Alessio Figalli
A soli 25 anni (e mezzo) Alessio Figalli ha già una carriera accademica di tutto rispetto. A 22 anni, nel 2006, si laurea in Matematica presso la scuola Normale di Pisa. L'anno dopo diventa Ricercatore del CNRS francese. Diventa poi professore all'École Polytechnique a Parigi e da settembre di quest'anno è Professore Associato presso l'University of Texas a Austin (USA). Ha pubblicato già una ventina di lavori e un'altra decina stanno per uscire. (intervista raccolta da Roberto Natalini)
Q.: Ehm, speriamo che questa cosa
di skype recording funzioni, mi sa che sono un po' impedito. Come va?
Tutto bene?
A.: Sì, sono reduce dalla cena di Thanksgiving di ieri.
Q.: Ti hanno fatto mangiare il
tacchino?
A.: Sì un tacchino enorme, eravamo a casa di Caffarelli... tipo 40
persone.
Q.: Bene, dai cominciamo. Prima
domanda, molto scontata: come ti senti ad essere professore a soli 25
anni in Texas?
A.: Beh, sicuramente è una soddisfazione, ma allo stesso tempo è anche
una grande responsabilità. Perché se mi trovo qui è perché la gente ha
creduto in me e pensa a quello che potrò fare nei prossimi anni. E
questo ti mette della pressione. Ma insomma, una pressione costruttiva:
ti dici “hanno avuto fiducia, ora cerchiamo di ricompensarla lavorando
bene, nel modo giusto”. Insomma, è una soddisfazione, e anche
un'esperienza di vita interessante quella di vivere adesso negli Stati
Uniti. Ed è stata una scelta non facile. È un grande cambiamento
rispetto a vivere in Europa. Però era un'ottima occasione lavorativa,
specie per la presenza di Caffarelli, e mi sono detto che se non
partivo ora non ci sarei poi più andato, quando uno ha famiglia e tutto
il resto.
Q.: A livello umano come ti sei
trovato negli Stati Uniti?
A.: Beh, a livello lavorativo molto bene. Qui nel dipartimento sono
tutti molto simpatici, anche se di americani veri non ce ne sono
molti... Diciamo che predomina la componente sud-americana. Anche la
città è molto simpatica, verde, siamo in Texas, ma non è il
deserto.
Q.: Beh, ma rispetto a
Parigi c'è stato un certo salto.
A.: Mah, Parigi è una bellissima città, tutti ti invidiano, però ha
anche i contro. È una città carissima con affitti stratosferici,
muoversi è difficile, e anche con i trasporti pubblici eccellenti, io
perdevo un paio d'ore al giorno sulla R.E.R.. Qui invece vivo a dieci
minuti a piedi dal Dipartimento in una zona molto carina. E lo trovo
molto più piacevole.
Q.: Ok, dai, passiamo a parlare di
matematica. Quando hai cominciato a pensare di fare il
matematico?
Abbastanza tardi. Per esempio quando ho
finito il Liceo, ho fatto il classico, ero ancora indeciso tra
matematica, fisica e ingegneria per esempio. Non avevo nessuna
motivazione particolare. Alla fine è stato un po' un caso, molto legato
al fatto di essere entrato in Normale, e mi sono detto “ah, però,
fico!”. Insomma, la matematica mi divertiva, ma non sapevo se avrei
potuto farne un lavoro. Avevo conosciuto le Olimpiadi della Matematica
gli ultimi due anni di Liceo, insomma abbastanza tardi. E facendo le
Olimpiadi mi divertivo. Era un mio sfizio, mi ci mettevo ogni tanto la
domenica pomeriggio, ma mi ci dedicavo non più di due ore a settimana.
Per il resto me ne andavo in palestra o uscivo. Mi riuscivano gli
esercizi di matematica, ma nulla di particolare. Inoltre facevo il
Classico e il programma era abbastanza facile. Con le Olimpiadi ho
avuto uno stimolo a fare qualche cosa di più. Ma ancora non ero
sicuro.
