notizie, e ancora non sa che nel ’42 suo padre è stato fucilato come dissidente. Dal treno che lo porta verso Est riesce a lanciare un bigliettino che verrà fortunatamente raccolto e con il quale riesce a far conoscere a Kolmogorov la sua sorte. Subito i professori del Mech-Mat si attivano per lui, descrivendolo come persona indispensabile allo sforzo scientifico sovietico. A un anno da questi appelli finalmente Rokhlin viene liberato e può tornare a Mosca. È sopravvissuto ai campi di prigionia a Ovest e a Est.

Finalmente nel ’51 conclude la sua tesi di dottorato sui sistemi dinamici. Ora gli si dovrebbero aprire le porte di una brillante carriera. Ma l’antisemitismo non si è esaurito in Germania, né è finito con la guerra. Nell’URSS stalinista è terribilmente difficile essere ebrei e Rokhlin, licenziato con una scusa dallo Steklov, si ritrova prima ad insegnare matematica all’Istituto Forestale di Arkhangelsk e poi in una piccola scuola pedagogica di Ivanovo-Kolomna, vicino Mosca. Sono anni di studio matto e disperato e nonostante riesca a pubblicare pochi lavori, è comunque in grado di organizzare a Mosca un seminario sui sistemi dinamici a cui partecipano, tra i giovani e appassionati studenti, Arnol’d e Novikov.

Nel 1960 il topologo Alexandrov con lungimiranza riesce a chiamarlo a Leningrado dove si è deciso di rafforzare il locale dipartimento di matematica. E’ il momento d’oro di Rokhlin. Nonostante sia inviso al regime, anche per la sua tendenza a non nascondere le proprie opinioni, porta a Leningrado aria nuova. Apre subito un seminario di Topologia e uno di Teoria Ergodica. Gli studenti lo amano, i burocrati meno (e non otterrà mai il permesso per recarsi all’estero). Inizia così una lunga schiera di futuri ricercatori che si formano sotto la sua guida. Il più famoso è certamente Alexander Gromov, vincitore del premio Abel nel 2009, poi Kharlamov,Viro, Vershik, Turaev e uno degli ultimi Yakov Eliashberg, appena insignito del premio Wolf. La maggior parte verranno discriminati per le loro origini ebraiche e in quanto allievi di uno spirito libero. Cercheranno fortuna all’estero.

Rokhlin è costretto a pensionarsi anticipatamente nel 1981 e muore di infarto nel 1985, il fisico probabilmente minato dai difficili anni ’40. Eppure, a dispetto di chi voleva sterminare gli ebrei, a dispetto di chi voleva renderli invisibili, il filo del suo insegnamento matematico resta forte e vivo. Tutti alla fine muoiono. Qualcuno, la sua lunga battaglia, la vince.

Nicola Ciccoli

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