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Un studio americano pubblicato recentemente su JAMA Psychiatry suggerisce che un nuovo algoritmo di rischio attuariale potrebbe identificare i soldati ad alto rischio di suicidio.

Il team di ricercatori coordinato da Ronald Kessler della facoltà di Medicina di Harvard, ha analizzato i dati provenienti da più di 40.000 soldati americani ricoverati per un disturbo psichiatrico tra il 2004 ed il 2009. Anche se rischio di suicidio per le persone affette da un disturbo psichiatrico una volta dimesse è alto, il suicidio resta un evento piuttosto raro. Secondo i ricercatori, dunque, potrebbe non essere “pratico” sottoporre tutte le persone dimesse a un programma intensivo di prevenzione del suicidio. La strategia ottimale sarebbe invece di indirizzare verso tali programmi solamente le persone in cui il rischio di suicidio è più alto.

Analizzando i dati raccolti dall’esercito e dal Ministero della Difesa, i ricercatori hanno cercato di determinare i fattori predittivi del rischio di suicidio tramite un algoritmo. Nel nuovo studio, sono state esaminate 131 variabili, considerando sia informazioni generali, come il sesso o l’età degli individui, sia informazioni più dettagliate, come per esempio se la persona avesse avuto accesso a un arma da fuoco, o fosse stato in cura per una malattia psichiatrica o soffrisse di un disturbo post-traumatico da stress.

Tra il 5% degli individui con il più alto rischio di suicidio determinato dall’algoritmo, effettivamente più della metà corrispondeva ai suicidi dello studio. I fattori predittivi determinanti sono risultati: essere maschio, essersi arruolato in età avanzata, essere in possesso di un’arma da fuoco, aver tentato il suicidio in passato, aver avuto delle prescrizioni di antidepressivi negli ultimi dodici mesi ed avere altri disturbi diagnosticati durante il ricovero.

Anche se i suicidi post-ospedalieri rappresentano solo il 12% dei suicidi dell’esercito americano, l’algoritmo consentirebbe di ottimizzare gli interventi di prevenzione. Prima che il modello possa però essere utilizzato dai medici, saranno necessari ulteriori test analizzando dati più recenti.

(a cura di Cristiana di Russo)

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