Q.: Però per il concorso di ammissione
in Normale avrai studiato...
A.: Sì, quello si! Certo il fatto di essermi preparato alle Olimpiadi
di Matematica mi ha aiutato molto. Ci tenevo a provare, ma non sapevo
bene come sarebbe andata. Insomma, non sono stato il ragazzino prodigio
che a dieci anni faceva chissà che cosa. A dieci anni andavo a giocare
a pallone...
Q.: E quando hai scoperto la tua
vocazione?
A.: Beh, una volta entrato in Normale ho scoperto tante cose che prima
non conoscevo: analisi, algebra... E sostanzialmente, non lo so, sapevo
che mi divertivo, avevo piacere di imparare. Non era più come al liceo.
Imparavo finalmente delle cose nuove che mi interessavano veramente. E
poi le cose mi riuscivano, e quindi avevo delle soddisfazioni. La cosa
che mi aveva più impressionato in positivo è che finalmente non stavo
più a guardare l'orologio ogni tre secondi per sapere quando finiva la
lezione.
Q.: Bene. Ora prova a dirmi di cosa ti
occupi. Insomma, in generale...
A.: Ci sono vari problemi che mi interessano. Il mio dominio è
l'analisi. Un problema su cui ho lavorato molto è il trasporto
ottimale. Uno ha degli oggetti da trasportare, per esempio deve portare
del pane dalla produzione alla distribuzione. Se uno ha più centri di
produzione, allora può porsi il problema di come ottimizzare la
distribuzione, ossia da quale sito partire per portarlo in un certo
posto. Il problema è stato formulato all'inizio da Monge per
trasportare dei detriti per costruire delle fortificazioni. E l'idea di
fondo è che trasportare costa e uno vuole trovare il modo di
minimizzare i costi. Il problema è di natura economica, e a livello
matematico produce moltissime domande interessanti. Intanto ci si
chiede se esiste un modo ottimale di fare le cose. Se poi questo
trasporto ottimale esiste, allora uno ne studia le proprietà. E ci sono
tanti problemi in cui questo problema riappare. In problemi di natura
geometrica, ma anche in metereologia. Per esempio hanno scoperto che
questo influenza l'evoluzione delle nuvole: se una nuvola deve
spostarsi, le particelle che compongono la nuvola seguiranno nel tempo
un trasporto ottimale.
Q.: Sono intelligenti!
A.: eh si, ottimizzano... :-D. Questo è stato il mio tema principale di
ricerca nella Tesi di dottorato. Poi per esempio ci sono i
problemi isoperimetrici. Ossia quando ho un insieme di volume fissato e
voglio sapere qual è la forma che minimizza la superficie esterna. Un
problema che in due dimensioni è il classico problema di Didone: data
una corda di lunghezza data, trovare l'area maggiore racchiusa dalla
corda. Se non abbiamo ostacoli allora abbiamo un cerchio, ma il
problema si può complicare in molti modi. Ci hanno lavorato molti
matematici e c'è ancora tanto da fare.
Q.: Qual è il lavoro
singolo in cui credi di aver dato il tuo contributo più importante?
Insomma, quello che ti ha dato più soddisfazione.
A.: Beh, almeno due. Uno con Francesco Maggi e Aldo Pratelli, in cui
studiamo appunto questi problemi isoperimetrici e dimostriamo che se
abbiamo una corda “quasi-ottimale”, allora questa corda è “quasi” un
cerchio, e questo vale anche in dimensione più alta, dove diventa molto
più complicato. E poi un altro problema che mi ha divertito molto di
trasporto ottimale parziale. Ossia, ho dei detriti da una parte e li
voglio portare da un'altra. Ma questa volta ho più detriti di quanti me
ne servano. Esiste allora un modo ottimale di trasportare solo una
parte dei detriti? Ci sono allora due scelte. Innanzitutto la solita
scelta “chi va dove”, ma poi anche decidere “chi deve essere mosso”. E
questo l'ho risolto circa un anno e mezzo fa.
