Marco Di Francesco

Marco Di Francesco (Pescara, 13 maggio 1975) è un matematico, ricercatore universitario di Analisi Matematica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi dell’Aquila. Collabora a diversi progetti di ricerca in equazioni e sistemi di trasporto/reazione/diffusione applicate alla fisica, alla biologia e alle scienze sociali, con professori e ricercatori delle Università di Cambridge, Vienna e Barcellona tra le altre. Fa parte dello staff di docenti del Master di eccellenza europeo “MathMods”, che ha sede a L’Aquila.

 

Il tratto principale del mio essere matematico

Sempre molto preciso in tutti i dettagli, anche quelli inutili. In una parola, pedante.

 

La qualità che desidero in un matematico

La capacità di saper spiegare le cose in modo semplice anche a chi ne capisce poco.

 

La qualità che preferisco nella matematica – Un teorema di matematica è inattaccabile per sempre. E’ eterno.

Quel che apprezzo di più nei miei colleghi matematici – Forse rischio di essere ripetitivo, per me i matematici migliori sono quelli che sanno raccontarti il loro lavoro e si fanno capire, basando le loro spiegazioni su idee semplici, intuitive.

 

Il mio principale difetto come matematico

Non ho mai scritto un articolo da solo, lo imputo un po’ alla mia insicurezza: ho bisogno che qualcun altro mi dica che quello su cui sto lavorando è interessante, nel quale caso si inizia a lavorarci insieme. Da certi punti di vista la capacità di saper lavorare in collaborazione è un pregio, da questo punto di vista è un difetto (almeno secondo me)

 

La mia lettura matematica preferita

Un matematico francese di nome Cedric Villani ha scritto un libro nel 2003 dal titolo “Topics on Optimal Transportation”. Al di là del significato scientifico dell’opera, questo libro ha di fatto segnato la nascita di una ampia comunità di matematici applicati dal fortissimo carattere interdisciplinare, quella appunto cosiddetta del “trasporto ottimo e applicazioni”, in cui matematici provenienti da storie professionali diversissime tra loro si sono ritrovati a collaborare. Ovviamente il libro di Villani non è l’unica ragione, ma è anche merito suo se i geometri che studiano la curvatura di Ricci o le varietà Riemanniane si sono messi a lavorare assieme ai matematici applicati che studiano la teoria cinetica dei gas o le equazioni della biologia cellulare (tanto per fare degli esempi). E’ forse l’unico libro che non è mai capace di starsene buono nella mia libreria, sta sempre sulla scrivania. Insomma, è il libro di matematica per eccellenza. Non solo, è anche un libro bello da leggere, perché non è ultra-tecnico e per essere un libro di matematica è molto “chiacchierato”.

 

Il mio sogno come matematico

Io sono un romantico, e in quanto tale il mio sogno è che tra trent’anni ci sarà qualcuno che mi dirà “sono diventato un buon matematico per merito tuo”.

 

Qual è la principale debolezza della matematica

Della matematica come scienza non riesco a trovare una debolezza, o almeno al momento non me ne viene in mente alcuna. La matematica intesa invece come “movimento”, come “comunità”, ha spesso il punto debole di parlare un linguaggio troppo lontano da quello adottato nelle altre scienze applicate. Dovrebbe essere il matematico a fare lo sforzo di imparare il linguaggio degli altri scienziati applicati, in modo tale da rendersi “fruibile”. Invece spesso il matematico è incapace di comunicare con gli ingegneri, con i fisici o con i biologi, forse perché teme che il suo risultato venga sminuito, che non se ne colga l’importanza al di fuori della “sua” comunità. Insomma, in breve la principale debolezza della (comunità) matematica è la sua eccessiva tendenza ad auto-referenziarsi. Adesso mi viene in mente che in effetti la matematica ha anche una grande debolezza intrinseca come scienza, ovvero quella di essere così rigorosa da non poter essere in grado, a volte, di dare risposte concrete a problemi. Un ingegnere ad esempio è più flessibile, si accontenta anche di un risultato più empirico. Il matematico può fare solo affidamento su leggi astratte, il che a volte non basta anche per dimostrare l’evidenza, purtroppo.

 

Il matematico che vorrei essere

Vorrei essere un po’ meno pigro, un po’ più umile e un po’ più coraggioso. Non voglio indicare una persona in particolare, o un matematico famoso, se era questo il senso della domanda. Credo che gli obiettivi sopra elencati possano essere raggiunti rimanendo me stesso.

 

Il paese dove vorrei vivere

Posso fare un puzzle? Come base ci metto l’Italia. Dentro poi ci metterei il sistema educativo francese, il senso civico degli inglesi e qualche lago austriaco. Sposterei un paio di autostrade dal Nord al Sud e piazzerei un sushi bar in ogni quartiere.

 

L’esercizio che preferisco

La risoluzione di una equazione alle derivate parziali del primo ordine con il metodo delle caratteristiche, specie se le caratteristiche si intersecano tra loro.

 

Il teorema che amo

Il teorema del trasporto di Reynolds. Non rientra nella mia ricerca, ma lo insegno agli studenti di Ingegneria. Ogni anno dà una soddisfazione nuova.