Q.: E cosa ti piacerebbe dimostrare?
Hai un tuo “dream problem”?
A.: Non è facile. Ho sempre in testa dei problemi che secondo me sono
molto belli e che sarebbero interessante capire. Per problemi da un
milione di dollari come Navier-Stokes non penso di avere ancora
abbastanza “feeling” per fare una cosa del genere. O la regolarità di
correnti minime, o le singolarità di superfici minime in alte
dimensioni. Ecco, mi piace avere questi problemi sempre in background.
Non mi sento in grado di stare come Andrew Wiles per 8 anni su un
problema. Preferisco dei problemi difficili, ma fattibili, che mi
permettono di imparare nuove cose. E poi c'è anche un fattore fortuna
in certe cose: trovarsi al momento giusto con una buona idea. Insomma
ci sono tanti problemi che mi interessano, che vanno dalla teoria
geometrica della misura, oppure adesso, stando qui, ai problemi di
frontiera libera...
Q.: eh, sei nel paradiso della
frontiera libera!
A.: Esatto, sto lavorando con Luis (n.d.r.: Caffarelli) e bisogna
approfittarne. E ci sono tanti problemi poco chiari, difficili, ma
fattibili. Insomma, per ora non ho “un” problema. Li scelgo spesso solo
perché mi divertono, però devono anche essere non banali... Insomma,
tengo presente tante cose, cerco di imparare nuove cose, e se poi mi
viene l'idea...
Q.: Come lo vedi il rapporto tra
matematica e applicazioni? Ti senti “puro” o “applicato”?
A.: Beh, personalmente mi sento “puro”. So che i problemi su cui
lavoro, come il trasporto ottimale o quelli di frontiera libera, hanno
un'origine fisica, economica, non saltano fuori dal nulla. Però la
scelta del problema in sé, per me e forse per la maggior parte dei
matematici, è piuttosto un problema estetico. Conta che il problema sia
bello, divertente. È interessante sapere che c'è una motivazione
applicativa e che ci sia qualcuno che faccia da tramite con le
vere applicazioni. Però non credo che, almeno per il momento, sia il
mio ruolo. Di solito quando arrivo l'equazione è già là.
Q.: Ok, passiamo a
domande più leggere. Cosa fai quando non fai matematica? Leggi?
Dormi?
A.: Beh, dormire è fondamentale, sono un gran dormiglione! Per il
resto, quello che ha caratterizzato la mia vita negli ultimi anni è che
ho cambiato sempre luogo e dunque ho viaggiato tantissimo. Quindi le
mie attività extra, che essenzialmente si concentrano sul week-end,
dipendono da dove sto. Quando ero a Los Angeles mi piaceva andava al
mare e fare un po' di sport. Qui in Texas non ho ancora avuto molto
tempo, ma è ottimo per fare escursioni, il clima è buono, si può
giocare a pallone e poi vorrei approfittarne da gennaio per imparare lo
spagnolo. Quando stavo a Parigi mi piaceva farmi una passeggiata a
Boulevard Saint Michel o un Brunch con gli amici.
Q.: Ma dimmi, hai problemi a mantenere
le tue amicizie, viaggiando, cambiando sempre di paese?
A.: Sono sempre stato in contatto con le persone che ho incontrato. Più
che difficoltà a fare amicizie, per me è un po' triste quando me ne
vado, che mi tocca sempre ricominciare da capo. La parte negativa è più
nel non poter contare su rapporti stabili. A Roma però ci sono
sempre i miei amici del tempo del liceo e li vedo sempre quando torno
per le vacanze.
Q.: E come vivete la differenza delle
vostre vite?
A.: Beh, fa un po' strano. Ho una vita molto diversa dalla loro. Loro
vivono a casa, con i loro genitori. Per il resto, alla fine si
ricomincia a parlare del più e del meno, le solite chiacchiere, e poi
le partitine a poker, specie sotto Natale, che è una vecchia tradizione
dal liceo.
Q.: Per finire due
domande difficili. La prima. Che faresti se fossi il Ministro
dell'Università e della ricerca in Italia? Che provvedimenti
prenderesti?