 

L’applicazione della matematica che preferisco

Anche se non me ne intendo ancora molto, mi affascinano le applicazioni alla medicina.

 

I matematici che mi hanno indirizzato

Sono due i matematici che considero come “mentori”. Il primo è il mio advisor di dottorato, Piero Marcati. Se oggi posso dire di avere un po’ di professionalità, lo devo soprattutto ai suoi “monologhi” a tu per tu nel suo ufficio. Il secondo è Josè Antonio Carrillo, un matematico spagnolo con cui ho iniziato a lavorare già dai tempi del mio dottorato e con cui tuttora collaboro. Il mio ”gusto matematico” si è modellato soprattutto sul suo lavoro. E’ in assoluto la persona con cui mi riesce più facile lavorare. Volendo citare nomi più illustri, sono rimasto folgorato quando ho seguito per la prima volta una lezione di Lawrence Craig Evans: in un’ora spiegava cose che una persona normale spiegherebbe in tre ore, e lo faceva senza mai annoiare, senza fronzoli, rimanendo sempre sul cuore del problema. Essendo egli tra l’altro l’autore del primo libro di Equazioni alle Derivate Parziali (il mio settore di ricerca) che ho studiato, diciamo che Evans rappresenta un po’ una guida inconsapevole del mio cammino di matematico.

 

I matematici che mi hanno dissuaso

C’è un matematico che ha rischiato di dissuadermi dall’intraprendere la mia carriera all’inizio del mio dottorato. Non posso dire chi è per il semplice fatto che non lo so: è il referee del mio primo articolo. Fu così disastroso che per diverse settimane fui davvero convinto che la matematica non fosse per me.

 

Il nome della variabile che preferisco

La ro greca

 

Il tipo di calcolo che preferisco

Le “stime dell’energia”, in qualunque contesto. E’ un metodo di primo approccio ad un’equazione differenziale. E’ semplicissimo e ti dà tantissime informazioni.

 

Il tipo di calcolo che utilizzo di più

Per me le stime dell’energia sono come le forbici per un barbiere.

 

Il tipo di calcolo che mi annoia maggiormente

Ecco, appunto. Quando le stime dell’energia, da primo approccio, diventano un metodo concreto per dimostrare qualcosa di rigoroso, possono essere una noia mortale, specie quando si passa alle derivate di ordine superiore.

 

I nomi che preferisco (teorema, corollario, lemma…)

Teorema. Dà una bella soddisfazione quando ne hai uno.

 

Quel che detesto più di tutto

Proposizione. Non è né carne né pesce: è una cosa che vorresti fosse importante ma hai paura a chiamarla “Teorema” per paura che qualcuno ti dica che non era poi così importante.

 

I matematici che disprezzo di più

Quelli che scrivono lavori illeggibili per la fretta di pubblicare, quelli che non danno la giusta importanza ai riferimenti bibliografici. Per non parlare di quelli che “rubano” un risultato.

 

L’impresa scientifica che ammiro di più

Anche se non c’entra niente con il mio lavoro, sono ammirato dai 7 anni spesi da Andrew Wiles in soffitta per dimostrare l’ultimo teorema di Fermat. Ammirato è dire poco …

 

La riforma culturale che apprezzo di più

Secondo me la più grande invenzione culturale degli ultimi secoli è l’Europa, intesa come tutto ciò che ha portato ad una identità europea nel sistema dell’educazione, dell’università, della ricerca scientifica e tecnologica e della cultura in generale. In questo senso, il progetto Erasmus occupa un posto privilegiato, perché è indiscutibilmente il progetto comunitario meglio riuscito, perché rappresenta il fronte dell’identità europea che avanza. Ci stiamo formando come europei grazie agli anni da universitari spesi in un altro paese, imparando l’inglese (e magari anche lo spagnolo o il romano o il napoletano), conoscendo un mare di persone e dormendo tre ore a notte. L’Erasmus fa parte sempre di più della vita dell’europeo medio. E’ un vero progetto pioniere. Nella mia carriera mi piacerebbe lavorare (in parte già lo faccio) sempre di più all’internazionalizzazione del sistema universitario italiano, ne ha davvero bisogno come l’acqua.

 

Il dono di natura che vorrei avere

Tre o quattro centimetri in più in altezza, non chiedo poi tanto …

 

Da matematico, come vorrei essere ricordato

Come uno che non abbandona un problema tanto facilmente. Purtroppo a volte però non se ne può fare a meno.

 

Stato attuale dei miei studi 

Due progetti “in progress”, uno dei due mi sta appassionando.

 

Gli errori che mi ispirano maggiore indulgenza

Tutte le volte che devo andare a rileggermi una mia pubblicazione perché non mi ricordo più cosa ho fatto. E’ un po’ imbarazzante.

 

Il mio motto

Non ho un vero e proprio motto, ma mi ripeto spesso che spero “non arrivi mai un momento nella mia vita in cui sarò in grado di prevedere la mia giornata dall’inizio alla fine”.

In bocca al lupo!

Posted by Alessandro Greco at 2010-07-06 17:04
Solo questo, Prof.
In bocca al lupo per questa nuova "equazione barcellona" che, sono certo, risolverai nel migliore dei modi.

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