A.: Intanto c'è da capire perché in Italia le cose non funzionano. La
prima cosa che salta agli occhi è l'instabilità. In Italia non si sa
mai cosa succederà: quando ci saranno i fondi per i progetti o quando
ci sarà un nuovo posto. Questo crea una situazione deprimente. Per
esempio in Francia la situazione è molto più stabile e si sa bene
quando e come sono assegnate le risorse. Poi c'è un problema di
mentalità. Per esempio negli Stati Uniti, tutti controllano tutti. Un
sistema di equilibrio di poteri in cui se sbagli e qualche cosa va male
non hai una seconda possibilità. Però questo sistema difficilmente
potrebbe funzionare in Italia, perché difficilmente accettiamo di
essere troppo controllati e giudicati dai colleghi anche nel merito del
nostro lavoro. Il sistema francese è più simile al nostro, e però
funziona meglio. Forse, ma potrei sbagliarmi, questo dipende da una
maggiore centralizzazione del potere nella gestione dei soldi e delle
risorse. I laboratori che non si comportano bene sono rimessi in
riga dall'alto. Forse in Italia si dovrebbe tornare un po'
indietro sull'autonomia. Magari anche con delle commissioni
scientifiche di alto livello a rappresentanza maggioritaria straniera
che valutino la produzione dei vari Dipartimenti nei vari
settori.
Q.: Allora per finire: uno spot per
invitare i giovani a iscriversi a Matematica.
A.: Intanto penso che c'è già tanta gente a cui la matematica non
piace. Per cui, più che convincere la gente, bisognerebbe fare in modo
che la gente a cui piace non scappi. C'è gente che si chiede: “Che
possibilità di lavoro ho? A cosa serve? Poi finisco ad insegnare al
liceo?”. E questo è un peccato. Penso che se una cosa piace è giusto
essere incoraggiati e avere la possibilità di provare. Per esempio
succede che ci siano persone a cui piace la matematica ma
decidano di iscriversi a Ingegneria pensando di trovare lavoro più
facilmente. Ecco, io la penso diversamente. La vita è una, se abbiamo
una cosa che ci piace, ci diverte, non dobbiamo scoraggiarci nel
cercare di farla. Certo, ci sarà anche un fattore di fortuna, ma questo
c'è sempre in ogni attività umana. In realtà poi attualmente i
matematici sono molto richiesti, per cui alla fine, anche a
livello pratico, è un buon momento per fare matematica.
Insomma, io inviterei quelli a cui piace, e che non sono pochi, a non
esitare a provarci. Sapendo sempre che le soddisfazioni verranno non
tanto a livello sociale, dato che se incontri delle persone puoi
parlare per cinque minuti che fai matematica ma poi a nessuno gliene
frega niente, quanto dal divertimento nelle cose che fai e dal
riconoscimento dei colleghi.
ndr
re: ndr
http://www.ma.utexas.edu/users/caffarel/
Per l'altra osservazione, adesso non ricordo cosa ha detto esattamente. Stavamo parlando, non era scrtta. Pero' insomma il senso è che prima di pensare di allargare il campo, bisogna intanto tenere coloro che già si appassionano alla matematica.
Grazie di tutto! r
La normalità dei giovani ricercatori..
Divulgherei questa intervista nei licei, mandandola agli insegnati: se riuscissero a trasmettere agli allievi le sensazioni di Figalli..
re:
Non dispero, quando Alessio passerà da Roma, di portarlo a qualche evento divulgativo. Ciao e grazie. r

intervista alessio figalli
Si poteva mettere come titolo "La fuga dei Figalli" ...
A parte le battute: su questo tema, diciamo una volta per tutte che non e' negativo, anzi e' proprio positivo che i nostri giovani vadano all'estero. La cosa negativa e' che dopo noi non ce li ripigliamo (una volta pigliavamo quelli che erano rimasti a portare la borsa al professore, ora piu' nemmeno quelli ...).